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Contro gli scrittori impegnati (IL Magazine- Sole 24 ore)

 

 

Impazza il dibattito su perché, come e in quali ore del giorno gli scrittori italiani dovrebbero essere impegnati politicamente. Impazza, naturalmente, si fa per dire, perché nel mondo contemporaneo i dibattiti di pubblica rilevanza sono ben altri. Coloro che si agitano per la necessità di incidere le molli carni di una società malata armati di penne-bisturi, tutte singolarmente organizzate attorno alla stessa agenda, rappresentano una nicchia spesso tendente all’autoreferenziale proprio quando si appella all’ universale. Non è forse, chiede la voce della nicchia, compito imprescindibile dello scrittore prendere posizione politica, anche a costo di sbagliare?
Rispondere a questa domanda è singolarmente facile: No.

Ma è un “No” in fondo pronunciato nell’interesse della penna bisturi. Se l’affilata biro chirurgica nei suoi anni migliori si dedica tipicamente ad un efficace critica del neoliberismo e dei meccanismi cannibali del capitalismo, perché fermarsi lì? Perché non dovrebbe rivolgere la sua sapidità anche verso l’imperfetta umanità di chi la critica antisistema costruisce ed imbastisce? E, magari, in un momento particolarmente epifanico, anche contro se stessa? Non dovrebbe, in quanto penna bisturi, non in quanto prezzolato reazionario, sia ben chiaro, porsi delle domande nei confronti delle narrazioni manichee della realtà tipiche degli intellettuali impegnati di ogni tempo ed ogni epoca? Dovrebbe forse far suonare qualche campanello d’allarme il fatto che i linguaggi anti-sistemici di oggi sono incredibilmente simili ai quelli dei cartoni animati degli anni Ottanta e al linguaggio, falso per definizione, del marketing? Autori che puntano alla liberazione dell’umanità tramite un’opera in quattro ristampe, benché, si capisce, sostanziose, sembrano spesso sussurrare nelle segrete stanze “il fine giustifica i mezzi”. Dovremmo avere abbastanza esperienza, giunti a questo punto della storia, per sapere come va a finire con questo genere di propositi. La penna bisturi, sempre che non voglia perdere il suo certificato di acciaio inox, non dovrebbe piuttosto vedere, sulla scorta di quel tizio che non a caso finì ad abbracciare i cavalli, cose umane ahi troppo umane laddove altri ne vedono di ideali ? Stendhal diceva che in un’opera letteraria la politica «è come un colpo di pistola nel bel mezzo di un concerto, qualcosa di rozzo». Ne faceva cioè una questione apparentemente estetica, dico apparentemente perché si può leggere quel “rozzo” anche come riferito a una mancanza di profondità esplorativa. In fondo, se proprio vogliamo dare uno scopo alla letteratura – cosa che bisognerebbe accuratamente evitare ma è un peccato che in questa sede compirò per amore di dibattito – forse è proprio questo: una narrazione della realtà che non ammette prigionieri né limiti invalicabili. Continua a leggere su IL

Porcellum: il Parlamento italiano è illegittimo?

IL RETROSCENA DEL RETROSCENA DEL RETROSCENA. VIAGGIO NEL GIORNALISMO PARLAMENTARE.

 

«Non ce la faccio più» spiega un collega giovane e sveglio che fa cronaca parlamentare da molti anni, a mo’ d’incoraggiante introduzione nel magico mondo della politica vista da vicino. Siamo seduti su un divano del Transatlantico, il luogo dove si fabbricano quelle cinque, dieci pagine dei quotidiani in cui i politici si mandano messaggi a vicenda sulla testa dei lettori. Da questo salone lungo e discretamente sfarzoso arrivano la maggior parte dei retroscena, spesso quelli più irrilevanti, visto che per comunicare le informazioni buone ed esclusive ci sono metodi migliori, strategie visionarie e clandestine come: mandare un sms. Qui lo struscio di politici, giornalisti e commessi non conosce sosta, e si confabula alacremente. La topografia del potere è abbastanza intuitiva: le figure importanti stazionano in un punto, quelle medie si coagulano attorno a loro, i cazzoni alla base della piramide sociale (io) vanno avanti e indietro.Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

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RACCONTARE – Un corso di scrittura gratuito e sexy

Si può imparare a scrivere con un corso? Intendo scrivere in modo da esprimere qualcosa di più di un’esigenza comunicativa base come:

“1. 23 etti di prosciutto crudo/3 euro e quaranta-Coop adriatica grazie e a presto”,

oppure

“stai zitto gatto del cazzo o ti prendo a ciabattate, sono le sei di mattina”,

“memeeeeeooooowwww (trad: crocchette, subito, o qualcuno morirà).”

