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Carrère e il principo di indeterminazione

Heisenberg

(Questo articolo è uscito il 18-03-17 su “Tuttolibri” de La Stampa)

Per provare a capire il grado di realismo di un racconto, Emmanuel Carrère propone il “criterio dell’imbarazzo”. Se incontriamo un dettaglio che l’autore deve avere verosimilmente pensato di eliminare perché imbarazzante o in qualche modo scomodo, avvertiamo un istintivo “senso di verità”. Non è solo una dichiarazione di principio ma anche un criterio operativo in grado di attraversare l’intera opera di Carrère, o almeno la sua fase più nota, quella della non-fiction. Pochi autori contemporanei hanno fatto come Carrère del culto – e dell’esibizione- del dettaglio scomodo, delle pulsioni che i più preferirebbero tacere, un marchio di fabbrica.

Ogni appassionato dello scrittore francese ricorda la lunga lettera erotica alla compagna pubblicata sulle pagine di Le Monde (oggi contenuta all’interno dello splendido “La mia vita come un romanzo russo”) una storia con un epilogo che sarebbe stato sommamente umiliante se solo il primo ed esibirlo non fosse Carrère con quel misto di stoicismo ed egocentrismo dichiarato che contraddistingue il suo stile. I lettori si dividono fra chi è infastidito da una prospettiva così apertamente egotica e chi invece coglie i due messaggi sottointesi a questo approccio. Il primo è: sono fallibile e imperfetto come tutti gli altri, seppur a modo mio – come appunto tutti gli altri. Il secondo, forse ancora più importante, è che l’unico racconto onesto possibile sia quello dichiaratamente soggettivo.

“Propizio è avere dove recarsi” è uno zibaldone composto di articoli, reportage, recensioni, discorsi e lettere che attraversano quasi trent’anni di carriera, un libro con cui è possibile entrare nel cantiere aperto del lavoro dello scrittore francese e in cui è sovente lui stesso a riflettere apertamente sulle tecniche che utilizza e sui loro significati. Centrale in questo senso è il discorso su “A Sangue freddo” …

giornali

LA DISTANZA SIDERALE DEI GIORNALI ITALIANI DALLA REALTÀ

Poche cose riescono ad essere al tempo stesso così sbagliate e anacronistiche come la campagna stampa su giovani, droghe e discoteche che molti media italiani, soprattutto cartacei, hanno imbastito quest’estate.

 

1. DISTANZA DAI FATTI

Il primo livello di errore, che già di per sé basterebbe per chiudere baracca e burattini, è quello fattuale: in Italia non esiste alcuna emergenza droga da discoteca,  lo dimostrano i dati: da noi si consumano meno droghe che negli altri paesi europei, l’uso è in calo e l’ecstasy non è certo la più letale delle sostanze psicotrope.

Qui però, subdola e ricattatoria come una vecchia zia che dice “vedi che ti ho fatto la lasagna” quando sei a dieta, entra in gioco la “presupposta bontà della causa”.

Come ci ha da tempo abituato la nostra tradizione giornalistica, alla mancanza di un riscontro fattuale si sopperisce con la volontà, così profondamente italiana, di recitare in pubblica piazza le nostre buone intenzioni. Il sottinteso è che da sole bastano per renderci persone migliori.

Un po’ come nel vecchio caso della campagna sui femminicidi (un problema inesistente sotto forma di emergenza statistica, come dimostrai a suo tempo qui) chi vorrebbe vedere dei ragazzini morti per droga per causa della spectre delle discoteche, notoriamente il vero potere forte che comanda il Paese?

(Deve essere per lo strapotere della lobby del ballo, ad esempio, che uno dei più grossi festival europei-il Rototom Sunsplash- si è dovuto spostare dal Friuli alla Spagna. Ben fatto, potente lobby!)

Nel paese del giornalismo come opinione superficiale scritta possibilmente da ex sessantottini o piccoli statisti figli del ‘77, il fatto che una causa appaia genericamente giusta è purtroppo più che sufficiente a bypassare quello scomodo orpello chiamato “realtà”.

