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LA DISTANZA SIDERALE DEI GIORNALI ITALIANI DALLA REALTÀ

Poche cose riescono ad essere al tempo stesso così sbagliate e anacronistiche come la campagna stampa su giovani, droghe e discoteche che molti media italiani, soprattutto cartacei, hanno imbastito quest’estate.

 

1. DISTANZA DAI FATTI

Il primo livello di errore, che già di per sé basterebbe per chiudere baracca e burattini, è quello fattuale: in Italia non esiste alcuna emergenza droga da discoteca,  lo dimostrano i dati: da noi si consumano meno droghe che negli altri paesi europei, l’uso è in calo e l’ecstasy non è certo la più letale delle sostanze psicotrope.

Qui però, subdola e ricattatoria come una vecchia zia che dice “vedi che ti ho fatto la lasagna” quando sei a dieta, entra in gioco la “presupposta bontà della causa”.

Come ci ha da tempo abituato la nostra tradizione giornalistica, alla mancanza di un riscontro fattuale si sopperisce con la volontà, così profondamente italiana, di recitare in pubblica piazza le nostre buone intenzioni. Il sottinteso è che da sole bastano per renderci persone migliori.

Un po’ come nel vecchio caso della campagna sui femminicidi (un problema inesistente sotto forma di emergenza statistica, come dimostrai a suo tempo qui) chi vorrebbe vedere dei ragazzini morti per droga per causa della spectre delle discoteche, notoriamente il vero potere forte che comanda il Paese?

(Deve essere per lo strapotere della lobby del ballo, ad esempio, che uno dei più grossi festival europei-il Rototom Sunsplash- si è dovuto spostare dal Friuli alla Spagna. Ben fatto, potente lobby!)

Nel paese del giornalismo come opinione superficiale scritta possibilmente da ex sessantottini o piccoli statisti figli del ‘77, il fatto che una causa appaia genericamente giusta è purtroppo più che sufficiente a bypassare quello scomodo orpello chiamato “realtà”.

Insomma il refrain della moglie del reverendo Lovejoy “ma nessuno pensa ai bambini?”, sul quale cristianamente e un po’ paraculamente si chiudono nell’età della senescenza anni e anni di grossolane rivendicazioni sociali, ha la meglio sulla realtà e nasce così, inesorabile e violenta, una campagna stampa estiva.

A0R731 E Ecstasy pills or tablets close up studio shot methylenedioxymethamphetamine. Image shot 2004. Exact date unknown.

(ecstasy “la nuova droga” vecchia di decenni)

Per campagna stampa s’intende una sorta di dispositivo in parte emanazione di direttive editoriali, in parte azione d’accodamento inconscio dell’anonimo giornalista alla periferia della macchina editoriale. Un meccanismo per azione del quale tutti i fatti riguardanti, o anche solo potenzialmente riguardanti, un singolo tema, di norma marginale o del tutto ignorabile, vengono risucchiati nelle prime pagine dall’aspirapolvere dell’emergenza.

Il motivo per cui magicamente appena parte un’emergenza di questo tipo appaiono ragazzi morti ovunque, tanto che quando torni a casa saresti tentato di guardare sospettosamente dietro il divano caso mai se ne stesse nascosto uno pure lì, è che cambia il sistema di raccolta e di prioritizzazione delle notizie.

Fatti di questo tipo il più delle volte non aumentano realmente, è solo il loro avanzare nella gerarchia interna alle pagine dei giornali e il loro essere riuniti sotto lo stesso cappello, ad aumentare la percezione della loro importanza e della loro incidenza statistica.

Questo è un fenomeno interessante soprattutto perché tanto banale quanto normalmente sottovalutato.

Nel corso di questo processo un ampio numero di eventi vengono ascritti al tema ben prima che ci siano prove a riguardo, con esiti talvolta tragici, torturando senza ombra di umana pietà le vite e la dignità delle persone coinvolte.

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(Ops.)

In altri termini l’attualità emergenziale è un’onda arbitraria, un moto magmatico di melassa paternalista non giustificata dai fatti, e come tale, spoiler alert, una degenerazione del giornalismo.

