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IL GRANDE ROMANZO GIAMAICANO (PRISMO)

La Giamaica è uno dei paesi con il più alto numero di omicidi al mondo. Fra ghetti impenetrabili, interessi internazionali e l’incessante suono del reggae e della dancehall, il Paese di Bob Marley ha finalmente trovato un grande narratore: Marlon James.

“Se non è andata così ci è andata vicino”
proverbio giamaicano

A lungo ho coltivato la speranza di leggere un romanzo che parlasse in maniera approfondita della Giamaica. Da ragazzo, e poi per molti anni, passai parecchio tempo a fumare erba e mettere dischi reggae e dancehall prima nei baretti più infimi poi nei club. La musica che portavo nella mia valigia arrivava tutta dalla Giamaica. All’inizio si suonavano i 7 pollici a 45” e non c’era il Serato, le informazioni sull’isola erano scarse, internet incredibilmente lento e in ogni caso ci trovavi molto poco. Potevi attingere a qualche libro su Bob Marley, qualche fanzine, al film con Jimmy Cliff The harder they come e per il resto le pubblicazioni sul tema erano giusto qualche testo del tipico sociologo inglese pazzo che va a vivere nel ghetto di Kingston per un anno per poi uscirsene con un saggio che al mondo leggeranno forse cinquanta persone in cui racconta come tutti avessero cercato di derubarlo, come in fondo però la Giamaica fosse un posto interessantissimo e nel ghetto ci fossero diversi turisti giapponesi, anche se nessuno capiva bene il perché. Continua a leggere su Prismo

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CONTRO IL MATRIMONIO. IN GENERALE.

 

“Quando si trova un coniuge ammazzato, la prima persona inquisita è l’altro coniuge: questo la dice lunga su quello che la gente pensa del matrimonio”

G.Orwell 

Personalmente sono contro il matrimonio. Tutti i matrimoni, sia etero che gay, ma al tempo stesso credo che questo non mi dia il diritto di impedire gli altri di farsi del male da soli, se è questo quello che vogliono. Di più: non credo che nemmeno lo Stato debba o possa impedirvi di prendere esempio da pinguini, in fatto di scelte di vita. ( Anche se attenzione al lato oscuro dei monogami più famosi del mondo )

Volete passare i prossimi 40 e rotti anni della vostra vita con la stessa persona finché non la sopporterete più (il che temo accadrà molto prima di 40 anni), abitare per decenni dentro un coacervo indistricabile di nevrosi, crescere dei figli che dopo esservi costati tempo, affetto e denaro molto probabilmente spariranno alla prima occasione utile e con cui comunque non riuscirete mai a capirvi davvero? Per quanto mi riguarda pollice in su, e penso che lo Stato dovrebbe permettervelo, senza distinzione di preferenze sessuali. Dovreste poter vincolarvi a vita ad un Ficus, se lo desideraste, figuriamoci ad un altro essere umano.

Sarebbe come stare lì a questionare se uno che si vuole lanciare da un aereo senza paracadute deve indossare una tuta marrone o una a pois. Chi se ne frega, il suolo della noia, della guerra fredda coniugale e dei sotterfugi funambolici per farsi una scopata adultera, sarà ugualmente duro quando vi ci schianterete sopra. Per cui, davvero, scegliete pure la tuta che volete.

Certo da un punto di vista meramente logico sarebbe interessante indagare la correlazione fra matrimonio e omicidi casalinghi, facendolo anche solo con un ventesimo della sicumera con cui oggi si assume in automatico omicidio di un uomo nei confronti di una donna = dominio brutale e fallocratico di ogni uomo su ogni forma di vita femminile sul pianeta terra, credo potrebbe dare risultati interessanti.

Nel frattempo però un consiglio su una pratica di uso comune in questi giorni, giusto per non rendersi troppo ridicoli. Frasi del tipo “ah guarda quelle merde vanno al Family day e poi vanno a troie” oppure “Quella zoccola della Meloni è per la famiglia e poi dopo si fa mettere incinta fuori dal matrimonio, non come noi femministe per i diritti delle donne” più che dirci qualcosa sui cattolici che già non sappiamo, rendono pubblico come chi le pronuncia sia davvero molto orgoglioso di non sapere un cazzo della religione professata dalla maggior parte delle persone nel Paese in cui abita. Il che forse è ancora più grave nel caso di persone atee, perché è sempre bene sapere da cosa ci si dissocia, io almeno, da ateo, l’ho sempre pensata così.

Il cattolicesimo si basa sul peccato originale e sull’imperfezione dell’uomo, condizione da cui un credente non si emancipa mai davvero nel corso di tutta l’esistenza, Dio, Gesù, la Chiesa e il mangiare compulsivamente tortine Loacker sono alcuni degli strumenti a disposizione del fedele per cercare di emendarsi, insieme ovviamente al seguire le linee di comportamento richieste da Santa Romana Chiesa™.

