Elogio dell’inutilità della filosofia (Linkiesta)

  • 25 febbraio 2014
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Oggi uno dei modi più a buon mercato di accaparrarsi approvazione è sparare ad alzo zero sulla filosofia e sulla sua “inutilità” ai fini sociali. Ironia della sorte, di solito poche cose come questi pezzi ricchi di luoghi comuni e disperatamente poveri di struttura dimostrano quanto in realtà di filosofia ce ne sia un gran bisogno.

Personalmente ritengo che una delle più grandi fortune della mia vita sia stata aver avuto al liceo una professoressa di latino che ripeteva sempre: «Vede, Doner» (ci dava sempre del Lei e si riferiva a noi con nomi di fantasia che sarebbero stati inventati solo anni dopo) «le cose più importanti nella vita sono quelle inutili». Assumeva, come tutti noi in quella stanza, il concetto di “utilità” in voga nella produttiva provincia dove ci trovavamo, ovvero “utile” era ciò che procurava arricchimento, generava beni materiali e accumulazione di denaro, sostanzialmente il discorso del Vater ne Il giocatore di Dostoevsky. “Inutili” invece erano tutte quelle arti liberali senza le quali in tavola ci sarebbe stato comunque da mangiare. Sarà stato per questo che la metà del tempo, con notevole ottimismo nei nostri confronti, ci parlava in latino e se le facevamo una domanda ci rispondeva «Scusi non la sento, devo mettere gli occhiali», poi infilata la sua vecchia montatura fissata con lo scotch di carta si faceva ripetere il quesito e forniva la risposta. Era una persona con una cultura sterminata la cui autorità derivava dal sapere più che da modi autoritari o inutilmente seriosi, altro insegnamento che non mi avrebbe più abbandonato. (Continua a leggere su Linkiesta)