Gomorra: “Ehi Hbo, abbiamo una serie!” (Linkiesta)

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Come un libro mediocre abbia potuto generare la migliore serie tv italiana comparsa fino a ora

Rileggere Gomorra di primo mattino è un po’ come alzarsi e picchiare il giornalismo d’inchiesta con un tubo Innocenti finché non sanguina la sua anima spezzata dal colon. Frase che fa schifo ma è l’effetto collaterale del rientrare in contatto nel 2014 con preziosi passaggi del best seller di Saviano come «un ano di mare che si allarga con grande dolore di sfinteri» che poi sarebbe il porto di Napoli, detto poco più avanti anche «un’appendice infetta mai degenerata in peritonite». Anni dopo, le pagine di Gomorra continuano a grondare metafore “sangue e merda” nel tentativo di fare sembrare il libro un reportage americano ma generando un effetto più simile a un’edizione cartacea di Lucignolo.

Così temevo il peggio mentre il treno sfrecciava verso Roma, direzione premiere di Gomorra la serie, e ripassavo il ritmo spezzato simil-Ellroy ma privo di ogni traccia di ironia della prosa di Saviano e i tanti momenti in prima persona poco credibili dentro il libro che ha venduto più di 10 milioni di copie e generato una nuova divinità laica per una parte di elettorato italiano e gli autori di Fabio Fazio.

Al di là dello stile difficilmente digeribile e delle esagerazioni assolutistiche tipiche di qualsiasi argomento Saviano si occupi («Non c’è stupefacente che venga introdotto in Europa che non passi prima dalla piazza di Secondigliano», sì, vabbè Roberto), Gomorra aveva anche avuto due meriti: parlare di una realtà che in pochi conoscevano e portare avanti la tesi, fino ad allora relegata ad aree movimentiste, che tutto sommato la grande criminalità organizzata non sia altro che capitalismo armato, feroce e più efficiente.

Contavo per ciò su questi due pregi, che offrivano ampio materiale narrativo, e nella fiducia nell’unico canale italiano che aveva osato trasmettere una serie con dei PERSONAGGI CATTIVI (Romanzo Criminale), ma nella vita non si sa mai. Metti che a un certo punto un cinese nella serie si fosse messo a parlare una lingua «sparata fuori dai denti come una mitraglietta» o che nella trama tutto fosse sembrato «chiaro, ovvio, suturato alla pelle del quotidiano». Erano rischi non da poco. Tuttavia per la gioia della mia vicina di sedile che non ce la faceva più a sentirmi mugugnare dolore ogni volta che incappavo nelle metafore pulp-Novella duemila di Saviano, la stazione Termini era ormai alle porte.

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L’orgoglio della nullafacenza (Linkiesta)

Nel saggio “In pausa” Andrew Smart teorizza la necessità dell’ozio e la libertà da Social Network

woman-sunbathing I dotti si vergognano dell’otium. L’ozio e l’oziare sono invece nobili cose. Se l’ozio è realmente il padre di tutti i vizi, si trova proprio per questo nelle immediate vicinanze di tutte le virtù; l’uomo ozioso è ancora un uomo migliore dell’attivo. Voi però non crederete mica che io con ozio e oziare mi riferisca a voi, vero, poltroni?

F. Nietzsche - Umano, troppo umano §284

Qualche giorno fa sono stato dal medico. Un tizio in gamba, della mia stessa età che conosce il mio mestiere (ok lo conosceall’incirca: gli devo aver detto che faccio il ghostwriter di Cirino Pomicino). Mi ha chiesto come andavano le cose e gli ho risposto che mi sarebbe piaciuto prendermi una settimana di ferie per riuscire a dormire un po’. Ha sorriso e mi ha detto che con gli ultimi tagli al personale anche lui fa dei turni impossibili ma ovviamente non può lamentarsi, perché è già tanto avere un lavoro di questi tempi eccetera eccetera. Ho annuito dal medesimo angolo impegnativo ma ancora privilegiato della tempesta. Alla fine l’ho salutato e gli ho promesso che sì, gli avrei salutato tanto l’onorevole. Uscito dall’ospedale ho chiamato un amico che lavora nell’immobiliare per chiedergli se aveva tempo per pranzare assieme, prima mi ha detto di no, cinque minuti dopo mi ha richiamato dicendo che era riuscito a incastrare due cose guadagnando quaranta minuti di tempo per alimentarsi. Durante il pranzo ha ricevuto cinque chiamate e un numero imprecisato di messaggi e mail e risolto una situazione abbastanza complicata fra l’insalata e il caffè. Io sono stato più fortunato, nel mentre ho ricevuto solo tre mail di lavoro. Alta aristocrazia rispetto a quando collaboravo con un quotidiano cartaceo che era solito spedire alle undici di sabato sera i compiti della settimana seguente. Sorprendentemente si aspettavano che rispondessi senza sbiascicare i caratteri e senza utilizzare vocativi zoologici di lontana derivazione religiosa.

