DUE O TRE COSE DA SAPERE SULL’ARTERÌA PRIMA DI PARLARE DI RAZZISMO

  • 10 marzo 2015

La storia del locale bolognese accusato di razzismo vista da vicino  

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Stavo lavorando (leggi sbirciando i social) quando sono capitato per caso sul link a questo articolo.

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Ah però, ho pensato. Va mica bene. Poi leggo che il locale in questione (discoteca come se fosse il 1993) è l’Arterìa. Cosa non quadra è abbastanza chiaro già dalla foto del locale che correda l’articolo, dove in prima fila sulla sinistra capeggia un bianco sui generis.

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Il che comunque è ancora niente se si pensa che il gestore di quell’Arterìa che metterebbe in pratica l’apartheid, non solo ha avuto per anni il locale con la clientela più nera dell’Emilia Romagna, promuovendo una delle più durature serate reggae d’Italia, il Downtown bashment, ma è sposato con una giamaicana nera, noto segno di aderenza a degli ideali razzisti.

Già che c’era, in un’implicita pulsione verso l’arianesimo definitivo, Mimmo, così si chiama il gestore,  c’ha fatto anche dei figli con la donna in questione, che però per uno scherzo del destino cinico e baro pare non siano venuti proprio bianchissimi.

Ops.

Deo gratias, sotto la foto in pagina almeno c’è la specifica “l’Arterìa prima della svolta”.

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Ma di che svolta stiamo parlando? Secondo la giornalista i buttafuori non farebbero più entrare i neri, secondo i gestori sono state allontanate delle persone che avevano dato problemi nelle sere precedenti. L’accusa, come intuibile dalle premesse, suona ben poco credibile, ma credo che come prima cosa sia necessario tornare indietro e spiegare perché questa vicenda mi sta a cuore.

L’Arterìa è un locale che conosco bene, se non altro perché il giorno in cui fu inaugurato, credo siano passati almeno dieci anni ormai, ero in console a mettere i dischi. Allora studiavo e facevo il dj, attività questa che dopo la laurea diventò per un po’ di tempo una professione portandomi a suonare in giro per l’Italia e l’Europa. Capii di lì a poco che per quanto fosse divertente non poteva durare per sempre, oltre al fatto che incominciavo a sospettare che forse la vita potesse offrire qualcosa di più stimolante che mettere a tempo canzoni in cui s’inneggiava a un dittatore etiope considerato un dio o  a tipe a novanta con cui simulare amplessi, non si è mai capito quanto soddisfacenti, nel mezzo della pista. O della yard, come la chiamavamo sulla scorta dei giamaicani, in una sorta di colonialismo culturale alla rovescia di cui già allora non ci sfuggiva del tutto l’ironia.

Ma questo, diciamo, afferisce a una vita precedente. Quello che conta è che ricordo perfettamente cos’era sin dall’inizio l’Arterìa, fondato da Mimmo e sua sorella i quali prima di allora avevano fatto parte dell’organizzazione delle serate estive a villa Angeletti, parco bolognese alle spalle della stazione ferroviaria, che dell’Arterìa avevano rappresentato le prove generali. Il nuovo locale era un posto dove si poteva sentire musica nera, in varie sfumature e derivazioni in mezzo a gente di ogni razza e colore, a prezzi accettabili, sempre che non siate di quelli che presuppongono che gli artisti debbano vivere di bacche in riva a un fiume.

E questo è rimasto l’Arterìa fino ad oggi, passando per molte epoche diverse fra cui alcuni periodi in cui la yard reggae, sotto la gestione di Mad Kid e Wicked-a, è stata fra le più calde d’Italia per quello che riguardava le date infrasettimanali. Il che è un dato quasi tecnico e per esperti, ma se nel nostro Paese il reggae e la dancehall sono stati per almeno un decennio una sottocultura importante, se non altro dal punto di vista dei numeri, non è indifferente sapere che l’Arterìa era sulla mappa, e come protagonista.

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(flyer di Casa Pound, ah no)

Nella mia vita attuale, al contrario che nella precedente, non vado quasi mai a ballare e da quando sono tornato a vivere a Bologna dopo diversi anni sono stato all’Arterìa in tutto due o tre volte. Non ci vedevamo da un sacco e quando Mimmo mi ha riconosciuto mi ha offerto un cocktail. Già il secondo però me l’ha fatto pagare: 7 euro. Questo non fa di lui il gestore peggiore di sempre, anzi probabilmente lo rende comunque migliore di altri. Se avete fatto il dj prima dell’era delle superstar (che in genere sono producer più che veri dj) e dell’arrivo delle console digitali e dell’irrilevanza di questa figura, saprete che fra l’onesto mestierante e il padrone del club di solito intercorreva l’amichevole rapporto che univa il faraone ai tizi che trascinavano i blocchi di granito per costruire le piramidi.