Insomma il refrain della moglie del reverendo Lovejoy “ma nessuno pensa ai bambini?”, sul quale cristianamente e un po’ paraculamente si chiudono nell’età della senescenza anni e anni di grossolane rivendicazioni sociali, ha la meglio sulla realtà e nasce così, inesorabile e violenta, una campagna stampa estiva.

A0R731 E Ecstasy pills or tablets close up studio shot methylenedioxymethamphetamine. Image shot 2004. Exact date unknown.

(ecstasy “la nuova droga” vecchia di decenni)

Per campagna stampa s’intende una sorta di dispositivo in parte emanazione di direttive editoriali, in parte azione d’accodamento inconscio dell’anonimo giornalista alla periferia della macchina editoriale. Un meccanismo per azione del quale tutti i fatti riguardanti, o anche solo potenzialmente riguardanti, un singolo tema, di norma marginale o del tutto ignorabile, vengono risucchiati nelle prime pagine dall’aspirapolvere dell’emergenza.

Il motivo per cui magicamente appena parte un’emergenza di questo tipo appaiono ragazzi morti ovunque, tanto che quando torni a casa saresti tentato di guardare sospettosamente dietro il divano caso mai se ne stesse nascosto uno pure lì, è che cambia il sistema di raccolta e di prioritizzazione delle notizie.

Fatti di questo tipo il più delle volte non aumentano realmente, è solo il loro avanzare nella gerarchia interna alle pagine dei giornali e il loro essere riuniti sotto lo stesso cappello, ad aumentare la percezione della loro importanza e della loro incidenza statistica.

Questo è un fenomeno interessante soprattutto perché tanto banale quanto normalmente sottovalutato.

Nel corso di questo processo un ampio numero di eventi vengono ascritti al tema ben prima che ci siano prove a riguardo, con esiti talvolta tragici, torturando senza ombra di umana pietà le vite e la dignità delle persone coinvolte.

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(Ops.)

In altri termini l’attualità emergenziale è un’onda arbitraria, un moto magmatico di melassa paternalista non giustificata dai fatti, e come tale, spoiler alert, una degenerazione del giornalismo.

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Contro gli scrittori impegnati (IL Magazine- Sole 24 ore)

 

 

Impazza il dibattito su perché, come e in quali ore del giorno gli scrittori italiani dovrebbero essere impegnati politicamente. Impazza, naturalmente, si fa per dire, perché nel mondo contemporaneo i dibattiti di pubblica rilevanza sono ben altri. Coloro che si agitano per la necessità di incidere le molli carni di una società malata armati di penne-bisturi, tutte singolarmente organizzate attorno alla stessa agenda, rappresentano una nicchia spesso tendente all’autoreferenziale proprio quando si appella all’ universale. Non è forse, chiede la voce della nicchia, compito imprescindibile dello scrittore prendere posizione politica, anche a costo di sbagliare?
Rispondere a questa domanda è singolarmente facile: No.

Ma è un “No” in fondo pronunciato nell’interesse della penna bisturi. Se l’affilata biro chirurgica nei suoi anni migliori si dedica tipicamente ad un efficace critica del neoliberismo e dei meccanismi cannibali del capitalismo, perché fermarsi lì? Perché non dovrebbe rivolgere la sua sapidità anche verso l’imperfetta umanità di chi la critica antisistema costruisce ed imbastisce? E, magari, in un momento particolarmente epifanico, anche contro se stessa? Non dovrebbe, in quanto penna bisturi, non in quanto prezzolato reazionario, sia ben chiaro, porsi delle domande nei confronti delle narrazioni manichee della realtà tipiche degli intellettuali impegnati di ogni tempo ed ogni epoca? Dovrebbe forse far suonare qualche campanello d’allarme il fatto che i linguaggi anti-sistemici di oggi sono incredibilmente simili ai quelli dei cartoni animati degli anni Ottanta e al linguaggio, falso per definizione, del marketing? Autori che puntano alla liberazione dell’umanità tramite un’opera in quattro ristampe, benché, si capisce, sostanziose, sembrano spesso sussurrare nelle segrete stanze “il fine giustifica i mezzi”. Dovremmo avere abbastanza esperienza, giunti a questo punto della storia, per sapere come va a finire con questo genere di propositi. La penna bisturi, sempre che non voglia perdere il suo certificato di acciaio …