Tornando a casa dall’ultimo reportage ho passato un paio di ore di autostrada ad ascoltare il fotografo, che fa anche il commerciale per un’azienda, parlare con capi e clienti. Erano le nove di sera di venerdì. A un certo punto qualcuno all’altro capo della linea gli ha chiesto di mandare un certo file entro domenica e il suo labiale ha preso sembianze molto simili alle mie mail irate che nei sabati della mia era cartacea poi rimanevano nelle bozze.

Questi non sono casi isolati, grossomodo funziona così per tutti i miei conoscenti sotto i cinquanta con un lavoro: ogni limite orario è stato tacitamente abolito e sostituito con monoliti neri che vibrano quando non dovrebbero. O così o puoi sempre unirti al resto dei tuoi amici che mandano curriculum e sguazzano nella fangosa depressione da stigma sociale sulla disoccupazione e noiosa nullafacenza priva di denaro. (la nullafacenza con il denaro invece è, come noto, fuck yeah). Continua a leggere su Linkiesta

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Perché Gipi è perfetto per il Premio Strega (Linkiesta)

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Perché Unastoria è, al limite, un po’ troppo bello per la competizione letteraria più discussa

Ci sono pochi autori che possono raccontare come sui volti degli uomini, un tempo perfettamente lisci, le cavità siano state segnate dalle lacrime di dolore, senza farti pensare d’istinto «ehi ciccio guarda che non sono mica una matricola del Dams a cui devi levare le mutandine». Gipi è uno di questi.

Unastoria è uno dei migliori libri che abbia letto nell’ultimo anno, ed è quindi con un certo stupore che ho appreso la notizia prima della sua candidatura e poi della sua entrata nella rosa ristretta di dodici titoli del premio Strega. Questo perché normalmente equiparo le fascette dei premi letterari ai puntini bianchi sul cappello dei funghi velenosi: il modo con cui l’ecosistema libraio mi comunica ciò da cui devo stare alla larga.

Mi rendo perfettamente conto che, per il gioco dei grandi numeri e delle anomalie della matrice, qualche volta può capitare l’accidente di un bel libro che vinca un premio e che io, muovendomi fra gli scaffali come un erbivoro timoroso dei grandi predatori editoriali, rischi di perdermelo. Eppure l’anarchico andare per librerie alla ricerca di un nuovo amore in mezzo a selve di carta ingiustamente strappata al suo destino di albero, e la sensazione di profonda comunanza umana che avverto quando scopro di potermi fidare dei consigli letterari di un amico, sono piaceri che ritengo, chissà perché, superiori rispetto alla cieca fede nell’indicazione degli avidi colossi dell’industria del libro. E poi toglimi il passatempo di cercare bei libri e di procurarmi, le volte che scopro un autore interessante, tutta la sua opera compresi i quaderni delle medie, e l’unico piacere che mi rimane è chiamare la polizia quando i bambini che giocano nel cortile sotto casa fanno troppo casino.

Per tutti questi motivi, più il mio odio per la palla avvelenata, ora che nella rosa del più importante premio letterario italiano c’è Unastoria ringrazio di averlo già letto. In realtà questo articolo mi gira in testa da qualche mese, ci ho messo un bel po’ a decidermi a scriverlo perché Gipi è un mio amico e inizialmente mi sono posto delle questioni di opportunità, spazzate infine via dalle quattro-cinque volte in cui ho riletto Unastoria ricevendo la stessa disarmante sensazione: la consapevolezza di essere di fronte a uno di quei libri in grado di parlarti con essenzialità, pulizia e poesia delle grandi forze che scorrono sotterrane nella vita. (continua a leggere su Linkiesta)

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Beppe Grillo, il baratro antidemocratico (Linkiesta)

Questo articolo su Linkiesta mi è valso l’inserimento nelle liste di proscrizione di  Grillo. Beppe é fatto così, non fai in tempo ad accusarlo di essere un fascista, che lui ti mette all’indice sul suo blog confermando tutto. In redazione hanno lanciato in risposta l’hashtag #iostoconquit contro le liste di proscrizione per i giornalisti, cosa di cui li ringrazio.