Bè, dipende.

Sicuramente si può cercare di limitare i danni, e compatibilmente con il materiale umano provare a fare anche qualcosa di accettabile.

(Per mia madre: adesso sai perché non avrei mai potuto fare il pubblicitario.)

In genere l’aspetto più creativo dei corsi di scrittura creativa è rappresentato dalle gigantesche aspettative costruite dai reparti marketing allo scopo di giustificare rette che vanno da “costose” a “passatempo per annoiata ereditiera di oligarca russo”, per cui eviterò di chiamare così il nostro progetto, anche se alla fine si tratta almeno in parte un subdolo artificio retorico.

Quello che sto cercando di dirvi è che assieme ad Arci Ragazzi Bolzano – e con il patrocinio della provincia autonoma di Bolzano e del giornale Alto Adige– ho messo in piedi Raccontare, un percorso formativo per chi vuole provare a imparare a scrivere professionalmente.

In breve: 12 posti. Costo: zero (beccati questo Baricco).

Studieremo sia dei biechi trucchetti narrativi che alcuni aspetti pratici del mondo editoriale.  L’obbiettivo di quest’ultima parte della formazione è arrivare  in un futuro non lontano ad uscire dalle riunioni (che, spoiler alert, in questo settore si chiamano pranzi di lavoro) senza la sensazione di essere stati rispettati quanto una schiava del sesso thailandese.

In breve mi piacerebbe se alla fine di Raccontare sapeste scrivere anche solo un po’ meglio di prima e aveste un’idea un po’ più simile alla realtà riguarda alla professione dello scrittore, giusto per decidere lucidamente se immolarvi o preferire senza rimpianti quel posto in banca di cui vostra madre vi parla da sempre. Il corso sarà diviso in fiction e non fiction e potrete decidere liberamente a quale specialità dedicarvi. Ne ho parlato un po’ più estesamente qui.

Infine abbiamo preso accordi con l’Alto Adige: se dal corso uscirà un reportage degno di pubblicazione (e sarà meglio che sia così o assaggerete la mia frusta) finirà stampato sulle loro pagine.

Per partecipare a Raccontare dovete fare solo due cose:

1. Inviarci un testo di massimo 10mila battute, che può essere alternativamente o un racconto breve o un reportage da dove volete voi su quello volete voi (animali buffi inclusi ma non caldeggiati. A meno che non si tratti di diavoli della Tasmania, ovviamente).

2. Essere residenti in Alto Adige.

Assieme alle lezioni tenute dal sottoscritto avremo degli ospiti che terranno delle lectio magistralis, anche queste gratuite ma aperte anche al pubblico che non partecipa al corso (qui non controlleremo la residenza sulla carta d’identità).

Gli ospiti saranno:

Claudio Giunta, che quest’estate mentre leggevo un libro di Joan Didion mi ha quasi fatto piangere con questo pezzo, perché sul momento non mi ero accorto di quanto fossero effettivamente tremendi passaggi come:

“La tocchi – ha detto il signor Reclamation –, e io ho eseguito: per un bel pezzo sono rimasta così, con le mani sulla turbina. È stato un momento speciale, ma talmente esplicito da non suggerire altro che se stesso”

(Caro Giunta mi devi una coperta termica e un tè caldo, anche se era agosto ed ero al mare).

Il giovane (erano anni che sognavo di dirlo di qualcun altro) Luca Ravenna, tra le altre cose autore della nuova stagione di “Quelli che il calcio” ma soprattutto uno stand up comedian che mi ha fatto scoprire una nuova leva di comici italiani che non sembrano usciti da una gara di scorregge ambientata negli anni 80, un gruppo di ragazzi stranamente al passo con i tempi e di cui lui è un esponente di spicco.

Matteo Codignola, l’editor di Adelphi con cui mi sono azzuffato per “Storie dal mondo nuovo”,  l’inventore della “biblioteca minima” e l’autore di famose traduzioni, una fra tutte quella de La versione di Barney . Matteo ci parlerà dei segreti del mestiere di “fare” libri.