L’aspetto interessante del cattolicesimo, che poi è quello che l’ha reso un brand molto più resistente rispetto alle tante dittature e ai totalitarismi “dell’uomo nuovo” che si sono succeduti nella storia, è che non si aspetta davvero che i fedeli siano sempre in grado di rispettare le sue prescrizioni. Perché in quanto uomini sono imperfetti. E peccatori. Certo nel tempo i prezzi da pagare per queste digressioni dalla linea sono cambiati enormemente, storicamente ci si è mossi fra il “ prova a dire che la terra è tonda e ti brucio in piazza” al semplice, si fa per dire, biasimo sociale, o famigliare, o, ancora, intimo e personale tutto interno al proprio “rapporto con dio”.

Ora come giudico tutto questo?

Male, molto male. È chiaro che una religione di questo tipo può molto in fretta prendere derive assolutiste, o, come dimostrano manifestazioni come Family day, tentare quanto meno di tenere la barra del giudizio-di-dio nel campo delle istituzioni secolari, dette anche “i cazzi degli altri”. Questo ovviamente è lesivo della libertà di moltissime persone che non si riconoscono in questa religione o vi si riconoscono in forme soft o personalizzate. Ciò non toglie che attaccare queste persone dandogli degli “ipocriti” sia una grezzata degna di un Travaglio qualsiasi.

Il cattolicesimo differisce dai totalitarismi che credono nella razza, nell’avvenire o nel telefono che ad ogni nuova versione porti l’uomo sempre più vicino alla perfezione, per il fatto che il movimento verso l’esattezza dei fedeli non si compie mai del tutto, per definizione. Non finché siete vivi almeno. La realtà è sempre l’imperfetto, e un imperfetto stabilito sulla base delle regole fornite da un essere immaginario che comunica solo con alcune persone dotate di super-poteri, in una sorta di ciclo continuo di peccato e assoluzione. Frustrante, non c’è che dire, poco consigliabile, concordo, ma definire il suo nucleo teorico ipocrita significa non averlo compreso, perché il fallimento è previsto e incluso nella dottrina.

Inoltre, anche solo per una questione statistica, in mezzo a quelle manifestazioni ci sarà pure qualcuno che è fedele a sua moglie/a suo marito, ma possiamo sorvolare su questa generalizzazione perché in fondo non c’entra con quello che stiamo dicendo. Quest’indulgenza mi serve ovviamente anche per salvare l’argomento iniziale, perché in fondo persino io a malincuore devo ammettere che qualche matrimonio felice deve essere esistito ( anzi lo so per certo, c’è una coppia di miei amici che si è amata alla follia per tutto il tempo in cui è stata sposata, fino a quando, cioè, furono colpiti da un fulmine uscendo dalla cerimonia[1]) .

Tornando a noi quello che questi cattolici dicono non è “noi osserviamo in maniera assoluta la legge di dio, voi dovete fare lo stesso” ma “ Vogliamo che tutti siano costretti ad osservare la legge di dio e chi non dovesse farlo che viva ai margini, fuori dalla legge, si penta, o sappia comunque di vivere nel peccato, in una condizione di inferiorità rispetto a quello che è il precetto divino”.

Accusare un simile modo di pensare d’ipocrisia non solo è tecnicamente sbagliato, ma non è nemmeno necessario per sostenere che se invece di costringerci dentro un ciclo infinito di peccato e assoluzione al solo scopo di rispettare norme divine che non esistono, ci limitassimo a non ledere i diritti degli altri finché non ledono i nostri, vivremmo tutti in un mondo migliore.

[1] Ok, non è vero, i miei amici si sposano tutti dentro delle gabbia di Faraday.

E non ne escono più.

LSG COVER SITO 2° RISTAMPA

 

 

 

 

 

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Back_to_the_Future

Quit, ma su ritorno al futuro non scrivi niente?

(mail inviata 21/10/2015 h.7.28)

Ciao Quit, ma su ritorno al futuro non scrivi niente?

ciao

Godenzio

(tuo affezionatissimo)

 

Ciao Gody

Certo che voglio scrivere qualcosa su Ritorno al futuro, ieri però ero impegnato a giocare a polo con i reali di Svezia e non ho avuto un attimo. Rimedio subito.

Ritorno al futuro, dicevamo.

Quando ero povero e ancora scarsamente conteso dalle famiglie reali europee, a un certo punto qualcuno mi mise in contatto con un comico incredibilmente scarso che aveva bisogno di un autore. Andai a trovarlo un paio di volte nella città emiliana dove viveva. Mi fece vedere il testo del suo ultimo spettacolo. Era agghiacciante. Non si faceva mancare nulla, dalle battute sugli stereotipi nord-sud, una parte delle quali fatte in napoletano (non sapeva il napoletano), alle battute su quanto è difficile vivere in coppia e andare a fare la spesa al supermercato, fino alle vocine. Qua e là c’erano delle incongrue battute divertenti che però erano sempre battute ultranote di comici ultrafamosi, probabilmente prese da raccolte tipo “Le formiche”.

“Ma questa non è di Woody Allen?”

Chiesi dopo aver letto la chiusa del foglio che arrivava dopo 30 righe talmente ilari che il mio cervello ha deciso di sostituire il loro ricordo con l’immagine di un gruppo di scimmie adulte che urlano contendendosi l’unica femmina del gruppo. Una cosa tipo “uehuahrhrhhrhrhrhrhrhhrrrghghghghgh”

Lui disse “Boh, si può essere”.