Q.

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Sabato scorso ho fatto colazione leggendo il reportage di Carlotta Gall sulla connivenza fra l’Isi, il servizio segreto pakistano, e Bin Laden. Un bel pezzo che racconta come degli apparati di sicurezza pakistani riescano da anni a giocare su due tavoli, avendo dall’altra parte non San Marino, ma la più grande potenza militare e tecnologica del mondo. Una volta finito di leggerlo, come sempre si fa con tutto il male che esce dalle pagine dei giornali, sia esso uno tsunami in Indonesia o un editoriale di Polito, ho riposto questa storia da qualche parte sul fondo della mente, sicuro che non ci avrei ripensato presto. Ero anche altrettanto sicuro che l’etichetta giusta per archiviare quei fatti fosse “cose che accadono dall’altra parte del mondo / riflessioni metodologiche sul giornalismo / fatti una vita Quit”.
La storia però è tornata fuori prima del previsto quando in serata (continua a leggere su Linkiesta)

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Perché True Detective non è la rivoluzione (Vice)

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In Quinto Potere di Sidney Lumet, una assistente sintetizza a una splendida Faye Dunaway, dirigente di un network televisivo americano, alcune sceneggiature. In ognuna delle quali c’è sempre un tizio “burbero ma dal cuore d’oro.”
Era il 1976.
Trentotto anni dopo, il mondo, o sarebbe meglio dire le bacheche di Facebook sulle quali una piccola parte della popolazione fa professione quotidiana di apostasia nei confronti dell’orrido “sceneggiato italiano” e le sue legioni di preti, medici e sbirri buoni, ha gridato a più voci alla rivoluzione e alla serie definitiva per l’arrivo di True Detective e per il “detective Rust”, “un burbero dal cuore d’oro” che ha letto più libri dei suoi omologhi un po’ scemi e alcolizzati degli anni Settanta.

Ora che la prima stagione di questa serie antologica è terminata (ogni anno storia, personaggi e location diverse, altra cosa che ha eccitato gli animi), si può tranquillamente affermare che la portata della sua tanto decantata visionarietà si limita al rinnovamento di un ambito ben specifico: quello del crime con potenzialità generaliste. Generaliste per gli standard di un Paese che sa produrre narrativa di qualità, ovviamente. In True detective non c’è nessuna tragedia contemporanea, né collettiva come in The Wire, né personale come in Breaking Bad: non siamo di fronte ad un capolavoro, ma a una serie interessante soprattutto per i suoi elementi di sperimentazione.

In True detective c’è l’eterna lotta fra il male e il bene che però occupano campi ben definiti, opposti e inconciliabili. Alla fine di un lungo percorso di morte si compie l’esorcismo e l’equilibrio si ricompone, la classica struttura del giallo.
Perché dunque tanto clamore? (Continua a leggere su Vice)

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Flaiano, Sorrentino e La grande bruttezza (Linkiesta)

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Da tempi non sospetti scrivo che La grande bellezza è un film sopravvalutato. Ovviamente ora che Sorrentino ha affiancato Gigi D’Alessio (1° nella chart di Billboard) nel cuore degli americani non ho cambiato idea, ma sono felice che il nostro Paese sia ancora in grado di esportare prodotti culturali di grande levatura come i versi immortali «con le tue braccia vivo e amo ancora/quante emozioni mi regali ancora» e i fenicotteri rosa.

La grande bellezza fallisce sotto una quantità di aspetti che avrebbero ucciso nella culla qualsiasi altro film privo del sostegno di quella corazzata cultural-mediatica che ne ha fatto una bandiera dell’Italia, che lo volessimo o meno.

