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CHI CLARKSON SEI? (Riders magazine)

Ascesa e crisi dell’ultimo conduttore televisivo politicamente scorretto.

 

«Quest’Alfa è veloce anche se credo che avrebbero potuto farla più veloce , dopo però sarebbe stata più veloce di una Ferrari, e in Italia è una cosa che non è socialmente accettata, un po’ come vomitare sul Papa»

Non il tipo di frase che vi aspettereste di sentire guardando Easy driver, il programma di motori di Rai uno, né, per essere per una volta concilianti con la televisione di Stato, in nessun altro programma di motori, foss’anche quello della tv francese. Ok, siamo onesti, una frase così non la sentireste in nessun programma giornalistico del mondo, punto. Il fatto è che nonostante questo, o forse proprio per questo, battute del genere funzionano. Funzionano talmente tanto che le sentivano 350 milioni di persone, il pubblico medio di Top Gear, il programma “fattuale” (infelice traduzione italiana per indicare che si tratta di non-fiction) più visto del mondo.  Il passato è d’obbligo, almeno per il momento, perché l’uomo autore di questi e tanti altri commenti simili, Jeremy Clarkson, il più importante del trio di folli uomini di mezz’età che conduceva la trasmissione, ha pensato bene di picchiare uno dei suoi producer, causando la sospensione del programma e il mancato rinnovo del contratto. Per la prima volta dopo 12 anni. Continua a leggere su Riders

Reportage: L’epidemia di Xylella in Salento (Internazionale)

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Narra il mito che quando Poseidone e Atena si sfidarono per il dominio sull’Attica, il primo percosse il terreno con il suo tridente e fece sgorgare dell’acqua salata, la dea invece scelse di piantare un ulivo. Quel giorno si decise a furor di popolo non solo che il nome della città destinata a sorgere in quel luogo sarebbe stato Atene – non Poseidonia e nemmeno Poseidonopoli – ma si strinse anche e soprattutto il legame tra gli antichi greci e la pianta dell’ulivo, con le sue molteplici virtù e la sua nodosa maestosità.

Nella Bibbia la fine del diluvio è annunciata dal ritorno della colomba che porta un ramo di ulivo, nell’antica Roma a capodanno i giovani bussavano alle porte dei vicini per offrire in dono rami di, indovinate un po’ di cosa, esatto, di ulivo. Dal canto mio, uno dei miei primi ricordi d’infanzia è la scena in cui mio nonno, con un analogo sebbene indubbiamente più modesto intento simbolico, pone un me di forse tre o quattro anni età, nipote cicciotto frutto di incrocio con le nordiche genti, alla guida di un aratro legato a una mula in mezzo ai suoi ulivi.

La cosa a sorpresa non degenera in incidente agricolo e articolo di cronaca sul Quotidiano di Lecce, ma sopravvivo e ne scaturisce una foto. Da qui, probabilmente, la nitidezza un po’ artefatta del ricordo. Anche se da tempo, per la mia famiglia, gli ulivi hanno smesso di rappresentare un lavoro e sono andati dispersi tra le infinite sorelle di mio padre (riproduzione endemica, ancestrale vizio delle famiglie cattoliche), ne possediamo ancora un centinaio, il che, considerato che in Salento ce ne sono undici milioni, mi rende potenziale ereditiero dello 0,009 per cento del patrimonio olivicolo leccese. Al lordo delle mie, di sorelle.

Oggi queste piante si trovano dentro la cosiddetta zona infetta dal batterio xyllela, la peste degli ulivi arrivata probabilmente su una pianta ornamentale dalla Costa Rica. Ho imparato percorrendo il Salento in lungo e in largo che xylella e quello che ci gira attorno sono questioni molto complesse, ma due punti preliminari vanno chiariti subito: il primo è che per il batterio da quarantena al momento non esiste una cura e non si intravvede nemmeno la possibilità di raggiugerne una a breve termine. Il secondo è che zona infetta non significa che tutti gli alberi siano infetti, ma che la provincia di Lecce è stata definita dalle autorità zona dove non ci si aspetta più di riuscire a eradicare il batterio perché ormai l’infezione è troppo diffusa.

Non è quindi solo con lo spirito del cronista ma anche con quello del nipote che vede minacciate le proprie radici e quello del microproprietario terriero afflitto dalle circostanze avverse, che raggiungo il Salento in auto con mio padre: io per capire cos’è esattamente xylella, quanto è grave la situazione, cosa si può fare, lui per curare i suoi ulivi, per il momento ancora sani, come fa regolarmente da quando tanti anni fa ha lasciato il sud.

Per raggiungerli attraversiamo una Lecce il cui viale dell’Università è stranamente al buio, involontaria anticipazione del clima di lutto che si respira per le strade.

