Contro gli scrittori impegnati (IL Magazine- Sole 24 ore)

  • 31 maggio 2016
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Impazza il dibattito su perché, come e in quali ore del giorno gli scrittori italiani dovrebbero essere impegnati politicamente. Impazza, naturalmente, si fa per dire, perché nel mondo contemporaneo i dibattiti di pubblica rilevanza sono ben altri. Coloro che si agitano per la necessità di incidere le molli carni di una società malata armati di penne-bisturi, tutte singolarmente organizzate attorno alla stessa agenda, rappresentano una nicchia spesso tendente all’autoreferenziale proprio quando si appella all’ universale. Non è forse, chiede la voce della nicchia, compito imprescindibile dello scrittore prendere posizione politica, anche a costo di sbagliare?
Rispondere a questa domanda è singolarmente facile: No.

Ma è un “No” in fondo pronunciato nell’interesse della penna bisturi. Se l’affilata biro chirurgica nei suoi anni migliori si dedica tipicamente ad un efficace critica del neoliberismo e dei meccanismi cannibali del capitalismo, perché fermarsi lì? Perché non dovrebbe rivolgere la sua sapidità anche verso l’imperfetta umanità di chi la critica antisistema costruisce ed imbastisce? E, magari, in un momento particolarmente epifanico, anche contro se stessa? Non dovrebbe, in quanto penna bisturi, non in quanto prezzolato reazionario, sia ben chiaro, porsi delle domande nei confronti delle narrazioni manichee della realtà tipiche degli intellettuali impegnati di ogni tempo ed ogni epoca? Dovrebbe forse far suonare qualche campanello d’allarme il fatto che i linguaggi anti-sistemici di oggi sono incredibilmente simili ai quelli dei cartoni animati degli anni Ottanta e al linguaggio, falso per definizione, del marketing? Autori che puntano alla liberazione dell’umanità tramite un’opera in quattro ristampe, benché, si capisce, sostanziose, sembrano spesso sussurrare nelle segrete stanze “il fine giustifica i mezzi”. Dovremmo avere abbastanza esperienza, giunti a questo punto della storia, per sapere come va a finire con questo genere di propositi. La penna bisturi, sempre che non voglia perdere il suo certificato di acciaio inox, non dovrebbe piuttosto vedere, sulla scorta di quel tizio che non a caso finì ad abbracciare i cavalli, cose umane ahi troppo umane laddove altri ne vedono di ideali ? Stendhal diceva che in un’opera letteraria la politica «è come un colpo di pistola nel bel mezzo di un concerto, qualcosa di rozzo». Ne faceva cioè una questione apparentemente estetica, dico apparentemente perché si può leggere quel “rozzo” anche come riferito a una mancanza di profondità esplorativa. In fondo, se proprio vogliamo dare uno scopo alla letteratura – cosa che bisognerebbe accuratamente evitare ma è un peccato che in questa sede compirò per amore di dibattito – forse è proprio questo: una narrazione della realtà che non ammette prigionieri né limiti invalicabili. Continua a leggere su IL