Un articolo da Repubblica.it

(ma anche no)

Il film ha una struttura debole, una scrittura autocompiaciuta, spesso dozzinale e fa un uso sistematico di situazioni grottesche e immaginifiche ogni qual volta si infila in un vicolo cieco, là, cioè, dove altri, ingenui e banali, userebbero strumenti demodé come una sceneggiatura. Continua a leggere su Linkiesta

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Elogio dell’inutilità della filosofia (Linkiesta)

Tempi-ModerniOggi uno dei modi più a buon mercato di accaparrarsi approvazione è sparare ad alzo zero sulla filosofia e sulla sua “inutilità” ai fini sociali. Ironia della sorte, di solito poche cose come questi pezzi ricchi di luoghi comuni e disperatamente poveri di struttura dimostrano quanto in realtà di filosofia ce ne sia un gran bisogno.

Personalmente ritengo che una delle più grandi fortune della mia vita sia stata aver avuto al liceo una professoressa di latino che ripeteva sempre: «Vede, Doner» (ci dava sempre del Lei e si riferiva a noi con nomi di fantasia che sarebbero stati inventati solo anni dopo) «le cose più importanti nella vita sono quelle inutili». Assumeva, come tutti noi in quella stanza, il concetto di “utilità” in voga nella produttiva provincia dove ci trovavamo, ovvero “utile” era ciò che procurava arricchimento, generava beni materiali e accumulazione di denaro, sostanzialmente il discorso del Vater ne Il giocatore di Dostoevsky. “Inutili” invece erano tutte quelle arti liberali senza le quali in tavola ci sarebbe stato comunque da mangiare. Sarà stato per questo che la metà del tempo, con notevole ottimismo nei nostri confronti, ci parlava in latino e se le facevamo una domanda ci rispondeva «Scusi non la sento, devo mettere gli occhiali», poi infilata la sua vecchia montatura fissata con lo scotch di carta si faceva ripetere il quesito e forniva la risposta. Era una persona con una cultura sterminata la cui autorità derivava dal sapere più che da modi autoritari o inutilmente seriosi, altro insegnamento che non mi avrebbe più abbandonato. (Continua a leggere su Linkiesta)

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Perchè Renzi rischia di autorottamarsi (Linkiesta)

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Da rottamatore a presidente del consiglio via rimpasto, la strada è lunga e rischiosa. Il primo pericolo lungo la scalata di Renzi a palazzo Chigi senza passare dalle elezioni è puramente comunicativo, che oggi come oggi è come dire politico in senso stretto. Una manovra come questa potrebbe colpire al cuore la sua immagine di uomo nuovo, estraneo ai giochi di potere, per quanto possa esserlo uno che punta prima o poi a governare in una democrazia occidentale e non sparare ultrasuoni per anelli mancanti dell’evoluzione su un blog che vende dvd e senso di superiorità morale. Il problema di un Renzi  alle prese con un ribaltone è che “Non sono l’uomo dei palazzi, mi hanno solo messo qui” non suona esattamente come “l’Italia Cambia Verso”.

E Renzi è Renzi anche perché è in grado di sbattere i pugni sui tavoli romani sapendo che il suo asset fondamentale è l’immagine che ha presso il resto del Paese. È un politico che convive abbastanza felicemente con la sua percezione, cosa che dovrebbe essere come andare in bicicletta per chi sceglie questo lavoro ma in realtà fa di lui un albino nel Kenya del centrosinistra italiano.Continua a leggere su Linkiesta

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Caso Electrolux. Dammi risposte complesse (Linkiesta)

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«Dammi risposte complesse» chiede il protagonista in Una storia l’ultimo, bellissimo, libro di Gipi. Lo stesso desiderio che è legittimo provare di fronte alla dichiarazioni dei politici a diktat come quelli della Electrolux sull’avvicinamento dei salari italiani a quelli polacchi, pena la delocalizzazione. Debora Serracchiani fa appello ad un’istanza di carattere morale, ricordando che quando Electrolux arrivò in Italia «Ricevette un sacco di soldi, qualche miliardo di lire, dalla Regione. Dovrebbe ora preoccuparsi di quello che lascia sul territorio dopo che l’ha spolpato» ma appare drammaticamente priva dei mezzi necessari per dare un seguito a questa considerazione. Vendola utilizza l’arma dell’indignazione «Come al solito chi paga è la vittima», Salvini evita il bisogno che si specifichi a quale partito appartiene sparando una bestialità senza senso «A questo ci ha portato l’Unione Sovietica Europea». Non dimenticare Stalin e le Clarks, Matteo. A parte l’impagabile neo segretario della Lega e la sua penna orgogliosamente intinta nella più bieca ignoranza delle forme politiche, di fronte all’inerzia in cui vengono risucchiati i politici in questi casi non si può fare a meno di rilevare come gli strumenti a loro disposizione siano pochi ed insufficienti. (continua a leggere su Linkiesta)

