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MUGELLO, L’ULTIMO GRANDE RAVE (Reportage)

La pianificazione è andata avanti per mesi, attraverso un gruppo di WhatsApp. Correva via 3g una cospirazione di stampo motociclista finalizzata a presenziare al Gran Premio d’Italia 2016 del MotoGp, quello della possibile, grande rivincita di Valentino Rossi. Si trattava d’infilarsi nel centro esatto di quello che i giornali di solito liquidano come una specie di allegro sfondo colorato racchiuso nelle formule “grande atmosfera” o “popolo giallo”, oppure sintetizzano con un numero di quelli che non riescono a rappresentare nemmeno lontanamente ciò che indicano: centomila persone.

La prima cosa che penso una volta fuori dalla tenda con vista notturna sulle curve dell’Arrabbiata, è che sarebbe più corretto parlare di ultimo grande rave italiano. La notte prima del Mugello però non si suona house, techno, o drum and bass, ma motoseghe. O meglio: c’è anche musica, più o meno ovunque, ma la competizione fra dj con i muri di casse e le Husqvarna, la vincono a mani basse le seconde. Da qui si origina lo slogan ormai mitologico: «Al Mugello non si dorme» scandito ad ogni angolo, ad ogni ora: la promessa d’insonnia è la prima regola del fight club degli amici della miscela. Il biglietto d’ingresso è quello Night&Day per il prato, ovvero tutto ciò che circonda il circuito e non è né tribuna né paddock; le tende sono ovunque, anche fuori dai bagni, così come i camper.

Il pratone è una specie di anello incompleto, manca un lato, un accampamento lungo chilometri in cui gruppi di ragazzi camminano agitando le motoseghe, private della cinghia e della marmitta e spesso con l’aggiunta surrettizia di trombe d’amplificazione. Quando accelerano persone di tutte le età, e nell’ordine delle decine di migliaia, esultano. Alle volte le motoseghe crescono, diventano tosaerbe o veri e propri motori, di moto o di auto, smontati

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Lo scontro tra giustizia e scienza sulla xylella in Puglia (Internazionale)

Qualche giorno fa la procura di Lecce ha disposto il sequestro degli ulivi infettati dal batterio della xylella in Puglia destinati allo sradicamento nel tentativo di contenere il contagio, e ha indagato dieci persone, compreso il commissario speciale e alcuni ricercatori.

A ottobre lavorando per una rivista svizzera ero salito con due ricercatori dell’università di Bari e Joseph Marie Bové – uno dei più importanti botanisti del mondo, membro dell’accademia delle scienze di Parigi e maggior esperto mondiale della xylella degli agrumi – su un piccolo promontorio non molto lontano da Gallipoli. Da lì sopra il colpo d’occhio è qualcosa che difficilmente si scorda, una distesa di ulivi secchi, cuspidi grigie e spettrali, che si estende fino all’orizzonte. Dopo aver percorso in auto la zona dei primi focolai, Bové, una persona che per carattere ed età avanzata non le manda certo a dire, ha sentenziato: “Oggi questa è la peggior emergenza fitosanitaria al mondo”.

Più tardi, durante la visita in un campo, qualcuno gli ha riferito che una larga fetta dell’opinione pubblica non credeva ancora che il batterio xylella fosse la causa primaria del disseccamento, pensava piuttosto che ci fosse sotto un qualche tipo di complotto. Bovè allora ha sussurrato alcuni incredible con il suo inglese con un forte accento francese e infine ha scosso la testa torvo e ha chiesto: “Davvero pensano questo nel 2015?”. Davvero. (Continua a leggere su Internazionale)

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Il vero terrore è non avere più segreti (Dailybest)

Lotta al terrorismo e sorveglianza commerciale, cosa resta della nostra libertà

 

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza.

Benjamin Franklin

Solitamente dopo i grandi attentati terroristici in occidente si riaccende il dibattito su sorveglianza e privacy. Quello che è accaduto a Parigi non fa eccezione e la domanda oggi è “Quanta libertà perderemo?” mentre il dubbio che coltivano in molti è “se per difendere la democrazia bisogna trasformarla in una forma leggera di dittatura non avranno comunque vinto i terroristi?

Nel frattempo Edward Snowden, il whistleblower che ha scoperchiato lo scandalo delle intercettazioni della NSA americana, è stato velatamente accusato dall’ex capo della Cia di essere responsabile indiretto dei morti di Parigi, (e da una conduttrice di Fox news, un po’ meno velatamente). Glenn Greenwald, il giornalista inglese che ha seguito e supportato Snowden nella sua denuncia, ha ribattuto scrivendo come le pratiche di sicurezza dei terroristi fossero già molto avanzate sin dai tempi di Osama bin Laden.

Ma al di là dell’emergenza politico-militare, che per altro potrebbe durare molto a lungo, è importante sapere che terrorismo o meno comunque in enorme calo negli ultimi dieci anni in Europa siamo già da tempo nell’era della sorveglianza digitale.

Le forze, Silicon Valley in primis, che spingono, per motivi economici prima ancora che di sicurezza, per l’abolizione del concetto stesso di privacy, non sono mai state così potenti.

In altri termini da come le società occidentali decideranno di affrontare il tema della privacy, da un punto di vista industriale almeno quanto quello della sicurezza, dipenderà molto della loro futura forma politica.

Non solo terrorismo e servizi segreti, siamo spiati ogni giorno

Nel recente dibattito …