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SUL TRENO DEI MIGRANTI VERSO LA GERMANIA (Venerdì di Repubblica)

(Una versione ridotta di questo reportage è stata pubblicata sul Venerdì di Repubblica del 21/8)

BOLZANO. “Senta, vi danno i guanti?”. Chiede un uomo sui sessanta a un carabiniere con braccia muscolose, occhiali sportivi neri e baschetto. Siamo al binario tre della stazione di Bolzano in un pomeriggio d’inizio estate, in attesa dell’Eurocity diretto a Monaco di Baviera e il riferimento ovviamente è alla scabbia, una delle parole chiave attorno alla quale ruota il nostro evoluto dibattito mediatico sul flusso di migranti che sbarcano in Sicilia, diretti verso il nord dell’Europa. Forse avremmo potuto parlare di Isaias Afewerki, il dittatore che fa dell’Eritrea quella che alcuni osservatori internazionali chiamano la “Corea del nord” del continente africano, o dell’Isis, o della guerra civile in Siria ma si vede che “Scabbia” era più semplice e immediato. Un po’ come “ruspa” o “mono-neurone”.

Il carabiniere fa “sì-sì” con la testa, che i guanti ce li ha e infatti ne tira fuori un paio di pelle nera e se li infila, poi il treno che stiamo aspettando sferraglia dentro la stazione e un corpo misto polizia-carabinieri si avvia verso il fondo del convoglio. Fanno scendere una quarantina di persone, uomini, donne e bambini piccoli, gli uomini indossano sneakers, jeans stretti e t-shirt colorate, le donne, ugualmente, sono vestite alla occidentale. Gli adulti hanno quell’età in cui in certi paesi si fa famiglia e in altri si fanno stage a 300 euro, in altri ancora tocca scappare da una feroce dittatura o da una guerra.

Un volontario bolzanino spiega in inglese e in arabo ai migranti che ora la Polizia gli darà un documento e poi li faranno mangiare. Loro ascoltano in silenzio con la faccia di chi non capisce perché è dovuto scendere dal treno anche se ha il biglietto. Di Eurocity con la livrea grigio-rossa delle ferrovie austriache diretti a Monaco, da Bolzano ne passano 5 al giorno, a bordo di ognuno ci sono decine di immigrati.

La polizia austriaca ne rimandava in Italia fino ad 80 al giorno, poi nel periodo antecedente al g7 in Germania, i tedeschi hanno sospeso Schengen e gli immigrati sono rimasti bloccati prima ancora di avvicinarsi alla Germania, ovvero in stazione a Bolzano. Il loro viaggio però non si fermava del tutto nemmeno allora: qualcuno attraversava il confine a piedi, altri in auto, altri offrivano senza molto successo soldi a volontari e ferrovieri per farsi scarrozzare al di là del Brennero, altri ancora cercavano un passaggio con il car sharing, qualcuno tornava indietro per provare altri varchi fra l’Italia e l’ambito nord.

Dopo il g7, a inizio estate, il traffico è ripreso a singhiozzo, con un meccanismo che appare poco chiaro e di sicuro molto complicato: i migranti vengono fatti scendere dagli Eurocity a Bolzano, portati al posto della Polfer dove ad ognuno viene dato un foglio, scritto solo in italiano, che li invita a recarsi in questura entro tre giorni per regolarizzare la propria posizione. Sanzioni previste: duecentotre euro di multa o tre mesi di reclusione. Prima che accada qualcosa del genere però sono già andati via con il treno regionale diretto verso il Brennero, l’ultima stazione in Italia. Una volta al confine potranno salire a piccoli gruppi sulla stessa linea di Eurocity da cui sono stati fatti scendere a Bolzano, il tutto sotto lo sguardo silenzioso della polizia.

Nel bivacco fuori dall’ufficio della Polfer incontro Osman, un eritreo ventenne che nonostante la giornata di sole e la giacca che indossa non emette una goccia di sudore. Gli traduco il foglio che gli ha dato la Polizia, per lui come per gli altri andarsene entro tre giorni non è un problema, qui sono tutti diretti a nord.  Lui vuole raggiungere la Svezia e mi chiede se dovrà attraversare di nuovo il mare, dico di “sì ma c’è anche un ponte” “Quanti chilometri?” rilancia, io azzardo un “duemila”, e lui si incupisce un po’. Nel dubbio apro Google Maps e gli mostro la Scandinavia. Osman mi fa cenno di allargare la scala fino a che non compare l’Africa, quando vede che ha già fatto più strada di quanta gliene manca, si mostra di nuovo ottimista. “Arriverò” dice.