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Reportage: la realtà diminuita dei Google Glass (Linkiesta)

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«Devi parlare più forte»
Dice il mio interlocutore, che a questo punto sta incominciando a innervosirsi.
Perciò ripeto:
«Record a video»

Ma il prisma dei Google Glass, in alto a sinistra del mio campo visivo, continua a mostrare le opzioni del menu, irriverente e immobile come un impiegato delle poste provvisto di un buon sindacalista. Il mio contatto mi guarda e scuote la testa esasperato e so esattamente cosa sta pensando.

Non deve essergli mai successo nulla del genere nelle uscite precedenti ed è visibilmente deluso, ma non dalla macchina bensì da me. Non è infatti possibile arrabbiarsi con un oggetto provvisto di un’interfaccia così userfriendly, mentre è perfettamente sano farlo con un umano così facciadasberle. (Continua a leggere su Linkiesta)

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Perchè non sarà “Spaghetti Story” a salvare il cinema italiano (Linkiesta)

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Dopo una serie di delusioni cinematografiche più o meno intense, recentemente ho visto “American Hustle” e sono finalmente uscito di sala pensando “Questo è  un signor film”. Probabilmente c’era anche una breve giaculatoria tipica del nord est che qui ometto perché il Paese in cui vivo è laico e tollerante fino a un certo punto. Attori, regia, sceneggiatura, tutti di alto livello. Tornando a casa con la soddisfazione tipica di chi ha visto un film privo di fenicotteri che appaiono a cazzo di cane in uno scomposto tentativo di scimmiottare Fellini, ho pensato: perché non può essere sempre così? Con modi e codici diversi ma con la stessa efficacia, professionalità e bravura nel raccontare una storia? Perché il nostro cinema è, a parte qualche meritoria eccezione, chiuso nella forbice fra cinepanettoni e sbrodolamenti autoreferenziali?

American Hustle non è un capolavoro che rimarrà nella storia, bensì il frutto di una serie d’invidiabili professionalità che hanno lavorato bene assieme producendo un ottimo risultato. Personaggi non scontati, sfaccettati, pieni di un’umanità che non esonda mai dal punto del fiume dove l’aspetti, ma sempre in un luogo un po’ diverso che si rivela migliore di quello a cui avevi pensato istintivamente (come, cioè, se lo sceneggiatore avesse fatto il suo lavoro), una poetica innovativa, attori straordinari e una totale dedizione alla storia.

Il  tipo di opera che all’uscita dal cinema ti fa pensare due cose: 1. Soldi e tempo spesi bene 2. Ammiro chi ha fatto questo film perché ci ha messo un grado d’intelligenza, talento e lavoro sufficiente ad onorare l’arte in cui si è cimentato.

La domanda che ne segue è: potrà mai il cinema italiano tornare ai tempi in cui queste capacità erano un suo patrimonio consolidato?

Pochi giorni dopo essermi posto questo domande, mentre sono di passaggio a Milano incappo nella proiezione di “Spaghetti story” il piccolo caso cinematografico di Natale, un film prodotto a Roma con soli 15mila euro che ha registrato numerosi sold out in giro per la penisola. Con tutte le cautele nelle aspettative, necessarie per un film costato così poco, decido di andare a vederlo. Non si sa mai, magari è qui che si celano, quanto meno in nuce, i germi della “rinascita”. Speranze che vengono frustrate grossomodo subito. (Continua a leggere su Linkiesta)

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Umano, troppo umano – La vera storia di San Giuseppe (reload-Linkiesta)

«Dove voi vedete cose ideali, io vedo cose umane, ahi troppo umane»
F. Nietzsche

Una volta fuori dalla grotta, Giuseppe respirò a fondo. Doveva cercare di riordinare le idee. Alzò lo sguardo al cielo stellato e fece schioccare il collo piegandosi sul lato destro. A metà del gesto si rese impietosamente conto che indugiare in gesti meccanici come quello poteva fargli guadagnare qualche altro secondo ma la realtà dei fatti ormai andava coagulandosi inesorabile nella sua testa come un nuvolone scuro che prometteva tormenta. Un fortunale che avrebbe spazzato via le fragili impalcature mentali pazientemente costruite in quei giorni di fuga rocambolesca a difesa della sua dignità. Pensieri elaborati mentre camminava tenendo saldi in mano i finimenti dell’asino sul quale sedeva la donna che amava.