Era una battuta di Woody Allen ed era talmente nota che sarebbe potuta finire stampata sul dorso dei Cuccioloni Algida se solo chi li scriveva non fosse stato il cugino segreto di Donato Bilancia. ( questa è una teoria personale senza prove empiriche. Per il momento!).   Ad ogni modo mi disse che aveva una grande idea per un nuovo programma e si apprestò mio malgrado ad illustramela coinvolgendomi in un processo logico-deduttivo Continua a leggere

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LASCIA STARE LA GALLINA-ESTRATTI (EXPOST-MEDIUM ITALIA)

Illustrazioni di Alvaro Tapia

MARCO DE SANCTIS

ANTEFATTO Tempo di adulterio

31 luglio-6 agosto 2011, Frassanito (le)

Con Elena non facevamo altro che litigare. La notte precedente, appena tornati dalla dancehall in spiaggia mi aveva ammonito acida di pulirmi bene i piedi prima di entrare in tenda. Non voleva portassi dentro aghi, terra o altre cose di cui solo lei al mondo era in grado di preoccuparsi alle sei di mattina. Così senza replicare avevo estratto dalla tenda il mio materassino, l’avevo messo sotto il pino mediterraneo di fronte al nostro piccolo accampamento e mi ero addormentato lì pur di non sentire oltre la sua voce petulante. Dopo poche ore il sole era filtrato fra i rami e mi ero alzato fresco come una rosa — a ventidue anni “doposbronza” era una parola priva di significato. Quando mi ero affacciato in tenda l’avevo trovata vuota, la mia ragazza doveva già essere in spiaggia. Avrei potuto scommettere che stesse approfittando della mia assenza per starse- ne in topless, sapendo benissimo quanto mi desse fastidio.

Solo allora mi accorsi che il mio materassino era mezzo sgonfio, doveva essersi bucato con gli aghi di pino. Bestemmiai. Era un punto a favore delle regole naziste di Elena sulla pulizia interna alla tenda, ora mi toccava assolutamente trovare una pezza per camere d’aria e chiudere il buco prima che facesse ritorno. Nell’improbabi- le eventualità che poi se ne fosse accorta avrei sostenuto con calma e decisione che la toppa c’era sempre stata. Cosa voleva saperne lei di pezze per camere d’aria?

Soddisfatto del piano mi tastai i pantaloni in cerca delle sigarette. Trovai flyer tagliuzzati per farne filtri, monetine, un pacchetto di cartine, diversi accendini (ero un cleptomane di Bic), resti di sigarette spezzate che ordinai uno a fianco all’altro, sulla stuoia. Di lì a poco mi sarebbero serviti. Infine ripescai anche il pacchetto di Camel Lights morbide che stavo cercando e ne accesi una.

Aspirai il primo tiro e ripensai alla sera precedente: una volta io e Elena saremmo rotolati in tenda incuranti di trascinare dentro sabbia, foglie, serpenti, stercorari o capre rupestri. Una volta, quando la passione ci dominava. Sospirai, presi il barattolo del Nesquik e ne tirai fuori una cima diorange avvolta nella pellicola. In un campeggio come quello era un nascondiglio ridicolo per dell’erba ma per il viaggio aveva funzionato alla grande. Avevo persino richiuso il sigillo di freschezza con dell’Attack invisibile, creando una confezione a prova di cane tossico. Un sacco di gente si faceva beccare perché era sciatta nelle misure di sicurezza, diventare un emarginato però non faceva parte dei piani di Marco De Sanctis per il futuro. Il campeggio comunque era sicuro: il proprietario era un ex finanziere e godeva di un occhio di riguardo da parte dei vecchi colleghi e quel posto doveva la sua fama nell’ambiente del reggae proprio a questo. Presi dall’abside della tenda il Roor, il mio bong di vetro, e gli cambiai l’acqua usando una delle preziose bottiglie di Elena, una piccola malignità compensativa. Io e la mia dolce metà eravamo gli unici imbecilli in tutto il campeggio con due casse d’acqua fuori dalla tenda. Inutile specificare a chi toccasse il trasporto. Accesi il bong e tirai con studiata lentezza facendo sfavillare tutta la mista, poi sfilai il braciere e inspirai di colpo tutto il fumo che si era accumulato nel tubo.

Buongiorno, cazzo.


Espirai formando una piccola nuvola a mezz’aria fra la nostra tenda e quelle dei vicini arrivati la notte precedente. Quando finalmente il banco di nebbia d’agosto si disperse mi trovai di fronte a una visione: una ninfetta mora, con una spirale tatuata sulla spalla destra e i capelli a caschetto come Uma Thurman in Pulp Fiction, giocava a pochi metri da me con dei fili a cui erano legati due piccoli delfini di peluche.

Li faceva roteare ma non era molto brava: ogni tanto le corde s’ingarbugliavano e gli animali di pezza le sbattevano sulle gambe. Ci misi qualche secondo a capire che non si trattava di una creatura del thc, era una ragazza reale e soprattutto aveva un sedere perfetto, piccolo e ben incorniciato da un paio di culottes blu. Lo sforzo faceva intuire muscoli delle natiche tonici sotto la pelle brunita, particolare che apriva a scenari d’incontestabile sodezza. Guidato da una forza più subdola della gravità ma ugualmente definitiva, mi alzai dalla stuoia e a rischio della vita mi misi a portata di delfino sul cranio.