Mi mostra con un certo orgoglio la strada che ha compiuto fino ad oggi: fuggito dall’Eritrea ha passato qualche mese a lavorare in Sudan guadagnando molto poco, da lì poi è arrivato a Ajdabiya in Libia dopo una traversata del deserto durata una settimana. “Qui in Italia è molto meglio che in Libia. Li sono tutti armati, donne, bambini, tutti”. Per arrivare in Italia via mare ha speso 1600 dollari. Quando l’inglese non basta a comunicare mi aiuta Achraf, un volontario marocchino di 27 anni che indossa una pettorina azzurra, controlla lo smartphone ogni 30 secondi e parla in arabo coi migranti. Mi racconta la sua vita fatta di lunghe peregrinazioni fra Italia, dove vive il fratello, Austria, Francia e Belgio, una storia d’amore con una ragazza marocchina che vive a Parigi conosciuta su facebook e qualche piccolo precedente penale. Galleggiava a Bolzano in cerca di un lavoro quando ha visto le immagini della stazione in tv ed è venuto a dare una mano. Scambia battute con i migranti, loro ridono e sono un po’ più tranquilli in mezzo alle divise che li circondano, poi dà un’altra occhiata al suo profilo facebook. Vicino a noi incrociano, le mani alla cintura e le gambe larghe, un poliziotto italiano con la Gazza infilata nella tasca posteriore dei pantaloni e una snella poliziotta austriaca, accomunati solo dalla noia sul volto. Qui le pattuglie di Polizia sono miste e in alcune circostanze non sono mancate le tensioni.

Il giorno seguente torno in stazione deciso a raggiungere il Brennero con il treno regionale. Sulla banchina incontro Achraf  e gli chiedo se gli va di accompagnarmi,  lui alza le spalle e poi fa “Sì, sono curioso di vedere cosa succede lassù”. I migranti di oggi sono tutti nuovi, arrivati al mattino, quelli di ieri, compreso Osman, sono già ripartiti nella notte. Il convoglio è pieno e sul vagone gli eritrei se ne stanno seduti in mezzo a signore che parlano in dialetto sudtirolese, bambini biondi, capotreni meridionali e una troupe del canale inglese Channel 4, quelli di Black mirror, che filma tutto. Nel treno che avanza nel verde silvestre della val d’Isarco, s’incrociano le storie che diventano titoli di giornale, servizi per le televisione e trending topic su twitter e quelle che chiamiamo noiosa normalità. Fra un vagone e l’altro, seduti sulle custodie della loro strumentazione,  gli inglesi e il loro producer italiano mi raccontano di essere partiti il mattino da Roma, hanno facce più stravolte di quelle dei migranti e sono decisi a seguirli fino a destinazione, ovunque essa sia.

Un gruppo di eritrei chiede ad Achraf io dove sono diretto. Gli dico che sono italiano, Achraf traduce, e loro rilanciano “C’è il mare al Brennero?” quando gli rispondo di no un po’ divertito, loro ridono, capendo al volo di aver fatto una domanda improbabile. Un controllore guarda i biglietti, sono quelli dell’Eurocity del mattino ma va bene così. Più in là nel convoglio c’è qualcuno che non ha nemmeno quello “Devi scendere alla prossima stazione” dice allora il capotreno in inglese sorprendentemente buono. Alla stazione seguente la banchina rimane ovviamente vuota: non li ha fermati il deserto, non ce la faranno le ferrovie autonome altoatesine.

Achraf mi mostra un video su facebook di un ragazzo nero che parla italiano con un leggero accento milanese, felpa e cappellino da baseball, racconta in video come la gestione degli immigrati sia un grande business prima di tutto per gli italiani. La sua pagina ha diverse migliaia di like,  i commenti sono quasi tutti in italiano e le foto profilo hanno i volti di tutto il mondo.

“Lui è forte eh” chiosa Achraf.

Abdulah se ne sta seduto per terra, il treno è pieno, e ha appoggiato della carta igienica sotto i jeans, per non sporcarli. Un’idea semplice a cui io, che ho sempre a portata di mano una lavatrice e non sono partito dall’Eritrea con uno zaino, non avrei pensato. Achraf insegna ad Abdulah come dire “Brennero” in italiano e gli mostra come si scrive, poi quello chiama un amico e ripete il nome per spiegargli dove si trova.

