Linkiesta

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Quando i Griffin incontrano i Simpson (Linkiesta)

Chris: «Un crossover tira sempre meglio il fuori di ogni show, di certo non è un gesto di disperazione, le priorità sono sempre creative, non dipendenti dal marketing…»
Stevie: «ok, basta così»
L’incipit di «The Simpson guy» la dice lunga sul tipo di aspettativa al ribasso che ha accompagnato l’arrivo dell’episodio crossover fra Family guy (i Griffin) e i Simpson, e con il senno di poi si può dire che ci fosse più di qualche ragione.
Ora se siete di quelli che guardano le serie quando arrivano in Italia tradotte, buona fortuna, godetevi l’avvincente season finale di Dallas, questo pezzo non fa per voi. Se invece vivete nella contemporaneità globale e capite quanto «spoiler» diversi giorni dopo la messa in onda sia una parola priva di senso, forse vi interesserà sapere che l’episodio affidato alla scrittura di Patrick Meigha (ex membro della writers room dei Simpson) con cui si è aperta la 13° stagione della serie ambientata a Quahog è stato a tutti gli effetti una puntata di Family Guy, con un’apparizione della famiglia Simpson il più volte costretta a fare cose che un Simpson, come lo conosciamo da 26, anni non farebbe mai. Continua a leggere su Linkiesta

Obama, le castratrici di maiali repubblicane e il peso della riflessività (Linkiesta)

 Obama e la sconfitta della politica di ampio respiro (Da linkiesta.it)Schermata 2014-11-09 alle 14.22.20

Nel mese appena trascorso ho seguito la campagna elettorale di Midterm dagli Stati Uniti. Che la parabola del primo presidente nero stesse volgendo verso una fine non contenuta nelle premesse sembrava inevitabile come i mugolii e i sospiri introduttivi che, nonostante la scarsa abitudine degli americani alla comunicazione non verbale, ottenevo nominando Obama a scrittori e intellettuali liberal, gli stessi che l’hanno comunque sempre sostenuto a spada tratta.

Era grossomodo il 2006, o 140 anni fa in tempo dei media, quando Obama era solo un senatore nero dell’Illinois che si vociferava potesse concorrere alla presidenza degli Stati Uniti. Allora si trattava di uno scenario improbabile quanto elettrizzante, circa un gradino sotto Chris Rock che diventa presidente in uno di quei film in cui l’uomo della strada arriva per vie inaspettate alla Casa Bianca, salva il pianeta, legalizza l’erba, bacia la first lady e la telecamera gli gira attorno salendo verso il cielo. Poi però di solito si accendono le luci in sala e fuori c’è ancora George W. Bush a chiedere conto di tutta quella facile serotonina opponendo il solito reazionario principio di realtà. Insomma nulla di realmente fattibile.

Due anni dopo però Obama è diventato l’inaspettata rockstar definitiva che firma assegni post datati alla banca mondiale del cambiamento, fa discorsi a Berlino, incassa Nobel sulla fiducia e introduce la rucola presso un popolo per il quale un’alimentazione sana generava dubbi sulla tua sessualità.

Il fatto che Obama fosse nero, o quantomeno più nero di un bianco, veniva visto da buona parte del mondo come inevitabile segno del cambiamento, un’equazione che con il senno di poi sembra scontare una visione degna più di uno spot anni Novanta di Oliviero Toscani che di un analista politico. Ci sono poche cose

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I giovani emigrati italiani non fanno i minatori (Linkiesta)

 

“Pane e cioccolata” è un film di Franco Brusati con Nino Manfredi che racconta le vicende di un immigrato italiano in Svizzera, un dramma con frequenti momenti comici e una memorabile scena grottesco-satirica ambientata in pollaio umano, una sequenza capace di disturbare lo spettatore e di farlo per un motivo. Pane e cioccolata è stato girato nel 1973 ed è un bel film che narra la parabola senza fine di un uomo alla ricerca di un posto in una nazione che non è la sua, e nel farlo non risparmia nessuno: i biondi e disumani svizzeri, i connazionali italiani che accettano tutto tanto “noi teniamo il sole e il mare”, e, non ultimo, il protagonista stesso.

L’ho visto per la prima volta l’altra sera in un cinema di Manhattan poco lontano da Central Park, in una sala piena d’italiani che rappresentavano abbastanza fedelmente una certa parte del nostro Paese, quella che comanda: tutti di una certa età (io, un mio amico e degli studenti americani di cinema eravamo gli unici sotto i 45) e tutti vestiti di modo che da quattro isolati di distanza si potesse dire “ehi guarda laggiù, un italiano coi soldi!”.

Alla fine della proiezione, al momento del temibile dibattito, una signora italiana alza la manina ingioiellata e in un buon inglese osserva che in fondo questi poveri immigrati in Svizzera di una volta assomigliano molto a nostri giovani italiani che vengono in America per trovare lavoro, anche se questi ultimi hanno alle spalle delle famiglie benestanti (testuali parole).

Sono poco avvezzo a trovare epifaniche delle singole frasi, ma in questa stupenda, aerodinamica e sibilante cazzata credo fosse magnificamente racchiuso un mondo, e penso che a patto di essere coraggiosi a sufficienza sia interessante provare a esplorarlo. Continua a leggere su Linkiesta