Chiuderà il corso Francesco Montanari attore con un curriculum infinito fra teatro cinema e tv, che i più ricordano per l’angelica interpretazione del Libanese in “Romanzo Criminale – La serie” che ci parlerà del rapporto fra autori e attori.

Per iscriversi basta cliccare qui. Fate in fretta, iniziamo il 5 dicembre.

 

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TINDER E LA DISSIPAZIONE DELL’ENERGIA

 

Ad ogni passaggio di livello trofico si perde approssimativamente il 90% dell’energia proveniente dal sole: quanta permette di risparmiarne Tinder e a che prezzo?

La natura non tende all’inazione ma non sembra apprezzare nemmeno gli sforzi eccessivi,  la struttura della vita segue soprattutto un principio: ottimizzare le risorse. Non per produrre di più (il surplus è roba da esseri umani decadenti, il che comunque è ok se un giorno volete poter usare degli antibiotici) quanto per la mera sopravvivenza.

Questo è solo uno dei tanti insegnamenti che si possono trarre dal dettagliatissimo, e divertente, L’ingegneria degli animali di Mark Denny e Alan McFadzean , un’indagine ingegneristica attorno alle strutture, le reti e le logiche insite nella vita sulla terra. Quali sono i modi diversi in cui animali di varie taglie gestiscono il calore? Come fa esattamente a muoversi una lumaca? Cosa rende un lupo un killer efficiente? Secondo quali esigenze animali diversi hanno sviluppato scheletri diversi?

Il libro inoltre illumina alcune questioni di fondamentale importanza per la vostra vita professionale e affettiva come ad esempio “quanto è infernale la vita di un colibrì?”. Soprattutto però, mette appunto in chiaro la costante propensione della natura all’ottimizzazione delle risorse, anche, e forse soprattutto, là dove i meccanismi ambientali sono ostili o semplicemente inefficienti.

Perdendo energia.

 Tanto per fare un esempio, ad ogni passaggio di livello trofico si perde approssimativamente il 90% dell’energia proveniente dal sole: le piante con la fotosintesi sono in grado di assorbire solo il 10% dell’energia presente nell’atmosfera e passano la stessa quota della propria energia agli erbivori e, ancora, la medesima proporzione regola il trasferimento fra questi ultimi e i carnivori. Questa dispersione avviene per via del secondo principio della termodinamica e per una serie d’inefficienze diffuse, ad esempio lo stesso atto di digerire gli amici del livello trofico inferiore dopo esserseli mangiati richiede una certa quota di energia.

Spostarsi costa a sua volta energia, e non tutte le specie hanno la stessa efficienza nel ciondolare in giro per il loro ambiente. Un giovanissimo Steve Jobs lesse uno studio su Scientific American che confrontava diversi animali proprio da questo punto di vista: il più efficiente nei movimenti era il Condor, l’uomo navigava a metà classifica, come un Bologna F.c. qualsiasi. Però l’uomo balzava primo in classifica se solo si muniva di bicicletta (il sorpasso a mezzo tecnologico sul condor è un fatto sul cui valore simbolico forse non ci si è interrogati abbastanza). Da quel giorno in poi Jobs dice di aver sempre pensato al computer come ad una “bicicletta della mente”.

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Nella foto un animale che non avrebbe avuto speranze contro Girardengo

C’è però anche un altro possibile approccio al problema, più in linea con l’età del software. Gli esseri viventi, che siano volpi o umani, si spostano principalmente per due motivi:

  1. Procurarsi del cibo. In senso lato per gli uomini, perché oltre al cibo tendono a procurarsi anche beni di altro tipo come case, vestiti, automobili o biciclette a scatto nel caso di esemplari che sembrano aver subito danni neurologici. Il meccanismo che regola la loro società è illustrato brillantemente qui
  2. Accoppiarsi. Questo rimane sostanzialmente uguale, anche se le volpi usano probabilmente meno deodorante e per i rituali d’accoppiamento preferiscono i boschi ai “distretti enogastronomici” .