“Ciao” abbozzai.

La ragazza alzò lo sguardo impegnato e si produsse in un piccolo sorriso.

“Ciao.”

“È dura far volare i delfini?” e stavo per aggiungere “Voglio dire sono pesci. Cioè mammiferi. Ma insomma vivono nel mare comunque. O nei circhi acquatici. Ad ogni modo non volano” quando la parte sobria e minoritaria del mio cervello riuscì a impedirmelo.

“Abbastanza. Ho appena iniziato.”

Avrei voluto invitarla a fare colazione al bar, ma ero fidanzato e se lei dormiva in quella tenda doveva aver visto Elena. Mi sembrò sconveniente, benché fossero almeno cento anni che nessuno usava più quella parola. Così me ne stetti lì a guardarla qualche secondo di troppo, agevolato nel mio immobilismo da bambola di pezza anche dall’effetto dell’erba. Alla fine riuscii a chiamare a raccolta qualche neurone e chiesi:

“C’è un segreto particolare?” “Per cosa?” “Per fare roteare i cosi.” “Bolas.”

“Per far roteare i Bolas.”
Le Bolas.”
“Per far roteare le Bolas.”
“Se c’è non credo di averlo ancora scoperto.”
“C’è sempre un segreto per fare le cose.”
Che cazzata pazzesca. Invece lei fece planare i delfini all’altezza delle caviglie fermandone la rotazione e guardandomi sorrise nuovamente, questa volta in modo più netto.

“Dici?”

“Sì” mentii. Per un culo come quello avrei rinnegato dio se solo ci avessi creduto.

“Mi chiamo Martina” disse, porgendomi la mano.

Mi presentai a mia volta e scoprii che era di Milano e, come la maggior parte delle ragazze con cui avevo tradito Elena, studiava Lingue. Prima o poi avrei dovuto prendermi la briga di scoprire cosa diavolo scrivevano in quei libri per renderle così ben disposte al sesso occasionale. Le dissi che invece studiavo Scienze politiche ed ebbe il buon gusto di non dire “E cosa farai dopo?”, forse perché anche Lingue non assomigliava esattamente a un assegno circolare nel mondo del lavoro. Ad ogni modo fu un punto a suo favore. Non che ne avesse bisogno con quelle chiappe marmoree. Martina era in Salento con due amiche, avevano la macchina e “Chissà magari possiamo andare da qualche parte assieme.” Certo, come no. Dovevo solo trovare un posto dove seppellire il cadavere di Elena.

“Lo proporrò alla mia ragazza” dissi per puro dovere istituzionale e per farle capire fra le righe il motivo per cui non avevo ancora provato a leccarla.

(…)

Continua a leggere gli estratti degli altri personaggi su Expost

giornali

LA DISTANZA SIDERALE DEI GIORNALI ITALIANI DALLA REALTÀ

Poche cose riescono ad essere al tempo stesso così sbagliate e anacronistiche come la campagna stampa su giovani, droghe e discoteche che molti media italiani, soprattutto cartacei, hanno imbastito quest’estate.

 

1. DISTANZA DAI FATTI

Il primo livello di errore, che già di per sé basterebbe per chiudere baracca e burattini, è quello fattuale: in Italia non esiste alcuna emergenza droga da discoteca,  lo dimostrano i dati: da noi si consumano meno droghe che negli altri paesi europei, l’uso è in calo e l’ecstasy non è certo la più letale delle sostanze psicotrope.

Qui però, subdola e ricattatoria come una vecchia zia che dice “vedi che ti ho fatto la lasagna” quando sei a dieta, entra in gioco la “presupposta bontà della causa”.

Come ci ha da tempo abituato la nostra tradizione giornalistica, alla mancanza di un riscontro fattuale si sopperisce con la volontà, così profondamente italiana, di recitare in pubblica piazza le nostre buone intenzioni. Il sottinteso è che da sole bastano per renderci persone migliori.

Un po’ come nel vecchio caso della campagna sui femminicidi (un problema inesistente sotto forma di emergenza statistica, come dimostrai a suo tempo qui) chi vorrebbe vedere dei ragazzini morti per droga per causa della spectre delle discoteche, notoriamente il vero potere forte che comanda il Paese?

(Deve essere per lo strapotere della lobby del ballo, ad esempio, che uno dei più grossi festival europei-il Rototom Sunsplash- si è dovuto spostare dal Friuli alla Spagna. Ben fatto, potente lobby!)

Nel paese del giornalismo come opinione superficiale scritta possibilmente da ex sessantottini o piccoli statisti figli del ‘77, il fatto che una causa appaia genericamente giusta è purtroppo più che sufficiente a bypassare quello scomodo orpello chiamato “realtà”.

Insomma il refrain della moglie del reverendo Lovejoy “ma nessuno pensa ai bambini?”, sul quale cristianamente e un po’ paraculamente si chiudono nell’età della senescenza anni e anni di grossolane rivendicazioni sociali, ha la meglio sulla realtà e nasce così, inesorabile e violenta, una campagna stampa estiva.