Durante la strada da Nazaret a Betlemme non aveva quasi avuto il coraggio di guardarla, perché sapeva che nonostante quel pancione che tanto lo adirava, sarebbe bastato incrociare il suo sguardo per fargli perdere la poca lucidità che gli era rimasta. Invece Giuseppe voleva sfruttare quei momenti per provare nuovamente ad ordinare secondo un calendario preciso i giorni del periodo incriminato. Ancora una volta però non ci era riuscito. Sulle prime gli era sembrato di ricordare con certezza come Maria in quel periodo fosse stata scostante, addirittura ostile, nei suoi confronti. Continua su Linkiesta

 

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VIAGGIO NATALIZIO NELL’AUTONOMIA ALTOATESINA (Linkiesta)

Bolzano è il centro di un mondo dove c’è un re, ma dove l’Italia paga un’“indennità di prigionia”

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Se le montagne dell’Alto Adige sono un’attrazione turistica aperta 365 giorni l’anno, il capoluogo della provincia autonoma, Bolzano, entra in contatto con i turisti provenienti dal resto del Paese soprattutto a dicembre, quando si svolge il primo e più famoso mercatino di Natale d’Italia.

Assieme a Markus, il fotografo di questo reportage, ho scelto questo momento dell’anno per viaggiare assieme ai turisti e raccontare la più blindata, invidiata e discussa delle autonomie italiane, quella altoatesina.

Durante l’avvento oltre 600mila turisti arrivano a Bolzano in auto, a bordo di treni strapieni o con i pullman di viaggi organizzati (anche 300 a weekend ). Vengono dal Nord Italia, ma anche dalla Toscana, dalla capitale o da Napoli e Salerno (880 chilometri di distanza). Tutti compattamente alla ricerca di una cosa: lo spirito natalizio. Continua a leggere su Linkiesta

 

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L’insensata ossessione del “Ma Renzi è di sinistra? (Linkiesta)

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Mesi fa, di ritorno da Roma durante i giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica, quelli in cui il giovane coguaro Giorgio Napolitano si era nascosto nella boscaglia, mi sono fermato a Firenze a salutare un amico. A un certo punto questo se ne è uscito con un «devo moderare la presentazione di un libro, vieni anche tu così ti presento una persona».Mezz’ora dopo ero in ascensore a Palazzo Vecchio con Matteo Renzi e non avevo ancora finito di pensare “Cosa farebbe Herbert Marcuse al posto mio?” che quello mi aveva stretto la mano e si era presentato come «Matteo». Prima che potessi rispondere «Come il prete della televisione?» la porta si era aperta e l’avevamo seguito in bagno in una specie di walk and talk alla West Wing con l’aggiunta di un incongruente blogger con le sembianze di uno degli attentatori dell’Undici settembre. Io. (Continua a leggere su Linkiesta)

 

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VIAGGIO DENTRO IL PD-FACTOR (Linkiesta)

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Secondo l’organizzazione mondiale della sanità passare il venerdì sera a guardare un dibattito su delle primarie del Pd è uno dei tre più gravi sintomi di anonimia assieme a imprecare contro i piccioni dandogli nomi di statisti conservatori e costruire piccole fabbriche di Nichi con i pezzi di patatine. Fortunatamente sul tetto qui di fronte Adenauer ha smesso da qualche giorno di tubare e quanto segue può quindi essere classificata come “rigorosa analisi politica”.

Non sono pazzo

Non sono Pazzo

Non sono pa

Dunque: lo show inizia con l’ingresso dei tre candidati su musica trionfale e uno sfondo di luci gialle che ricorda da vicino i video fine anni Novanta di Puff Daddy e Notorius B.i.g., purtroppo però Cuperlo non stappa bottiglie di Crystal su Renzi, né Civati schiaffeggia il culo di ballerine portoricane. continua a leggere su Linkiesta

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VECCHI CHE PARLANO DI GIOVANI SUI GIORNALI (Linkiesta)

futuro

14/4/2025

Bologna by Google

(dal 2022 tutte le città hanno uno sponsor. A noi è andata comunque meglio che a Forlì by Falqui)

Maria alza lo sguardo, è inquieta da quando si è seduta. Si tira indietro i capelli mettendo in evidenza i suoi profondi occhi scuri. È una Doner, senza dubbio.