Un lutto in larga parte inespresso, strisciante, nascosto sotto la narrazione dominante sui mass media, classici, online e social, che è quella del complotto. Su facebook riscuotono like, la nuova unità di misura della verità, a migliaia, gli appelli di guaritori, dell’insospettabile agronoma Sabina Guzzanti, del noto scienziato in forza ai Sud Sound System Nandu Popu, dei comitati più disparati che si diffondono sul territorio al diffondersi della malattia, e di fantomatici untori, dai più classici a quelli che esprimono un maggior grado di delirio, a sentire l’internet è tutta colpa della Monsanto, degli alieni, dei baresi, delle catene inglesi di alberghi o, come ha sostenuto un sito cattolico, di un dio che prende una deriva da antico testamento e si appresta a punire il suo popolo per le sue manchevolezze morali, o chissà, viene il sospetto, per aver votato un presidente di regione omossessuale.

Più grave ancora dell’immaginifica caccia all’untore è la negazione della malattia, perché agevola la diffusione dell’epidemia. Una parte importante del Salento oggi è paragonabile a un malato quasi terminale, che invece di percorrere la strettissima e complicata via per combattere la diffusione del morbo, strada resa ancora più angusta da uno stato che non mette sul tavolo i soldi necessari, si rivolge a maghi e sciamani, come da peggiore tradizione italica.
Se lutto c’è, qui siamo ancora largamente nella fase di negazione, un rifiuto figlio di pregiudizi antichi veicolati con i mezzi digitali del nostro tempo. Il risultato è un terreno paludoso in cui le istituzioni preposte a gestire l’emergenza annaspano visibilmente.

L’unica fragile barriera, frutto di lunghe trattative e compromessi, che le istituzioni hanno provato a porre al diffondersi dell’epidemia è stato il piano del commissario Silletti, reso pubblico proprio durante i giorni del mio viaggio in Salento, e che oggi, a poche settimane di distanza, mentre sistemo le ultime righe di questo reportage, è bloccato dal tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio. Il pronunciamento arriva poco dopo una nuova decisione in sede europea, proprio alla vigilia dell’entrata nella seconda, fondamentale, parte delle operazioni fitosanitarie. Per capire cosa significhi tutto questo è necessario tornare a quei giorni in cui il piano era appena stato approvato, e io mi aggiravo tra gli ulivi salentini. Continua a leggere su Internazionale

 

 

 

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Bratislava può attendere: il Suv Lamborghini lo facciamo a casa nostra

(Questo articolo è apparso sul Venerdì di Repubblica del 3/7/2015)

“Scusa spostati, un attimo” dice il mio accompagnatore, mi faccio in là e mi sfila davanti uno scintillante blocco motore di 6 mila e 500 centimetri cubici di cilindrata e 700 cavalli di potenza, che, se non ne avete mai visto uno, per capirsi è grande come un piccolo orso e pesa 235 chili. Si muove silenzioso e serafico, come non sarai mai più una volta acceso, a bordo di un carrello elettronico privo di pilota, in viaggio verso la linea di produzione dove gli operai si occuperanno di alloggiarlo in un vano motore.

Sono nello stabilimento Lamborghini (di proprietà di Audi dal 1999) a Sant’Agata Bolognese, dove tutto è talmente tecnologicamente avanzato, asettico ed elegante che più che in una fabbrica di automobili sembra di stare in un comparto della NASA deputato a costruire razzi stradali color ramarro per quei i miliardari di ogni parte del mondo che siano al tempo stesso appassionati di velocità e privi timidezza. Qui si fanno vetture estreme tanto nei contenuti tecnici quanto nelle forme, auto per i garage di pochi e per i poster di molti.

Negli 80mila metri quadrati dello stabilimento non c’è rumore, si parla tranquillamente senza alzare la voce, nell’aria non ci sono pulviscoli di sorta, le auto in assemblaggio stanno ferme 90 minuti ad ognuna delle 12 stazioni sulla linea di produzione, la retribuzione è il 30% più alta della media di settore, di Charlie Chaplin manco l’ombra, e neppure di Gianmaria Volonté, tanto che la Fiom ha approvato l’ultimo accordo praticamente all’unanimità.

Nelle due linee attualmente in funzione si producono 15 vetture al giorno, 5 Aventador (la macchina con il mostruoso dodici cilindri  che se va in giro da solo) e 10 Huracan, il modello più piccolo da soli 610 cavalli che siete liberi di immaginare anche come 12 Fiat Panda fuse assieme  e tenute senza cibo per una settimana. Il fatturato del 2014 è stato di 629 miloni di euro, ovvero + 24% rispetto al 2013. Il primo modello, l’Aventador viene via a partire da 329.400 euro, l’Huracan parte invece da 206.790, non esattamente spiccioli, ma l’azienda spende in ricerca il 20% del fatturato, contro il 5% della media di settore. In tutto comunque fanno 1.175 dipendenti a tempo indeterminato, nel 2000 erano 400. Ora la buona notizia è che nel 2018 con l’apertura della nuova linea di produzione del nuovo Suv Urus, dovrebbero aumentare di altre 500 unità.

Già perché, che la produzione del Suv più lussuoso del mondo dovesse rimanere qui a Sant’Agata, 7312 anime e 36 chilometri da Bologna,  non era affatto scontato, visto che il gruppo Volkswagen (di cui Audi a sua volta fa parte) aveva già uno stabilimento adatto a Bratislava.