Nella manciata di volte in cui ci ho suonato in quei primi anni, però, non ho mai avuto di che lamentarmi della gestione dell’Arterìa, né, d’altro canto, di che essere eternamente riconoscente. Un rapporto mediamente onesto. Racconto questa cosa per far capire che ero lì agli inizi, conosco alcuni dei personaggi chiave di questa storia ma non sto scrivendo questo pezzo per mettere insieme la difesa in un patrocinio che non m’interessa assumere, quanto per raccontare la parte nascosta della storia.

C’è una scena che ricorderò sempre di quel primo periodo del locale. Quella sera nessuno dei dj usava i cd player, ma solo i giradischi. Avevo appena finito di suonare e il dj che stava facendo la chiusura dava spesso le spalle alla pista per ravanare nella borsa dei 33 giri. Di ritorno dalla terza giravolta nella sacca, uno dei cd player era scomparso. Prezzo di acquisto in negozio: circa mille euro, il tutto poco dopo l’avviamento di un locale che di suo doveva essere costato una bella cifra.

Il dj aveva notato, adesso se ne rendeva conto, un ragazzo nordafricano smanettare vicino al cd player scomparso. I carabinieri l’avevano fermato fuori dal locale mentre fumava serafico. L’equipaggiamento ormai era bello che andato, passato a qualcuno che aveva provveduto a farlo scomparire. Quando io e Mimmo dopo aver  scompattato il file, procedura lunga e complessa, avevamo guardato il video girato dalla telecamera alle spalle della console, il furto appariva come uno straordinario esercizio di abilità. Senza mai smettere di ballare e non senza una certa dose d’invidiabile leggerezza, il ragazzo aveva prima staccato l’alimentazione, poi i cavi audio e infine si era infilato tutto sotto la giacchetta e sullo schermo al posto del cd player sembrava quasi fosse rimasta la proverbiale nuvoletta. Quella sera sparirono anche diverse giacche, ma in uno dei pochissimi locali di Bologna dove si entrava senza tessera capitava spesso.

Tempo dopo me ne andai appunto da Bologna e continuando a mettere dischi (stavo per scrivere suonare ma meglio evitare i commenti di 240 strimpellatori di chitarra inferociti da tanta irriverenza semantica) in quell’ambiente ne vidi tante  altre, fatte da gente di tutti i tipi. In un’altra occasione, a tutt’altre latitudini, vidi ad esempio i più classici fattoni italiani gettare della birra sul laptop di un sound system tedesco che poteva suonare senza problemi a Bed Stuy a Brooklyn e nel ghetto di Kingston in Giamaica, ma se la vedeva brutta quando il sorteggio lo opponeva all’originale fricchettone italiano opportunamente carburato a Tavernello e olimpicamente a digiuno di ogni forma d’inglese.

Potrei fare esempi di questo tipo per ore, basti qui dire che se c’è un ambiente dove ci sono cazzi da cagare siano essi bianchi, neri, gialli, era indubbiamente quello. Uno deve essere veramente molto appassionato per portare avanti un’attività di questo tipo, anche perché, per quanto riguarda l’altro lato della barricata, ci si può in genere dimenticare non solo l’aiuto ma anche il semplice rispetto delle istituzioni che di norma vivono l’intrattenimento notturno come una forma di degenerazione dell’essere umano e di deviazione dalla strada tracciata dal Signore. Il che è spesso la più tipica delle profezie che si autoavverano. Sempre ovviamente che non si tratti delle mega discoteche-aziende, spesso legate alla criminalità organizzata, che funzionarono alla grande fino alla fine degli anni Novanta.

 Vi dipingo i pochi operatori del settore musica “alternativa” che in Italia operano nella legalità (leggi: non centri sociali) come stretti fra figli di ginecologi in piena fase marxista che vi dicono “ma come 3 euro! Sono troppi 3 euro per vedere Jimi Hendrix resuscitato appositamente da un team di medici venuti dal futuro!”, spacciatori, ubriachi in cerca di guai, forze dell’ordine e istituzioni che nella migliore delle ipotesi oppongono un mutismo ostile e i temibili comitati cittadini, per il semplice fatto che è così, l’ho osservato per anni personalmente. Nel regno del massimalismo l’importante è non prendere mai misure concrete ed efficienti, ma passare di emergenza in emergenza, lasciando agli uomini di buona volontà il compito di trovare come sopravvivere nel mentre. Certo poi ci sono, o forse sarebbe meglio dire c’erano, molte persone che in queste situazioni andavano per ballare e passare un po’ di tempo con gli amici, ma quelli non rappresentano il problema, bensì la clientela.