A0R731 E Ecstasy pills or tablets close up studio shot methylenedioxymethamphetamine. Image shot 2004. Exact date unknown.

(ecstasy “la nuova droga” vecchia di decenni)

Per campagna stampa s’intende una sorta di dispositivo in parte emanazione di direttive editoriali, in parte azione d’accodamento inconscio dell’anonimo giornalista alla periferia della macchina editoriale. Un meccanismo per azione del quale tutti i fatti riguardanti, o anche solo potenzialmente riguardanti, un singolo tema, di norma marginale o del tutto ignorabile, vengono risucchiati nelle prime pagine dall’aspirapolvere dell’emergenza.

Il motivo per cui magicamente appena parte un’emergenza di questo tipo appaiono ragazzi morti ovunque, tanto che quando torni a casa saresti tentato di guardare sospettosamente dietro il divano caso mai se ne stesse nascosto uno pure lì, è che cambia il sistema di raccolta e di prioritizzazione delle notizie.

Fatti di questo tipo il più delle volte non aumentano realmente, è solo il loro avanzare nella gerarchia interna alle pagine dei giornali e il loro essere riuniti sotto lo stesso cappello, ad aumentare la percezione della loro importanza e della loro incidenza statistica.

Questo è un fenomeno interessante soprattutto perché tanto banale quanto normalmente sottovalutato.

Nel corso di questo processo un ampio numero di eventi vengono ascritti al tema ben prima che ci siano prove a riguardo, con esiti talvolta tragici, torturando senza ombra di umana pietà le vite e la dignità delle persone coinvolte.

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(Ops.)

In altri termini l’attualità emergenziale è un’onda arbitraria, un moto magmatico di melassa paternalista non giustificata dai fatti, e come tale, spoiler alert, una degenerazione del giornalismo.

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SUL TRENO DEI MIGRANTI VERSO LA GERMANIA (Venerdì di Repubblica)

(Una versione ridotta di questo reportage è stata pubblicata sul Venerdì di Repubblica del 21/8)

BOLZANO. “Senta, vi danno i guanti?”. Chiede un uomo sui sessanta a un carabiniere con braccia muscolose, occhiali sportivi neri e baschetto. Siamo al binario tre della stazione di Bolzano in un pomeriggio d’inizio estate, in attesa dell’Eurocity diretto a Monaco di Baviera e il riferimento ovviamente è alla scabbia, una delle parole chiave attorno alla quale ruota il nostro evoluto dibattito mediatico sul flusso di migranti che sbarcano in Sicilia, diretti verso il nord dell’Europa. Forse avremmo potuto parlare di Isaias Afewerki, il dittatore che fa dell’Eritrea quella che alcuni osservatori internazionali chiamano la “Corea del nord” del continente africano, o dell’Isis, o della guerra civile in Siria ma si vede che “Scabbia” era più semplice e immediato. Un po’ come “ruspa” o “mono-neurone”.

Il carabiniere fa “sì-sì” con la testa, che i guanti ce li ha e infatti ne tira fuori un paio di pelle nera e se li infila, poi il treno che stiamo aspettando sferraglia dentro la stazione e un corpo misto polizia-carabinieri si avvia verso il fondo del convoglio. Fanno scendere una quarantina di persone, uomini, donne e bambini piccoli, gli uomini indossano sneakers, jeans stretti e t-shirt colorate, le donne, ugualmente, sono vestite alla occidentale. Gli adulti hanno quell’età in cui in certi paesi si fa famiglia e in altri si fanno stage a 300 euro, in altri ancora tocca scappare da una feroce dittatura o da una guerra.

Un volontario bolzanino spiega in inglese e in arabo ai migranti che ora la Polizia gli darà un documento e poi li faranno mangiare. Loro ascoltano in silenzio con la faccia di chi non capisce perché è dovuto scendere dal treno anche se ha il biglietto. Di Eurocity con la livrea grigio-rossa delle ferrovie austriache diretti a Monaco, da Bolzano ne passano 5 al giorno, a bordo di ognuno ci sono decine di immigrati.

La polizia austriaca ne rimandava in Italia fino ad 80 al giorno, poi nel periodo antecedente al g7 in Germania, i tedeschi hanno sospeso Schengen e gli immigrati sono rimasti bloccati prima ancora di avvicinarsi alla Germania, ovvero in stazione a Bolzano. Il loro viaggio però non si fermava del tutto nemmeno allora: qualcuno attraversava il confine a piedi, altri in auto, altri offrivano senza molto successo soldi a volontari e ferrovieri per farsi scarrozzare al di là del Brennero, altri ancora cercavano un passaggio con il car sharing, qualcuno tornava indietro per provare altri varchi fra l’Italia e l’ambito nord.