Nel vagone, seduto composto come un alunno di un collegio nel 1960, una borsa appoggiata sulle ginocchia e le mani giunte, c’è Robel, un ragazzino di 13 anni. È solo, sta cercando di raggiungere il fratello in Germania. Parla anche un po’ d’inglese, racconta di essere in viaggio da 18 mesi, ad un età in cui da noi i suoi coetanei si preparano per gli esami di terza media. Una coppia di sudtirolesi di mezz’età sui sedili di fronte lo ascolta parlare senza sapere bene che espressione fare davanti alla sua storia, esattamente come me. Robel guarda fuori dal finestrino le pendici ripide delle montagne ricoperte di abeti “Avevi mai visto le montagne?” gli chiedo e lui risponde con un sorriso che le montagne ci sono anche in Eritrea e fortunatamente non aggiunge “stolto italiano”. Achraf si segna il suo profilo Facebook, dice di scrivergli nei prossimi giorni per fargli sapere come procede il viaggio verso il fratello. Il treno arriva in questa specie di casetta nel bosco che è la stazione del Brennero. Appena scendiamo i migranti mi chiedono una mano a stendere una grande cartina per terra, e poi domandano in quale parte si trovano esattamente ma quando la guardo mi tocca rispondergli “Guys, this is France”.

Alla fine scaglionati in gruppi, i migranti saranno lasciati risalire sugli Eurocity per Monaco, proprio quelli da cui erano stati fatti scendere a Bolzano. È il fragile e pragmatico equilibrio trovato dagli operatori ai confini europei. I migranti di oggi verranno identificati definitivamente solo dalla polizia germanica, una volta scavalcato il Brennero, attraversata l’Austria e raggiunta  Monaco di Baviera, e a quel punto sarà difficile rispedirli in Italia, perché quello che conta nella gestione dei migranti è dove viene fatta l’identificazione, dove, cioè, vengono prese le impronte digitali.

Il traffico esseri umani attraverso l’Europa scorre così, fra qualche controllo e molti non detti, fra schiene che si girano al momento giusto e molta frustrazione. Sullo sfondo rimangono le tensioni tra Stati che se non si risolvono negli eurogruppi in qualche modo si accomodano ai confini, magari a giorni alterni.

Se è vero come è stato scritto sui giornali urlando allo scandalo che gli immigrati vengono fatti scendere dagli eurocity a Bolzano è altrettanto vero che poche ore dopo qualcuno nella folla di operatori, curiosi, giornalisti e passanti suggerirà di prenderne altri, questa volta indisturbati.

I viaggiatori del mondo globale con le idee molto chiare su dove vogliono andare ma spesso un po’ di meno sul come arrivarci, vengono scaglionati e lasciati transitare un po’ alla volta verso le loro destinazioni.

Aspettano e obbediscono pazienti ad ordini spesso contraddittori, forti della certezza che il peggio è passato.


LSG COVER SITO 2° RISTAMPA

 

 

 

 

 

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clarkson

CHI CLARKSON SEI? (Riders magazine)

Ascesa e crisi dell’ultimo conduttore televisivo politicamente scorretto.

 

«Quest’Alfa è veloce anche se credo che avrebbero potuto farla più veloce , dopo però sarebbe stata più veloce di una Ferrari, e in Italia è una cosa che non è socialmente accettata, un po’ come vomitare sul Papa»

Non il tipo di frase che vi aspettereste di sentire guardando Easy driver, il programma di motori di Rai uno, né, per essere per una volta concilianti con la televisione di Stato, in nessun altro programma di motori, foss’anche quello della tv francese. Ok, siamo onesti, una frase così non la sentireste in nessun programma giornalistico del mondo, punto. Il fatto è che nonostante questo, o forse proprio per questo, battute del genere funzionano. Funzionano talmente tanto che le sentivano 350 milioni di persone, il pubblico medio di Top Gear, il programma “fattuale” (infelice traduzione italiana per indicare che si tratta di non-fiction) più visto del mondo.  Il passato è d’obbligo, almeno per il momento, perché l’uomo autore di questi e tanti altri commenti simili, Jeremy Clarkson, il più importante del trio di folli uomini di mezz’età che conduceva la trasmissione, ha pensato bene di picchiare uno dei suoi producer, causando la sospensione del programma e il mancato rinnovo del contratto. Per la prima volta dopo 12 anni. Continua a leggere su Riders

Porcellum: il Parlamento italiano è illegittimo?