Una volpe pigmea americana che dobbiamo supporre non bici-munita, consuma secondo Denny e McFadzean, circa il 20% della sua energia per le sue peregrinazioni, una parte importante delle quali va senza dubbio via nella ricerca di volpine compiacenti e inclini alla prosecuzione della specie. Il suo collega bipede, l’homo sapiens sapiens, il cui accoppiamento è sottoposto a una serie più stringenti di vincoli per via di alcune peculiarità tipiche della sua specie come il linguaggio, la complessità della sua organizzazione sociale e la cifra residua sul conto in banca, può consumare ancora più di energie nella ricerca di un partner, senza per altro essere altrettanto vincolato alla riproduzione in caso di successo.

A ben guardare però una bici con cui muoversi di bar in bar in cerca di un partner può non rappresentare un fattore risolutivo se, ad esempio, l’uomo in questione si esprime a grugniti, indossa calzini bianchi o utilizza approcci fin troppo pragmatici come “Ciao, hai già scopato oggi?”.

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La volpe di Facebook avrebbe causato confusione teorica in Steve Jobs

 

Ottimizzare.

Qui però, al netto del fatto che due trucchi li dovete imparare comunque e presupponendo che per qualche motivo non vogliate ricorrere alla prostituzione o a mezzucci infimi ma pur sempre efficaci come scrivere libri, impegnarvi in politica o insegnare all’università, interviene l’app Tinder che suggerisce una rivoluzione copernicana: non usare mezzi più efficienti per spostarsi ossessivamente da un potenziale ritrovo di partner sessuali ad un altro, annuendo nel mentre a discorsi di cui chiaramente non ve ne fotte un cazzo, ma scrollare comodamente da casa le foto di eventuali vittime, chattarci guardando gli highlights dell’Nba fino a quando non raggiungete con una o più di esse un accordo di massima (ah, anche tu trovi True detective così intenso?) e solo allora utilizzare energia animale, ciclistica, rinnovabile, fossile o delle buone intenzioni referendarie per raggiungere l’obbiettivo, ottenendo, al netto di una percentuale ineliminabile di profumiere in psicoanalisi dalla pre-adolescenza –detta variabile pf–, un risultato sostanzialmente sicuro. All’improvviso agitarsi per ore sotto cassa sembra un’attività molto meno necessaria.

Anche questa è organizzazione delle risorse, anzi è una peculiarità tipica delle reti informative, un tipo di organizzazione che prima ancora di rendere più efficiente un viaggio s’interroga sull’opportunità d’intraprenderlo. È anche il tipo di sviluppo tecnologico che ci ha fatto passare da un futuro che immaginavano munito di teletrasporto o almeno di auto volanti ad un presente dove chini sugli schermi degli smartphone si aspetta che arrivi la pizza ordinata dal ristorante sotto casa.

Viaggiano i dati e ci si muove il meno possibile, ci si avvicina, cioè, allo stile di vita dei Condor. Il potenziale di questo tipo di organizzazione che meno sì offre alla fantascienza e alle avventure interplanetarie, mi è divenuto pienamente chiaro solo quando un amico, noto nell’era analogica come ( uso qui un termine scientifico forse un po’ complesso ma necessario alla trattazione) proverbiale scacciafiga, mi ha illustrato le sue ultime conquiste sul suo telefono e subito dopo mi ha mostrato alcune delle risorse disponibili nel luogo dove ci trovavamo.

Eravamo con un gruppo di amici su una piccola isola siciliana, per giunta fuori stagione, un ambiente in cui in un contesto predigitale le probabilità di accoppiamento del mio amico, già di per sé antologicamente basse in una megalopoli retta da un regime politico fondato sul poliamore, sarebbero state ragionevolmente esprimibili con un numero negativo. Anche senza considerare che il mio amico è un alcolizzato basta infatti considerare alcuni fattori debilitanti come il controllo sociale e la necessaria limitatezza del bacino potenziale in un luogo come quello.

Eppure Tinder offriva opzioni, e nemmeno poche, persino lì. Fino a quel momento avevo volato ad 10mila metri di quota, videochiamato casa da 7mila chilometri di distanza, provato i Google glass, fatto complessi esami clinici, sfrecciato su autostrade deserte, costruito una carriera professionale grazie anche alla circolazione in tempo reale di informazioni digitali all’interno di una rete globale, ma non avevo ancora capito quanto la tecnologia potesse essere davvero utile. Intendo cioè per cose che contano davvero. (scopare>risonanza magnetica)

In quel momento il luccichio inedito negli occhi dell’amico former pussy away driver (traduzione via http://www.wordreference.com/iten/scacciare ) sembrava dire “Capisci, ora il mio impiego dell’energia solare è più efficiente!” con il tipico movimento della mano a stantuffo che in ogni cultura è il simbolo informale per “passaggio di energia fra livelli trofici”.