Dopo il g7, a inizio estate, il traffico è ripreso a singhiozzo, con un meccanismo che appare poco chiaro e di sicuro molto complicato: i migranti vengono fatti scendere dagli Eurocity a Bolzano, portati al posto della Polfer dove ad ognuno viene dato un foglio, scritto solo in italiano, che li invita a recarsi in questura entro tre giorni per regolarizzare la propria posizione. Sanzioni previste: duecentotre euro di multa o tre mesi di reclusione. Prima che accada qualcosa del genere però sono già andati via con il treno regionale diretto verso il Brennero, l’ultima stazione in Italia. Una volta al confine potranno salire a piccoli gruppi sulla stessa linea di Eurocity da cui sono stati fatti scendere a Bolzano, il tutto sotto lo sguardo silenzioso della polizia.

Nel bivacco fuori dall’ufficio della Polfer incontro Osman, un eritreo ventenne che nonostante la giornata di sole e la giacca che indossa non emette una goccia di sudore. Gli traduco il foglio che gli ha dato la Polizia, per lui come per gli altri andarsene entro tre giorni non è un problema, qui sono tutti diretti a nord.  Lui vuole raggiungere la Svezia e mi chiede se dovrà attraversare di nuovo il mare, dico di “sì ma c’è anche un ponte” “Quanti chilometri?” rilancia, io azzardo un “duemila”, e lui si incupisce un po’. Nel dubbio apro Google Maps e gli mostro la Scandinavia. Osman mi fa cenno di allargare la scala fino a che non compare l’Africa, quando vede che ha già fatto più strada di quanta gliene manca, si mostra di nuovo ottimista. “Arriverò” dice.

Mi mostra con un certo orgoglio la strada che ha compiuto fino ad oggi: fuggito dall’Eritrea ha passato qualche mese a lavorare in Sudan guadagnando molto poco, da lì poi è arrivato a Ajdabiya in Libia dopo una traversata del deserto durata una settimana. “Qui in Italia è molto meglio che in Libia. Li sono tutti armati, donne, bambini, tutti”. Per arrivare in Italia via mare ha speso 1600 dollari. Quando l’inglese non basta a comunicare mi aiuta Achraf, un volontario marocchino di 27 anni che indossa una pettorina azzurra, controlla lo smartphone ogni 30 secondi e parla in arabo coi migranti. Mi racconta la sua vita fatta di lunghe peregrinazioni fra Italia, dove vive il fratello, Austria, Francia e Belgio, una storia d’amore con una ragazza marocchina che vive a Parigi conosciuta su facebook e qualche piccolo precedente penale. Galleggiava a Bolzano in cerca di un lavoro quando ha visto le immagini della stazione in tv ed è venuto a dare una mano. Scambia battute con i migranti, loro ridono e sono un po’ più tranquilli in mezzo alle divise che li circondano, poi dà un’altra occhiata al suo profilo facebook. Vicino a noi incrociano, le mani alla cintura e le gambe larghe, un poliziotto italiano con la Gazza infilata nella tasca posteriore dei pantaloni e una snella poliziotta austriaca, accomunati solo dalla noia sul volto. Qui le pattuglie di Polizia sono miste e in alcune circostanze non sono mancate le tensioni.

Il giorno seguente torno in stazione deciso a raggiungere il Brennero con il treno regionale. Sulla banchina incontro Achraf  e gli chiedo se gli va di accompagnarmi,  lui alza le spalle e poi fa “Sì, sono curioso di vedere cosa succede lassù”. I migranti di oggi sono tutti nuovi, arrivati al mattino, quelli di ieri, compreso Osman, sono già ripartiti nella notte. Il convoglio è pieno e sul vagone gli eritrei se ne stanno seduti in mezzo a signore che parlano in dialetto sudtirolese, bambini biondi, capotreni meridionali e una troupe del canale inglese Channel 4, quelli di Black mirror, che filma tutto. Nel treno che avanza nel verde silvestre della val d’Isarco, s’incrociano le storie che diventano titoli di giornale, servizi per le televisione e trending topic su twitter e quelle che chiamiamo noiosa normalità. Fra un vagone e l’altro, seduti sulle custodie della loro strumentazione,  gli inglesi e il loro producer italiano mi raccontano di essere partiti il mattino da Roma, hanno facce più stravolte di quelle dei migranti e sono decisi a seguirli fino a destinazione, ovunque essa sia.

Un gruppo di eritrei chiede ad Achraf io dove sono diretto. Gli dico che sono italiano, Achraf traduce, e loro rilanciano “C’è il mare al Brennero?” quando gli rispondo di no un po’ divertito, loro ridono, capendo al volo di aver fatto una domanda improbabile. Un controllore guarda i biglietti, sono quelli dell’Eurocity del mattino ma va bene così. Più in là nel convoglio c’è qualcuno che non ha nemmeno quello “Devi scendere alla prossima stazione” dice allora il capotreno in inglese sorprendentemente buono. Alla stazione seguente la banchina rimane ovviamente vuota: non li ha fermati il deserto, non ce la faranno le ferrovie autonome altoatesine.

Achraf mi mostra un video su facebook di un ragazzo nero che parla italiano con un leggero accento milanese, felpa e cappellino da baseball, racconta in video come la gestione degli immigrati sia un grande business prima di tutto per gli italiani. La sua pagina ha diverse migliaia di like,  i commenti sono quasi tutti in italiano e le foto profilo hanno i volti di tutto il mondo.