IL RETROSCENA DEL RETROSCENA DEL RETROSCENA. VIAGGIO NEL GIORNALISMO PARLAMENTARE. (minima&moralia)

 

“Non ce la faccio più” spiega un collega giovane e sveglio che fa cronaca parlamentare da molti anni, a mo’ d’incoraggiante introduzione nel magico mondo della politica vista da vicino. Siamo seduti su un divano del transatlantico della Camera, il luogo dove si fabbricano quelle 5-10 pagine dei quotidiani in cui i politici si mandano messaggi a vicenda sulla testa dei lettori. Da questo salone lungo e discretamente sfarzoso arrivano la maggior parte dei retroscena, spesso anche quelli più irrilevanti, visto che le informazioni buone e esclusive ci sono metodi migliori per comunicarle, strategie visionarie e clandestine tipo: mandare un sms. Qui lo struscio di politici, giornalisti e commessi non conosce sosta e si confabula alacremente. La ripartizione spaziale del potere è abbastanza intuitiva: le figure importanti stazionano in un punto, quelle medie si coagulano attorno a loro, i cazzoni alla base della piramide sociale (io) vanno avanti e indietro. Continua a leggere su minima&moralia

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Perchè ho amato The Newsroom (Internazionale)


Provare a immaginare quello che vogliono gli spettatori e poi provare a soddisfarlo è generalmente una cattiva ricetta per ottenere qualcosa di buono.–Aaron Sorkin

Ci sono molti insegnamenti che si possono ricavare da The Newsroom, la splendida serie Hbo di Aaron Sokin che si è conclusa il 14 dicembre: il primo, il più ovvio, e forse il meno interessante dei quali, è che se massacri il giornalismo probabilmente non sarà poi così facile trovare tutti questi giornalisti pronti a tessere le tue lodi. Questo è solo uno e non certo l’unico motivo per cui The Newsroom è stata fra le opere di Sorkin più amate dal pubblico, ma al tempo stesso quella che ha diviso maggiormente la critica, che non le ha risparmiato stroncature, rivolte soprattutto contro la prima stagione.

Che non sarebbe stato uno show dalle mezze misure si era capito subito dal famoso monologo iniziale che affrontava uno dei più grandi tabù d’oltreoceano: l’America non è necessariamente il miglior paese del mondo.(Continua a leggere su Internazionale)

“LASCIA STARE LA GALLINA” (Bompiani) è in libreria

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(2° edizione agosto 2015)

Arguto come un racconto di Flaiano, vorticoso come un trip di Irvine Welsh

 Style-Corriere della Sera

Un film in attesa di essere girato

La Repubblica

 Un romanzo italiano tra i migliori degli ultimi anni

Wired

Dopo “La Ferocia” di Nicola Lagioia un nuovo romanzo accende i riflettori sulla parte di società meridionale in cui bene e male sono indistinguibili

Il Giornale

Un affresco morale sul potere nell’italia di oggi

Venerdì di Repubblica

Un racconto a più voci che non dà tregua. Un linguaggio brillante, che elettrizza, inchioda alla lettura. Una scrittura serrata, ironica in maniera sorprendente

Io Donna- Corriere della sera

Un vero professionista della parola scritta (…) Violenza tanta, energia moltissima. Sesso, droga, e dance hall.

Quotidiano di Lecce

Non è solo un thriller ma anche una commedia tragicomica sulle impudenze (e gli impuniti) della scalata al potere.

DonnaModerna

Un libro totem che ogni salentino dovrebbe leggere

Lecce Prima

Un breaking bad salentino formato cartaceo

Finzioni

“Lascia stare la gallina” è nella decina finalista del

Premio-sila-49

LASCIA STARE LA GALLINA è in tutte le librerie e su:

Amazon

Ibs

Feltrinelli

Tour di presentazione #gallinaovunque

GALLINAOVUNQUE

#gallinaovunque

Prossime date:

30.08 Ostuni- Ostuni pop Caffè frida ore 20.30

04.09 Treviso – HOME Festival

Date passate

Torino 17 maggio- h 15. 00 Stand Ibs.it – Salone del libro Host: Madaski ( Africa unite)

Milano 26 maggio h. 18. 30  Santeria. Host: Marco Alfieri

Prato 27 maggio h. 18  Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. Incontro per la serie Changes “Da inchieste a storie: il futuro del giornalismo” Host: David Allegranti

Firenze 3 giugno Feltrinelli P.zza della repubblica h.18.30 host Mario Cristiani

Bologna 5 giugno Feltrinelli due torri h 18 host Ivano Porpora

Roma 10 giugno h 19.30 Giufà host Gipi

Milano 13 giugno h.18.30 Open ( questa non è una presentazione del mio libro ma parlerò assieme ad Andrea Girolami del suo di libro, che è molto bello anche se non ha una gallina in copertina e non succedono cose turpi)