“Zio, stai guardando i miei profondi occhi scuri simili ai tuoi, pensando come al solito a quante donne avrei ammaliato se solo fossi stata un maschio e non mi fossi nascosta dietro uno pseudonimo web, ma avessi concesso al mondo di vedere la mia immagine?”

“Forse, però ora che ci rifletto inventarsi un dialogo ambientato nel futuro con una nipote immaginaria è un modo fin troppo patetico per farsi pubblicità, più o meno quanto rispondere da rosiconi a un pezzo di un altro solo perché ha fatto un fantastiliardo di like. In fondo io non ho bisogno di simili mezzucci, non sono un editor di Minimum Fax”

“Ci mancherebbe. D’ora in avanti quindi scriverai quello che direi se esistessi veramente?”

“Ok”

“Sei il miglior zio che una giovane ragazza sexy può avere, se solo non fossimo consanguinei…”

“Grazie, tu mi tenti ragazza”

“L’HAI FATTO DI NUOVO! SMETTILA DI METTERMI PAROLE DA DEPRAVATA IN BOCCA O CHIAMO LA BUONCOSTUME!”

“Nel 2025 non esiste più la buoncostume, solo la policy vagine di Facebook”

“Allora chiamo la scuola Holden, loro difendono le prerogative dei personaggi immaginari”

“ahahhahahah”

“ahahahahhah”

“Ok. Posso almeno descriverti con le tette un po’ più grosse?”

“Puoi, ma poi vediamo di andare avanti, che qui si fa notte”

Le zinne di Maria passano con un moto d’ingrossamento naturale dalla seconda ad una terza abbondante e mia nipote suo malgrado non riesce a nascondere una certa soddisfazione.

Rosicone (ADIRATO):  Ahhhhrgghh! Una reazione a un pezzo di Severgnini non può essere un turpe dialogo puerile, giovanilistico e PRURIGINOSO su un rapporto incestuoso consumato fuori dal volere di Cristo e di Marx, PENTITI QUIT, PENTITI!! SEI RAGGELANTE! TU, NON IO!
Quit: «Zitto che mi spoileri il pezzo, torna a guardare la diretta della bara di Padre Pio»

 

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QUITALY-DENTRO IL LUCCA COMICS (VICE)

 

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(Foto di Federico Thomas Borghesi)

Molti conoscono di fama o per via di The Big Bang Theory il Comic Con di San Diego, il più grande ritrovo d’America in materia di cultura popolare, fumetti, animazione, film epici, videogiochi. Pochi sanno però che l’evento di San Diego è più piccolo del Lucca Comics, l’equivalente italiano che con 170mila presenze è il terzo festival del genere al mondo dopo una convention giapponese e una francese. Inutile dire che dovevamo andarci.

Quando provo a cercare un treno per arrivare a Lucca da Bologna durante il ponte dei morti, sulla tratta AV fino a Firenze gli unici posti rimasti sono quelli pensati per le photo opportunity “siamo come voi” di Berlusconi e la sua “fidanzata”. Praterie per i piedi, sedili in pelle di animale in via di estinzione e quel tipo tariffa che VICE sarebbe disposto a pagare solo per poter disporre liberamente degli organi interni dei suoi stagisti non fumatori. (Continua a leggere su Vice)

 

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REPORTAGE: DENTRO IL SUQ DI MILANO ( Linkiesta )

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(Foto di Markus Sotto Corona)

Un anno fa Markus, il fotografo di questo reportage, aveva già provato a entrare nell’Ortomercato più grande d’Italia per fare delle foto durante l’apertura al pubblico, ma So.ge.mi. – la società pubblica che gestisce la struttura – aveva risposto «solo mezz’ora e in compagnia di un nostro funzionario». Come se si trattasse di un obiettivo sensibile per la sicurezza nazionale o un laboratorio pieno di segreti industriali.