“Lui è forte eh” chiosa Achraf.

Abdulah se ne sta seduto per terra, il treno è pieno, e ha appoggiato della carta igienica sotto i jeans, per non sporcarli. Un’idea semplice a cui io, che ho sempre a portata di mano una lavatrice e non sono partito dall’Eritrea con uno zaino, non avrei pensato. Achraf insegna ad Abdulah come dire “Brennero” in italiano e gli mostra come si scrive, poi quello chiama un amico e ripete il nome per spiegargli dove si trova.

Nel vagone, seduto composto come un alunno di un collegio nel 1960, una borsa appoggiata sulle ginocchia e le mani giunte, c’è Robel, un ragazzino di 13 anni. È solo, sta cercando di raggiungere il fratello in Germania. Parla anche un po’ d’inglese, racconta di essere in viaggio da 18 mesi, ad un età in cui da noi i suoi coetanei si preparano per gli esami di terza media. Una coppia di sudtirolesi di mezz’età sui sedili di fronte lo ascolta parlare senza sapere bene che espressione fare davanti alla sua storia, esattamente come me. Robel guarda fuori dal finestrino le pendici ripide delle montagne ricoperte di abeti “Avevi mai visto le montagne?” gli chiedo e lui risponde con un sorriso che le montagne ci sono anche in Eritrea e fortunatamente non aggiunge “stolto italiano”. Achraf si segna il suo profilo Facebook, dice di scrivergli nei prossimi giorni per fargli sapere come procede il viaggio verso il fratello. Il treno arriva in questa specie di casetta nel bosco che è la stazione del Brennero. Appena scendiamo i migranti mi chiedono una mano a stendere una grande cartina per terra, e poi domandano in quale parte si trovano esattamente ma quando la guardo mi tocca rispondergli “Guys, this is France”.

Alla fine scaglionati in gruppi, i migranti saranno lasciati risalire sugli Eurocity per Monaco, proprio quelli da cui erano stati fatti scendere a Bolzano. È il fragile e pragmatico equilibrio trovato dagli operatori ai confini europei. I migranti di oggi verranno identificati definitivamente solo dalla polizia germanica, una volta scavalcato il Brennero, attraversata l’Austria e raggiunta  Monaco di Baviera, e a quel punto sarà difficile rispedirli in Italia, perché quello che conta nella gestione dei migranti è dove viene fatta l’identificazione, dove, cioè, vengono prese le impronte digitali.

Il traffico esseri umani attraverso l’Europa scorre così, fra qualche controllo e molti non detti, fra schiene che si girano al momento giusto e molta frustrazione. Sullo sfondo rimangono le tensioni tra Stati che se non si risolvono negli eurogruppi in qualche modo si accomodano ai confini, magari a giorni alterni.

Se è vero come è stato scritto sui giornali urlando allo scandalo che gli immigrati vengono fatti scendere dagli eurocity a Bolzano è altrettanto vero che poche ore dopo qualcuno nella folla di operatori, curiosi, giornalisti e passanti suggerirà di prenderne altri, questa volta indisturbati.

I viaggiatori del mondo globale con le idee molto chiare su dove vogliono andare ma spesso un po’ di meno sul come arrivarci, vengono scaglionati e lasciati transitare un po’ alla volta verso le loro destinazioni.

Aspettano e obbediscono pazienti ad ordini spesso contraddittori, forti della certezza che il peggio è passato.


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CHI CLARKSON SEI? (Riders magazine)

Ascesa e crisi dell’ultimo conduttore televisivo politicamente scorretto.

 

«Quest’Alfa è veloce anche se credo che avrebbero potuto farla più veloce , dopo però sarebbe stata più veloce di una Ferrari, e in Italia è una cosa che non è socialmente accettata, un po’ come vomitare sul Papa»

Non il tipo di frase che vi aspettereste di sentire guardando Easy driver, il programma di motori di Rai uno, né, per essere per una volta concilianti con la televisione di Stato, in nessun altro programma di motori, foss’anche quello della tv francese. Ok, siamo onesti, una frase così non la sentireste in nessun programma giornalistico del mondo, punto. Il fatto è che nonostante questo, o forse proprio per questo, battute del genere funzionano. Funzionano talmente tanto che le sentivano 350 milioni di persone, il pubblico medio di Top Gear, il programma “fattuale” (infelice traduzione italiana per indicare che si tratta di non-fiction) più visto del mondo.  Il passato è d’obbligo, almeno per il momento, perché l’uomo autore di questi e tanti altri commenti simili, Jeremy Clarkson, il più importante del trio di folli uomini di mezz’età che conduceva la trasmissione, ha pensato bene di picchiare uno dei suoi producer, causando la sospensione del programma e il mancato rinnovo del contratto. Per la prima volta dopo 12 anni. Continua a leggere su Riders

Porcellum: il Parlamento italiano è illegittimo?