Bolzano 18 giugno h.19 Pippo stage host: Fabio Gobbato

Trento 19 giugno h 18 Bookique Trento feat Anansi

Lecce 27 giugno Feltrinelli

Cosenza 28 luglio Libreria Mondadori  (premio sila 49)

Gubbio – Doc Fest 9 agosto

Torre dell’Orso (le) 11 Agosto La Casaccia

San Cataldo (le) 18 Agosto Lido York

 

per richieste di organizzazione di presentazioni o incontri   quitthedoner@mail.com

 

IMG_2661(Torre dell’Orso. Uno dei luoghi del romanzo)

 

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ANGELA MERKEL È UNA VERA ATENIESE (Rivista Il Mulino)

Osservare la parabola con cui dai festeggiamenti per il “no” al referendum greco passando per il discorso di Tsipras all’Europarlamento la Grecia si è schiantata contro il muro della dura realtà dei rapporti di potere, mi ha fatto tornare in mente il noto dialogo, riportato da Tucidide, fra gli abitanti dell’Isola di Melo e i potenti ateniesi, solo che questa volta gli ateniesi erano interpretati dai tedeschi, in un  ricorso storico un po’ cinico, baro e, forse, coi calzetti bianchi. Allora si era nel corso della guerra del Peloponneso e la flotta ateniese approdò presso l’isola di Melo per spiegare ai suoi abitanti (coloni spartani) che la loro neutralità nel conflitto non sarebbe più stata tollerata. Non perché non fosse giusta, condivisibile o perché poco educata, ma perché da abitanti dell’isola di Melo quali erano, semplicemente, non potevano permettersela, se ad Atene la pensavano diversamente.

Spesso questo dialogo è considerato uno dei primi momenti storici in cui vengono esplicitate le forze che regolano i rapporti fra potenze.

Tucidide mette in bocca ai portavoce ateniesi e a quelli dell’isola di Melo tutte quelle valutazioni di forza che di norma si occultano dietro proclami di giustizia e diritto.

A questo proposito sono soprattutto gli ateniesi ad avere idee molto chiare:

«Poiché voi sapete tanto bene quanto noi che, nei ragionamenti umani, si tiene conto della giustizia quando la necessità incombe con pari forze su ambo le parti; in caso diverso, i più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano».

Oggi questa frase aiuta a illuminare quell’errore che è stato anche di Tsipras, aver cioè scelto di giocare una partita sui valori politici, partendo però da una posizione subordinata, in un contesto in cui non si vince per il miglior argomento retorico, ma per la capacità d’imporre la propria linea con qualsiasi mezzo. Continua a leggere su Rivista Il Mulino

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“Hotel immagine” di Simone Donati e un po’ anche mio

 

I nomi collettivi servono a far confusione. “Popolo, pubblico… “Un bel giorno ti accorgi che siamo noi. Invece, credevi che fossero gli altri

E. Flaiano

Qualche tempo fa ricevetti un email di un fotografo che mi chiedeva di scrivere postfazione e didascalie per un libro di foto sull’Italia. Si chiamava Simone Donati e lavorava per Der Spiegel Le Monde, Newsweek , Internazionale e l’Espresso e soprattutto era molto bravo, per cui gli dissi di sì.

Mercoledì 23  alle ore 21 io e Simone saremo alla Fabbrica del vapore a Milano a presentare quello che ne è venuto fuori.

Il lavoro di Simone per questa raccolta ruota attorno ad alcuni luoghi d’Italia dove l’immagine si fonde con la fede, la massa con l’identità il tricolore con una serie di cose di cui pubblicamente tendiamo a vergognarci ma che poi, per dire, ubriacandoci a cena con dei tedeschi finiremmo probabilmente per difendere, almeno un po’ o almeno alcune.

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(questa ad esempio no)

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SE FACEBOOK SI MANGIA TUTTO (Venerdì di Repubblica)

Come Facebook vuole inglobare l’informazione – (articolo pubblicato sul “Venerdì di Repubblica” del 31 luglio)

“Chi è l’editore di questo o quel giornale?”

era una domanda che fino a qualche anno fa non presentava un alto grado di complessità, oggi però non è più così. “Facebook istant articles”, l’ultima trovata dell’azienda di Menlo Park, è stata presentata come un’opportunità per tutte le parti in causa, ma potrebbe essere solo l’inizio di un’ulteriore rivoluzione, dove per rivoluzione s’intende un cambiamento in cui alla fine i produttori di contenuti saranno più deboli e le aziende della Silicon valley più forti.