Non puoi cambiare la natura, solo peggiorarla.

Era tutto vero, ed era anche molto significativo. Attraverso il gioco dei grandi numeri chiunque, persino un F.P.A.D, poteva svoltare ottimi risultati, l’unico limite fisico sembrava essere diventato la rapidità delle dita sui tasti. Oh che magnifica società!

Ma, come in uno di quei film post apocalittici dove la natura sotto forma di alberi, cespugli e animali esotici riconquista inesorabile le metropoli abbandonate, la lotta per la vita ha fatto ritorno in tutta la sua gerarchica brutalità con i suoi esemplari alpha e omega, attraverso l’algoritmo di Tinder che ha implementato il cosiddetto ELO score. Di fatto si tratta di un valore segreto, ma non per questo meno determinante, derivato in massima parte dalla propria storia all’interno del servizio. In parole povere più siete richiesti (e matchati) più vi è permesso di vedere potenziali obbiettivi. Alla lunga se proprio nessuno vi vuole, il sistema vi mostrerà solo profili simili al vostro, il che naturalmente si configura come lo spasso definitivo.

“Fai cagare”

“Anche tu”

“Aperitivo verso le 7?”’

“Ok”

L’obbiettivo è abbreviare il tempo speso ad alimentare speranze illusorie ( e a scartare cessi) all’interno dell’app, l’algoritmo farà quindi per voi buona parte della scelta comportandosi come un organizzatore di matrimoni combinati assicurandosi, che non vi siano riproposte possibilità simili a quelle che avete già miseramente fallito in passato. Questa tecnologia si prodiga silenziosa, segreta e inesorabile affinché i belli rimangano protetti dalle molestie dei brutti e per molestie s’intende “dalla vista”.

Insomma un metodo gerarchico, brutale, inesorabile e molto più rigido e irreversibile della già sicuramente non tenera selezione naturale: stiamo parlando pur sempre di silicio, materiale che obbedisce ciecamente agli ordini come non fa nessun omologo in carne ed ossa, nemmeno tedesco.

La selezione naturale inoltre prende in considerazione anche altre variabili oltre alle tre vostre migliori foto su facebook, giusto per fare un esempio immediatamente comprensibile a chi lavora in ambito culturale, immaginate di essere l’orrido leader dal volto deforme di una tribù che ha appena sterminato la minacciosa tribù vicina, le donne del vostro clan farebbero a gara per leccare dalla vostra pelle il sangue degli infanti dell’altro clan che avete trucidato a mani nude e mangiato crudi intonando lugubri canzoni di Laura Pausini ( mi piace aggiungere particolari poetici agli esempi).

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editor di una nota casa editrice

Purtroppo una superiore abilità nello sterminio e nella masticazione della prole dei vostri antagonisti ambientali risultano caratteristiche difficilmente esprimibili su Tinder, che in questo modo limita radicalmente il ventaglio di variabili da cui passano le vostre chance nella lotta per la prosecuzione della specie.

L’algoritmo selettivo, riducendo la competizione per l’eiaculazione in compagnia a una faccenda di scuole private (assieme all’algoritmo sono state inserite anche educazione e posto di lavoro) e barbute faccette inoffensive, la rende un misto di eugenetica e perbenismo da due soldi. Il mio consiglio professionale è quindi il seguente: dichiarategli deliberatamente guerra e, se necessario, andate pesantemente di Photoshop.

Non temete neppure di ritoccare un po’ le informazioni non è ingannare, è contrastare con intelligenza le dinamiche inefficienti della dissipazione dell’energia, e questo in un senso difficilmente contestabile significa fare rientrare nella lotta per la riproduzione la caratteristica che distingue tutti gli uomini, esclusi naturalmente i vegani, dagli altri animali: l’intelligenza, appunto.

Qualcosa su cui la segreta ingegneria della vita non potrebbe che essere d’accordo.