Forse il motivo di tanta segretezza, oltre al pudore per una struttura decrepita, è che nella storia dell’Ortomercato generale di Milano a parte la frutta e la verdura c’è stato anche molto altro. Da qui, tanto per fare un esempio, sono passate inchieste su traffici internazionali di cocaina, il boss Morabito che ufficialmente lavorava come facchino ma era solito venire al lavoro in Ferrari, e per un periodo all’interno del palazzo dirigenziale della So.ge.mi. c’è stato persino un night club di proprietà della ‘ndrangheta. Continua a leggere su Linkiesta

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LA SORVEGLIANZA DELL’NSA È MOLTO PIÙ VICINA DI QUANTO PENSIATE- intervista a Fabio Chiusi (Vice)

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Nel giugno del 2013 il mondo ha scoperto di essere sotto sorveglianza elettronica. È successo quando Edward Snowden, un dipendente dell’NSA—il servizio segreto interno degli Stati Uniti—è fuggito delle Hawaii a Hong Kong e ha consegnato a giornalisti del Guardian e del Washington Post documenti riservati che rivelavano l’esistenza di una gigantesca attività di spionaggio americana sui i dati elettronici dei cittadini stranieri e americani, una sorveglianza organizzata attraverso molti programmi con nomi e funzioni diverse, il più famoso dei quali è divenuto Prism.

Da lì in poi alle rivelazioni sui sistemi di sorveglianza ne sono seguite altre e si è scoperto che gli Stati Uniti probabilmente non sono nemmeno i soli a spiare i propri cittadini e quelli di altri Stati. In America, Francia, Germania e Inghilterra queste rivelazioni hanno creato un grande dibattito pubblico su privacy e potere. Meno intenso è stato l’impatto giornalistico e politico che queste notizie hanno avuto in Italia, impegnata a parlare indovinate un po’ di chi.

In questo scenario, uno dei pochi nel nostro Paese a occuparsi approfonditamente e con competenza di quella che a tutti gli effetti è una svolta radicale nella storia delle democrazie occidentali è stato Fabio Chiusi, giornalista e blogger. Con la recente rivelazione che anche i leader politici europei erano sotto controllo americano, la questione è tornata ad occupare le prime pagine dei giornali, comprese questa volta anche quelle italiane. Abbiamo perciò deciso di discutere con lui di sorveglianza elettronica, delle sue implicazioni per vita democratica e personale, oltre a chiedergli cosa dobbiamo aspettarci per il futuro e cosa possiamo fare per proteggerci dallo spionaggio della nostra vita privata.

VICE: I programmi di controllo sono pressoché infiniti: Prism, Blarney, Xkeyscore, Boundless informant… come si differenziano? ( Continua a leggere  su VICE cliccando qui )

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CONTRO IL LINCIAGGIO DI ODIFREDDI (Linkiesta)

 

pg-odifreddi

Sono rimasto scioccato dal “Caso Odifreddi”. Non assistevo a una reazione così stupida a delle parole da quando alle medie, se il professore usava la parola “pene” in accezione di molteplici sofferenze, come quelle che ti colgono quando fai l’errore di leggere quotidiani come La Stampa, quelli che si credevano più dritti ridevano grassamente dandosi di gomito sotto intendendo contro ogni evidenza che pene stesse per “cazzo”. Ridevano tronfi della loro crassa ignoranza, senza sapere che l’incapacità di capire il significato di una parola dal contesto in cui è inserita è il tipo di handicap intellettivo che un tempo portava dritto ad un radioso futuro fatto di lavori di merda.

Stando a casi come quello che ha coinvolto Odifreddi, però, va a finire che aveva ragione la “compagnia del diamoci di gomito”. Nel mondo contemporaneo non solo le competenze interpretative di base non sembrano più richieste per lavorare per i media italiani, ma a quanto pare possono avere spiacevoli esiti paradossali, come testimonia quel tizio con un dottorato in linguistica che passa silenzioso le vostre zucchine sullo scanner della Coop, rivelando la sua natura solo attraverso una t-shirt Tarski does it better. Un’altra possibilità che non possiamo affatto escludere è che scrivere editoriali per un grande quotidiano oggi sia un lavoro ben più di merda che lavorare alla cassa di un supermercato.

Il pestaggio mediatico di Odifreddi è nato quando il matematico è intervenuto in un commento sul suo blog all’interno di Repubblica.it commentando quello che era stato scritto da un utente negazionista. Lungi dall’accettare in toto le sue posizioni, diceva di condividerne alcune, quelle cioè che riguardavano delle valutazioni puramente epistemologiche. (Continua a leggere su Linkiesta cliccando qui)

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