Niente di particolarmente nuovo, questo è infatti lo spirito del tempo.

L’idea è relativamente semplice: Facebook offre agli editori una piattaforma interna al social network dove pubblicare i propri articoli senza bisogno di ridirigere il lettore su un sito esterno. Per ora si tratta di testate del calibro del New York Times e del National Geographic, ma in futuro il servizio potrebbe aprirsi ad altre realtà editoriali.

Il vantaggio è che l’impaginazione dell’articolo è più bella, efficiente e si carica molto più in fretta, questo significa più traffico, quindi più pubblicità. Le condizioni per il momento sono anche vantaggiose: il 100% degli introiti pubblicitari per le inserzioni trovate dall’editore, il 70% per quelle gestite da Facebook.

Il punto di svolta però va ben oltre l’incrementata efficienza per il consumatore, si tratta di un cambiamento ben più ampio, i giornali non trattano più con il social network come soggetti esterni ma diventano di fatto produttori di contenuti interni al grande sito-mondo dove gli uomini e le donne della nostra epoca riversano spontaneamente i propri dati e costruiscono una parte sempre maggiore delle loro identità.

La maggior parte dei giornali ricevono già adesso più della metà del traffico da Facebook, e il social network ora si attrezza per inglobarli. Al tempo stesso non è da oggi che gli editori investono nella promozione delle proprie pagine Facebook per aumentare il lettorato, senza avere per altro alcuna garanzia che la sovrastruttura impalpabile sui cui spendono il loro denaro non cambi in futuro, ovviamente senza chiedere il permesso.

È già successo ad esempio quando l’algoritmo del social network ha smesso di mostrare a tutti i fan di una pagina ogni suo aggiornamento, selezionandone solo una parte sulla base dell’impatto della notizia. Semplificando molto sarebbe come un edicolaio che decidesse di spingere alcuni giornali ( ma sarebbe meglio dire singoli articoli) piuttosto che altri, sulla base delle successo che hanno appena vengono pubblicati o, alternativamente, perché viene pagato per farlo. Pubblicare direttamente su Facebook inoltre significa rinunciare a sviluppare i propri canali e a una buona fetta della propria autonomia.

Ed è qui che la domanda “chi è l’editore?” si complica. Il punto teorico è che il produttore di contenuti, lungi dall’aver ottenuto quella disintermediazione che è spesso eletta simbolo di internet, diventa in realtà sempre più dipendente da un singolo intermediario che ha una dimensione globale, un gigante che detta le condizioni e rifiutarle significa ogni giorno di più diventare invisibili. Nel frattempo il social network incamera dati sempre più precisi su quello che i lettori vogliono, e un giorno potrebbe anche decidere che arrivata l’ora di produrre le news da sé, avendo a disposizione una platea di utenti sempre più vicina a quella della popolazione mondiale.

Una platea di cui il social network sa tutto, età, gusti, e, se non sappiamo resistere al metterlo online, anche l’ultima volta che ci siamo sbronzati con indosso un capello da coniglio.

Chissà se allora serviranno ancora i produttori esterni, o se il sito-mondo sarà diventato editore, tipografo, giornalista e in un certo senso anche lettore.

Quel giorno noi saremo Facebook.

 

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LA CANZONE PIÙ ASCOLTATA DELLA STORIA (Lo straniero)

(questo articolo è uscito sul numero di agosto-settembre de Lo Straniero)

L’uomo moderno è schiavo della modernità. Non vi è alcun progresso che non volga alla sua più completa schiavitù.

L’agio ci incatena.

Paul Valèry

“Sto per mettere la canzone più suonata della storia” dice il dj “anche se non si sente quasi mai in radio”. Messa così suona come un enigma ma non c’è tempo di provare a risolverlo perché la stessa voce svela immediatamente l’arcano: sta parlando di Marimba la più nota suoneria dell’Iphone.

Loro sono su Radio Due ai campionati europei fra radio e il prossimo pezzo tocca all’Estonia, io sono in macchina, sotto la pioggia, nel centro di Bologna, ma quando parte il remix d’n’b di Marimba fatto dal dj giapponese Pandaboy sospetto che ci spostiamo un po’ tutti, io, loro, le persone in ascolto, in una terra di mezzo, nata dalla sovrapposizione fra il pesante tappeto delle responsabilità e il lucido pavimento delle cose che fai per divertirti. Forse avrei dovuto premettere che la pioggia mette a dura prova non solo il sistema di sbrinamento della mia Peugeot modello Ahmadinejad ma anche le mie metafore.