IL RETROSCENA DEL RETROSCENA DEL RETROSCENA. VIAGGIO NEL GIORNALISMO PARLAMENTARE. (minima&moralia)

 

“Non ce la faccio più” spiega un collega giovane e sveglio che fa cronaca parlamentare da molti anni, a mo’ d’incoraggiante introduzione nel magico mondo della politica vista da vicino. Siamo seduti su un divano del transatlantico della Camera, il luogo dove si fabbricano quelle 5-10 pagine dei quotidiani in cui i politici si mandano messaggi a vicenda sulla testa dei lettori. Da questo salone lungo e discretamente sfarzoso arrivano la maggior parte dei retroscena, spesso anche quelli più irrilevanti, visto che le informazioni buone e esclusive ci sono metodi migliori per comunicarle, strategie visionarie e clandestine tipo: mandare un sms. Qui lo struscio di politici, giornalisti e commessi non conosce sosta e si confabula alacremente. La ripartizione spaziale del potere è abbastanza intuitiva: le figure importanti stazionano in un punto, quelle medie si coagulano attorno a loro, i cazzoni alla base della piramide sociale (io) vanno avanti e indietro. Continua a leggere su minima&moralia

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Perchè ho amato The Newsroom (Internazionale)


Provare a immaginare quello che vogliono gli spettatori e poi provare a soddisfarlo è generalmente una cattiva ricetta per ottenere qualcosa di buono.–Aaron Sorkin

Ci sono molti insegnamenti che si possono ricavare da The Newsroom, la splendida serie Hbo di Aaron Sokin che si è conclusa il 14 dicembre: il primo, il più ovvio, e forse il meno interessante dei quali, è che se massacri il giornalismo probabilmente non sarà poi così facile trovare tutti questi giornalisti pronti a tessere le tue lodi. Questo è solo uno e non certo l’unico motivo per cui The Newsroom è stata fra le opere di Sorkin più amate dal pubblico, ma al tempo stesso quella che ha diviso maggiormente la critica, che non le ha risparmiato stroncature, rivolte soprattutto contro la prima stagione.

Che non sarebbe stato uno show dalle mezze misure si era capito subito dal famoso monologo iniziale che affrontava uno dei più grandi tabù d’oltreoceano: l’America non è necessariamente il miglior paese del mondo.(Continua a leggere su Internazionale)

“LASCIA STARE LA GALLINA” (Bompiani) è in libreria

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(2° edizione agosto 2015)

Arguto come un racconto di Flaiano, vorticoso come un trip di Irvine Welsh

 Style-Corriere della Sera

Un film in attesa di essere girato

La Repubblica

 Un romanzo italiano tra i migliori degli ultimi anni

Wired

Dopo “La Ferocia” di Nicola Lagioia un nuovo romanzo accende i riflettori sulla parte di società meridionale in cui bene e male sono indistinguibili

Il Giornale

Un affresco morale sul potere nell’italia di oggi

Venerdì di Repubblica

Un racconto a più voci che non dà tregua. Un linguaggio brillante, che elettrizza, inchioda alla lettura. Una scrittura serrata, ironica in maniera sorprendente

Io Donna- Corriere della sera

Un vero professionista della parola scritta (…) Violenza tanta, energia moltissima. Sesso, droga, e dance hall.

Quotidiano di Lecce

Non è solo un thriller ma anche una commedia tragicomica sulle impudenze (e gli impuniti) della scalata al potere.

DonnaModerna

Un libro totem che ogni salentino dovrebbe leggere

Lecce Prima

Un breaking bad salentino formato cartaceo

Finzioni

“Lascia stare la gallina” è nella decina finalista del

Premio-sila-49

LASCIA STARE LA GALLINA è in tutte le librerie e su:

Amazon

Ibs

Feltrinelli

Tour di presentazione #gallinaovunque

GALLINAOVUNQUE

#gallinaovunque

Prossime date:

30.08 Ostuni- Ostuni pop Caffè frida ore 20.30

04.09 Treviso – HOME Festival

Date passate

Torino 17 maggio- h 15. 00 Stand Ibs.it – Salone del libro Host: Madaski ( Africa unite)

Milano 26 maggio h. 18. 30  Santeria. Host: Marco Alfieri

Prato 27 maggio h. 18  Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. Incontro per la serie Changes “Da inchieste a storie: il futuro del giornalismo” Host: David Allegranti

Firenze 3 giugno Feltrinelli P.zza della repubblica h.18.30 host Mario Cristiani

Bologna 5 giugno Feltrinelli due torri h 18 host Ivano Porpora

Roma 10 giugno h 19.30 Giufà host Gipi

Milano 13 giugno h.18.30 Open ( questa non è una presentazione del mio libro ma parlerò assieme ad Andrea Girolami del suo di libro, che è molto bello anche se non ha una gallina in copertina e non succedono cose turpi)

Bolzano 18 giugno h.19 Pippo stage host: Fabio Gobbato

Trento 19 giugno h 18 Bookique Trento feat Anansi

Lecce 27 giugno Feltrinelli

Cosenza 28 luglio Libreria Mondadori  (premio sila 49)

Gubbio – Doc Fest 9 agosto

Torre dell’Orso (le) 11 Agosto La Casaccia

San Cataldo (le) 18 Agosto Lido York

 

per richieste di organizzazione di presentazioni o incontri   quitthedoner@mail.com

 

IMG_2661(Torre dell’Orso. Uno dei luoghi del romanzo)

 

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