 

 

 

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L’epidemia senza fine (IL magazine – Sole 24 ore)

Da oggi il pezzo della coverstory di IL è anche online

L’Audi A4 di Giovanni Melcarne è un ufficio di guerra in movimento. Le cuffie bianche dell’iPhone perennemente nelle orecchie, risponde ai giornalisti, coordina amici e collaboratori, inizia le frasi in italiano e le chiude in dialetto, esorta, avanza letture dei fatti e dei comportamenti («Tie nu l’hai capito allora ca qhiddru sempre così face»), propone strategie, poi con due dita chiude la chiamata e riprende il discorso che stavamo facendo senza perdere il filo. Fuori dai finestrini c’è il suo campo di battaglia: le distese di ulivi dissecati dal batterio Xylella nel Sud-Ovest del Salento. Quella di Melcarne è una guerra per la sopravvivenza insieme personale e collettiva: salvare gli ulivi, la sua azienda e il consorzio di cui è presidente, quello dell’olio Dop Terra d’Otranto, un prodotto che deve essere fatto al 60 per cento di Cellina di Nardò e Ogliarola, le due varietà d’ulivo tipiche del territorio e che a oggi sono anche quelle più pesantemente colpite dal batterio.

Mi accorgo che il contachilometri dell’auto segna 487mila. Non ho mai visto un’auto con mezzo milione di chilometri. Quando glielo faccio notare Melcarne ride: «Li ho fatti quasi tutti negli ultimi anni, da quando è iniziata l’epidemia». Da tre anni Giovanni cerca di convincere il maggior numero possibile di persone che il problema non è serio, è serissimo, e il Salento senza la monocoltura dell’ulivo non solo non avrà quasi più un settore agricolo, ma si trasformerà nel giro di qualche anno in un deserto di terra rossa pieno di lapidi di legno, ben poco attraente anche per i turisti, altro comparto fondamentale per l’economia della zona.

Xylella è un batterio incurabile che s’insedia nel sistema linfatico delle piante ostruendolo fino a farle seccare. Si diffonde tramite un vettore, la cicalina sputacchina. Gli ulivi, una volta infetti, rimangono asintomatici per una fase che dura all’incirca un anno e mezzo, un periodo in cui sembrano in forma smagliante ma in realtà sono già un deposito di inoculo e fanno quindi da base per l’infezione degli alberi vicini, come una sorta di zombie vegetali. Per questo i protocolli internazionali richiedono l’abbattimento degli alberi infetti e di quelli nelle immediate vicinanze. Strategie di eradicazione che comprendano – oltre al controllo del vettore tramite trattamenti e buone pratiche agricole – gli sradicamenti degli alberi sono la norma quando patogeni pericolosi arrivano su un nuovo territorio. In Australia per un fungo del banano sono state sradicate le piante nel raggio di un chilometro da quelle infette, in Canada per il plum pox virus l’area fu di 500 metri. In Francia, dove recentemente è comparsa un’altra sottospecie di Xylella, si stanno seguendo le procedure internazionali, sradicamenti compresi, e non ci sono notizie di proteste. Nel Salento, al contrario, il concetto apparentemente non molto complicato che per salvare gli 11 milioni di alberi della provincia (senza contare quelli nel resto della Puglia e dell’Italia e del bacino mediterraneo) dall’infezione del batterio senza cura ci sarebbe stato bisogno di abbattere quelli malati non è mai passato presso la popolazione, né presso i politici e nemmeno, almeno per i primi due anni della crisi, presso le associazioni di categoria. Così, nel giro di un paio di anni, il Salento è diventato “Zona infetta”, dove non si prova nemmeno più a eradicare il batterio. La notizia fu accolta da molti con gioia, anche se di fatto equivaleva a una lenta ma inesorabile condanna a morte di tutti gli alberi della provincia. Da quando seguo questa storia ho imparato a conoscere il riso amaro di Melcarne quando racconta aneddoti su quello a cui ha assistito, come una riunione di un’associazione di categoria in cui dal pubblico a un certo punto qualcuno si alzò per dire: «Io tengo un libro di cure giapponese di 1.000 pagine, e vuoi che in 1.000 pagine non c’è manco una cura per Xyella?».

(Continua a leggere su IL)

il cartaceo del n.89 è ancora in edicola fino a metà ottobre:

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