Ad ogni modo il punto è che questa specie di sottofondo drum and bass posto surrettiziamente sotto Marimba, il suono chiave di quella che Aleksandar Hemon chiamerebbe le “terre sommerse della vita responsabile”, è straniante, e non solo perché non particolarmente riuscito.

Avverto un brivido di quelli che mi capitano quando concepisco l’io come parte di un tutto immenso ed armonico o quando l’universo sembra dire: “No, non sta bruciando una fabbrica della Bialetti dall’altro della strada, spegni il caffè deficiente”.

Il punto è che la temibile suoneria Marimba è l’estrema propaggine acustica del lacciuolo elettronico conosciuto come iphone, monolite dal sistema operativo perennemente aggiornabile che va da ultimo ritrovato della tecnica a inservibile oggetto di quasi antiquariato in soli dodici mesi, fenice di alluminio al modico prezzo di 850 euro and counting.

Questo suono, dicevo, è l’anti-estasi, il contrario dell’abbandono, rappresenta il richiamo al mondo delle responsabilità, del lavoro, degli altri che richiedono attenzioni, risposte, spediscono mail, condividono gattini con preghiera di smiley, sottintendono complicità con meme, richiedono fatturazioni, ti contattano per dirti “Scrivo di pesca sportiva alla trota su pontremolioggi.it mi aiuti ad entrare a VICE?”, o pongono retoriche domande come “non è bellissima?” intendo ovviamente la di loro figlia  ritratta mentre fa cose figliesche, buffe e tenerose, che esigono a gran voce come minimo un pollice in su e silenzi cortesi riguardo le grandi verità ultime sull’esistenza che mal si sposano con giocattoli, quaderni delle elementari e tutta quell’implicita speranza per il futuro .

Quasi mi viene da piangere al suono che tiene insieme tutta questa roba, che un tempo poteva essere anche comunicazione fra esseri umani ma oggi è soprattutto onnipresente rumore bianco, mal equalizzato assieme a una musica pensata per essere ballata con null’altro in mente che sé stessa, accanto a persone reali, in luoghi reali.

La sensazione di due mondi che si scontrano non si ferma a un generico disagio ma subdola sottintende un legame ben più sistemico e insidioso di quello improvvisato da Pandaboy fra divertimento e utensili per la produzione: il legame ultimo fra lavoro e fun, fra intrattenimento e forme della tecnologia sempre più simpatiche, affascinanti, ineludibili, nel pieno dell’era in cui i prodotti sono emozioni e i lavori più ambiti non quelli che garantiscono il pane ma la piena realizzazione del sé, qualsiasi cosa questo significhi.

Sorpassata l’epoca in cui la felicità si cercava nella vita, forsanche sotto forma di pesca sportiva a Pontremoli, o in varie, eventuali e spesso improbabili forme di rivolta, oggi pare nascosta nelle pieghe del lavoro cool, che a ben pensarci altro non è che il trionfo del pensiero aziendalista perfettamente compiuto. Un lavoro sempre più accompagnato da interfacce ergonomiche e suonerie ritmiche, da monopoli aziendali tecnologici vicini all’onniscienza che vegliano, schedano e connettono perché noi ci si possa sorvegliare a vicenda.

Oggetti che nobilitano quello che facciamo portandoci per inconscia assonanza in quello che conta a livello mondiale, quando ad esempio il suono di ricezione di un sms è lo stesso di quello del telefono di Frank Underwood in House of cards, così anche se è solo il messaggio che state finendo il credito potete sentirvi al centro di un qualcosa di più grande e importante.

Nel mentre si contrae lo spazio libero, quello dedicato all’abbandono, alla musica all’arte, al divertimento come sovvertimento momentaneo dell’ordine responsabile, ma anche alla solitudine e al dolore, di per sé molto poco fun, perché il vero business è la misurazione dell’essere umano in ogni suo aspetto, l’imperativo è tradurre in numero, rendere efficiente, stare connessi, uniti, mediamente felici, almeno in quanto costumer.

Se ci fosse un suono, per il mondo del conformismo efficiente del silicio in divenire sarebbe il suono ipnotico di Marimba, l’inno del tempo dove tutto è pulito e sorride con la gentilezza anonima dell’impiegato alla reception e la vita, quella vera, un sorvolabile rimosso.

(da Lo straniero n.182/183)


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