“Abbiamo combattuto per rimanere qua” mi dice il direttore industriale Ranieri Niccoli “ perché qui ci sono le competenze”. E chissà forse perché una Lamborghini fatta in Slovacchia non avrebbe avuto lo stesso fascino.  Una grossa mano comunque l’hanno data anche istituzioni e sindacati.  In tutto 87 milioni fra aiuti e sgravi, divisi fra ministero dello sviluppo economico, Invitalia e Regione Emilia Romagna. Gli investimenti di Audi dovrebbero invece oscillare fra gli 800 milioni e il miliardo.

In un certo senso è un ritorno al passato perché secondo alcuni il suv fu inventato proprio da Lamborghini, negli anni 80, con il mostruoso LM002, un enorme fuoristrada di lusso che montava lo stesso motore della Countach. Consumava come una petroliera, superava i 200km/h nonostante le 2 tonnellate di peso,  e venne venduto soprattutto in medio oriente, in genere a fini umanisti del calibro di Uday Hussein, figlio di Saddam, il cui  sfortunato esemplare fu fatto saltare in area dai Marines americani. In Lamborghini ora confidano di vendere il nuovo Urus a gente che faccia a pieno titolo parte dell’economia legale, e anzi sono fiduciosi che troveranno circa 3000 persone l’anno pronte a sborsare 200mila euro ad esemplare.

Nel frattempo hanno vinto riconoscimenti come “Top Employer” e “Impresa etica”, hanno piantato un bosco dietro allo stabilimento, costruito il primo edificio industriale di classe energetica A in Italia, finanziato la stagione teatrale del paese e con l’acquisto dei nuovi terreni per Urus anche i lavori di ristrutturazione della scuola materna. Ho chiesto al sindaco Giusepe Vicinelli se c’era qualcosa che non funzionasse da queste parti “I turisti “ è stata la sua risposta  “arrivano allo stabilimento che però è sulla provinciale e in paese per ora non ci mettono piede, dobbiamo cercare di attirarli. Abbiamo tante cose, come ad esempio “la sala della partecipanza” un’antica istituzione di origine matilidica che faceva ruotare la proprietà delle terre fra le famiglie più antiche del paese. Chi se ne andava, anche il paese di fianco, veniva escluso per sempre.” Se il sindaco riuscirà nel suo intento, milionari o semplici turisti americani, sauditi, o indiani, in visita alla Lamborghini potrebbero sentirsi raccontare di un passato lontano in cui se lasciavi il paese perdevi la ricchezza, un rischio che in Audi non hanno voluto correre.

IL RETROSCENA DEL RETROSCENA DEL RETROSCENA. VIAGGIO NEL GIORNALISMO PARLAMENTARE. (minima&moralia)

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“Non ce la faccio più” spiega un collega giovane e sveglio che fa cronaca parlamentare da molti anni, a mo’ d’incoraggiante introduzione nel magico mondo della politica vista da vicino. Siamo seduti su un divano del transatlantico della Camera, il luogo dove si fabbricano quelle 5-10 pagine dei quotidiani in cui i politici si mandano messaggi a vicenda sulla testa dei lettori. Da questo salone lungo e discretamente sfarzoso arrivano la maggior parte dei retroscena, spesso anche quelli più irrilevanti, visto che le informazioni buone e esclusive ci sono metodi migliori per comunicarle, strategie visionarie e clandestine tipo: mandare un sms. Qui lo struscio di politici, giornalisti e commessi non conosce sosta e si confabula alacremente. La ripartizione spaziale del potere è abbastanza intuitiva: le figure importanti stazionano in un punto, quelle medie si coagulano attorno a loro, i cazzoni alla base della piramide sociale (io) vanno avanti e indietro. Continua a leggere su minima&moralia

Perchè ho amato The Newsroom (Internazionale)

the-newsroomProvare a immaginare quello che vogliono gli spettatori e poi provare a soddisfarlo è generalmente una cattiva ricetta per ottenere qualcosa di buono.–Aaron Sorkin

Ci sono molti insegnamenti che si possono ricavare da The Newsroom, la splendida serie Hbo di Aaron Sokin che si è conclusa il 14 dicembre: il primo, il più ovvio, e forse il meno interessante dei quali, è che se massacri il giornalismo probabilmente non sarà poi così facile trovare tutti questi giornalisti pronti a tessere le tue lodi. Questo è solo uno e non certo l’unico motivo per cui The Newsroom è stata fra le opere di Sorkin più amate dal pubblico, ma al tempo stesso quella che ha diviso maggiormente la critica, che non le ha risparmiato stroncature, rivolte soprattutto contro la prima stagione.

Che non sarebbe stato uno show dalle mezze misure si era capito subito dal famoso monologo iniziale che affrontava uno dei più grandi tabù d’oltreoceano: l’America non è necessariamente il miglior paese del mondo.(Continua a leggere su Internazionale)

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