Non vi farò il solito pippone un tanto al chilo su quanto sia importante difendere la diffusione di questa o quella cultura per questo o quel motivo di miglioramento della stirpe umana. A trentadue anni ho esaurito tutte le pulsioni missionarie che possano affliggere un uomo e le lascio volentieri ad altri più ingenui o malvagi di me. Penso, più semplicemente, che mi piacerebbe vivere in una società in cui sia possibile portare avanti i propri progetti senza essere perennemente stretti fra Scilla e Cariddi dell’ideologia di chi ha sempre un ritmo perfetto e quasi pavloviano nel puntare il dito e indicare quella retta via che poi si guarda bene dal percorrere, e di chi interviene e reprime quando non può proprio fare altrimenti chiedendo quella giustizia che altrimenti si guarda bene dal garantire.

Sono  abbastanza convinto  che la giornalista abbia scritto l’articolo in buona fede, il punto che sembra sfuggirle è che dovrebbe chiedersi se bastano le parole di un buttafuori, che potrebbero essere state dette, o anche messe in pratica, per giustificare altre logiche, magari personali non essendo notoriamente i buttafuori una categoria con molti iscritti a SEL, o le testimonianze di persone respinte (appunto: chiedere anche alle persone in coda al Berghain o in qualsiasi club con una politica di selezione all’ingresso cosa ne pensano della loro esclusione) per sbattere nella home page del sito più letto d’Italia la pesantissima accusa di “apartheid”, di essere cioè fautore di un regime politico razzista e discriminatorio  nei confronti di una persona la cui vita fino a quel momento si è dimostrata il contrario del razzismo per storia personale, matrimonio e figli, oltre che per scelte professionali, visto che all’Arterìa hanno lavorato spesso anche dei neri sia come personale sia nella parte artistica.

Non credo che Mimmo e chi gestisce con lui l’Arterìa siano necessariamente dei santi, anzi sono portato a credere che abbiano luci e ombre, ma faccio davvero fatica a credere che siano razzisti con la storia che hanno alle spalle. Rispondendo alle accuse Mimmo ha accennato a problemi recenti con dei profughi, dice che se sono state allontanate delle persone si tratta solo di soggetti che avevano causato problemi nelle serate precedente e che se un buttafuori ha parlato di discriminazione basata sulla razza dovrà risponderne. Nel frattempo in città si parla di una rissa avvenuta da poco nel locale e che avrebbe visti coinvolti proprio alcuni profughi.

Potrà sembrare strano,  ma in un certo senso conosco anche loro. Sono i profughi che vivono a villa Gighi, una villa di proprietà del Comune sopra Porta San Mamolo, che ha davanti un grande prato da cui si domina Bologna. Ogni tanto ci vado a leggere, e in quei casi di solito ci siamo solo io e i profughi: io leggo e quelli giocano a calcio. Non fanno molto casino, meglio perché non saprei come dire “giovane vedi che te lo buco quel pallone” in inglese, mi manca il verbo e verrebbe più o meno “Watch out because…mhh ehm your ball!” frase con dell’indubbio potenziale equivoco.

Ad ogni modo, qualsiasi cosa sia successa quello che conta qui è che è passata totalmente in secondo piano, il processo è stato già celebrato via articolo e like ed è questa la cosa più mostruosa. Nel momento in cui scrivo il pezzo che titola “Sull’apartheid” bolognese ha quasi settemila like e non so a quante visualizzazioni possano corrispondere su un portale come Repubblica.it, a spanne diverse decine di migliaia.

C’è una brutalità, una semplificazione, una leggerezza, nel prendere la vita di una persona e il futuro di un locale con i suoi posti di lavoro e metterli alla gogna, estrapolando un elemento dubbio e di per sé non dirimente affiancandolo alla brutalità di uno Stato assassino e razzista, che mi lascia sinceramente sgomento.

Quello che mi annichilisce è la perfezione geometrica del meccanismo semplificativo, quello che mi terrorizza sono i fiumi di like e commenti sui social dei tanti utenti che sicuramente avranno gridato allo scandalo, chiesto giustizia, con la foga tipica di chi di tutta la questione semplicemente non c’ha capito nulla, ma, in mancanza della ragione , cavalca le confortevoli onde dell’indignazione.

 Non è un caso che poi su queste dinamiche arrivi a sguazzare il pesce spazzino degli scandali razziali Matteo Salvini.

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Quello che però a molti sfugge è che il mondo dei #nosalvini e dei #sisalvini come giaculatorie complete e auto-dimostrate è quello dove i tipi alla Salvini non possono che prosperare, perché nel mondo reale quando tutto è ridotto a slogan non può che crescere l’odio.

Titolo dell’articolo a parte, che si sa in genere è responsabilità dei titolisti, trovo assurdo che assieme a tali accuse non si sia sentito il bisogno di raccontare anche la storia del locale, quello che ha significato per la scena black e per una certa categoria  di persone a Bologna. E non per una stagione ma per anni e anni.

È stato, fatte le debite proporzioni, un po’ come accusare di una efferata e sistematica forma di razzismo l’Apollo Theater.

L’Arterìa come detto in questi anni è stato tante cose diverse, pur mantenendosi sempre un posto accessibile, forse fin troppo (essendo uno dei pochissimi locali senza tessera non servono i documenti per entrare), e ora finisce per pagare proprio per questo. Dopo quella volta in cui presi i miei due cocktail al prezzo medio concordato su base relazionale di 3,5 euro non prorogabili, tornai come detto forse un paio di volte in tutto e ogni volta notai un generale imbruttimento della situazione. E per imbruttimento non alludo al tipo di persona con la quale poi finire per discutere, ma più che altro il tipo di all out il cui volto è l’ultima cosa che vedi prima di risvegliarti senza alcun apparente motivo in qualche reparto del Sant’Orsola.

Penso che Mimmo e il resto del personale dell’Arterìa non abbiano mai voluto una deriva di questo tipo per il loro locale, ma certo la sempre crescente svalutazione della musica, oggetto onnipresente e quindi irrilevante nell’era dello streaming, e la gara al ribasso economico come unico criterio per un tipo di  giovani che sembrano non avere problemi a spendere solo quando si tratta di alcool, non devono aver aiutato. Oltre a questo probabilmente, anzi sicuramente, ci sarà stato anche più di qualche errore da parte dello staff. Il risultato era una situazione potenzialmente molto pericolosa e tutto questo nella sostanziale indifferenza delle istituzioni.

Tutto ciò ovviamente non giustificherebbe  un racial profiling all’ingresso, che al di là delle dichiarazioni di un buttafuori è, ripeto, tutto da dimostrare fosse anche nelle intenzioni dei gestori del locale, ma penso che quanto meno faccia parte della storia, a volerla raccontare come andrebbe fatto.  Una completezza che non solo sarebbe più corretta, ma la renderebbe credo anche più interessante a chi fosse interessato a capire il mondo che lo circonda piuttosto che a sbraitare indignazione sistematica sui social.

Viviamo però nel tempo delle accuse gravissime contenute in una riga, che nel caso specifico immagino essere state scritte in buonafede, il che, come dire, non fa che rendere tutto ancora più preoccupante, perché quello che la storia restituisce è un meccanismo mediatico che nelle sue forme (il prodotto click-friendly) prima ancora che nei suoi protagonisti  è sempre più dimentico del mondo che racconta, lo riduce a slogan sotto forma di giudizio morale presentato come indubitabile.

Lo stesso meccanismo che, non ho molti dubbi, si sarebbe abbattuto sul locale in questione alla prima coltellata, sbattendolo con violenza uguale e contraria in prima pagina.  Nel mezzo, come sempre, rimane chi in questo Paese prova a fare qualcosa.

La stampa, italiana nello specifico, ha sempre coltivato quest’indifferenza verso le storie nella loro complessità, guardandole perennemente attraverso la lente distorsiva dell’ideologia, qualsiasi essa sia, ma nei tempi della comunicazione totale e del giudizio del popolo sui social network questa tendenza è diventata pressoché assoluta, lasciando come effetto paradossale un gigantesco vuoto informativo su quello che accade davvero nel Paese.

Alla fine ripenso alla danza del cd player rubato, quella notte di tanti anni fa, provo ad immaginare quante ne devono aver subite quelli dell’Arterìa per anni e anni da tutte le direzioni: avventori problematici bianchi e neri, istituzioni, media. Alla fine l’unica certezza che ho è: non conviene.

Mi sembra estremamente chiaro che sarebbe stato molto più saggio per Mimmo e i suoi mettere da parte il loro progetto di locale low budget con quel tipo di musica e aperto a gente di tutti i tipi e aprire piuttosto un locale di tutt’altro genere:  clientela selezionata,  un po’ di cocaina, “bella gente”.

Lì di neri, ma anche di marroncini, non ci sarebbe mai stata traccia in partenza, e  loro non avrebbero corso alcun rischio di finire messi alla gogna nazionale da articoli superficiali quanto assoluti nei toni.

Beh se non altro adesso lo sapete, un’altra volta fatevi furbi.