ESERCIZI DI STILE: 5 SCRITTORI FAMOSI, UN SOLO TEMA. A CASO.

  • 18 settembre 2013
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Ho provato ad immaginare cosa scriverebbero 5 scrittori messi davanti a un tema a caso. Il tema è la valeriana. Ve l’avevo detto che era a caso.

  Roberto Saviano

Roberto_Saviano_3 (immagine via Biografie online)

La valeriana è ovunque. Se tu non ti fai di valeriana, tua madre si fa di valeriana, se non si fa lei tuo padre si fa di valeriana. Se tuo padre non si fa di valeriana allora si chiama Valeriana. Se tuo padre Valeriana non si fa di valeriana allora tua prozia Edith si fa di valeriana, se lei non si fa di valeriana allora il tuo gatto Kapuściński si fa di valeriana. Questo tra l’altro spiegherebbe perché dorme sempre ed è così grasso. Ma se non si fa il tuo gatto allora si fa il tuo traduttore in norvegese (tutti hanno un traduttore in norvegese. Beh io comunque ce l’ho), se non si fa il tuo panettiere allora si fa il notaio che non ti puoi permettere di pagare se non commerci valeriana dalla Colombia. La valeriana è come quella cosa che ti senti nelle viscere quando ti svegli la notte per controllare la share che hai fatto da Fazio per scoprire se sei ancora uno scrittore (sopra il 4,5% sei scrittore), è una memoria fisica profonda che ti attanaglia le budella piene di sangue, merda e metafore compulsive che farebbe un sedicenne poco dotato ad un corso di scrittura creativa. Un sedicenne che si fa di valeriana. Valeriana insanguinata come una cosa con il sangue sopra. Rosso. Gli unici al mondo che non si fanno di valeriana sono i carabinieri della mia scorta.  ♥ carabineri. Valeriana is a state of mind come mi ha detto Ciriello Smith, un mio informatore del Bronx, che in italiano significa “la Valeriana sta fatta con la menta” (Cit. mancante)

Irvine Welsh

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Leith aka Corea-Scozia

“Che cazzo te ne fai di questa roba?” chiedo a Kate agitandole davanti il flacone di quella medicina da quattrinai che ho trovato sul tavolo.

“Valeriana, mi serve per dormire! Non urlare che svegli la bambina cazzo”

Stupida vacca , si lamenta e poi urla più di me. E infatti la bamboccina incomincia a latrare come la sirena della polìs, cosa che mi fa salire la fregola di essere già sul walk a bere due pinte coi i ragazzi davanti alla partita degli Hibs invece che in questo letamaio. Fanculo puttana di una puttana.

“Vacca troia ma se stai urlando di più tu! Quanto costa questa merda?” le faccio, perché da quando se ne sta a casa con la bamboccina sembra che siamo diventati ricchi come quell’anglofrocio del principe William e quel fighino della moglie, che tra l’altro si chiama come lei, solo che sicuro come la merda che è 20 volte più topa e c’ha soldi che le escono dal culo. Mica una coreana con le pezze al culo come questa qua. Io però non ho mica problemi a tenermi questa vaccona con le zinnone bianche e la panza da birra perché cazzo almeno è una scoto, cioè regolare, ma qua mi sta prendendo quest’anda che si comporta come se giù al magazzino i soldi me li regalano. Kate, la mia Kate cioè non il fighino reale coi soldi, balbetta merdate per non rispondere alla cazzuta domanda che le ho fatto. Poi vedo il prezzo stampato sul merdoso tubetto di plastica e ci manca poco che non le rompo il grugno. 24 sterline come se ero la cazzuta zecca d’Inghilterra.

“Sei diventata matta vacca troia?”

“Non riesco a dormire, questa bambina piange sempre, non la sopporto più” fa urlando, il che cazzo mi fa pensare che questa sta fuori, sono mica cosa che deve dire una madre di una figlia. Cazzo ti aspettavi che faceva? Che ti puliva la casa?

“È la tua bamboccia” spiego alla ritardata che è meglio che se lo stampa in testa

“La nostra! La nostra bambina!Ma era meglio se ti mettevi il gommino!”

Così alla fine mi tocca mollargliene uno sul naso e la vacca va giù stesa come un ragazzino di quelli di adesso alle prime pinte giù al port sunshine. Tutti canne ed E, poi non reggono gli stronzetti. Comunque un po’ mi dispiace, vacca troia, per questa minorata ma così si impara a urlare tutto il cazzo di tempo come se uno non ha già tutta la sua maxi-dose discount di cazzi da smazzarsi. Cazzo “casa dolce casa” dovrebbe essere no? Altro che il trapanamento di coglioni di questa stronza. Valeriana… da non crederci puttana di puttana.

Adesso però la bamboccina piange, fra 20 minuti inizia il primo tempo e per arrivare a piedi al pub 10 minuti ci vogliono tutti. A piedi perché cazzo la macchina l’ho venduta perché non abbiamo i soldi manco per piangere porco cazzo e questa stronza compra la valeriana come una zoccola quattrinaia da strizzacervelli del centro. Fanculo qua però la priorità adesso è la bamboccina, penso di tritargli questa cazzo di valeriana nel latte, solo che poi sicuro quella spastica di Kate quando si sveglia spende altri soldi miei per ricomprarla.

Colpo di culo che mi torna in mente quello che mi ha detto Dudley giù al magazzino quando è nata la bambina e sono andato un pelo in paranoia con tutte le responsabilità e i cagamenti di cazzo, cioè. Mi ha spiegato come faceva lui quando c’aveva i bamboccetti. “Quando piangevano, gli davo una passatina sul gas aperto e dormivano come angeli.”. Discorso è anche che i figli di Dudley non è che sono proprio famosi per essere dei geni, cioè uno guida gli autobus e l’altro è finito su internet perché faceva delle cover di Lady Gaga vestito da donna e tutto, che l’hanno pure chiamato giù a Londra per quel programma che non mi ricordo come si chiama, quello con la stragnocca rossa che presenta. Insomma una merdata un po’ da invertiti però alla fine un po’ famoso è pure diventato quindi cazzo ci metterei la firma per la bamboccina. Discorso è che oggi non gliene frega una sega a nessuno di uno stronzo coreano, cioè ormai è che devi essere famoso per qualcosa o nisba, muori di fame. Pure che sei un invertito, non è mica un problema. Cioè sono i cazzuti tempi moderni, prendere o lasciare. Così prendo la bamboccina che strilla e la passo sul gas spento, due voli, andata e ritorno e si calma come che avevo fatto la magia. Ne faccio un altro di vai e torna e la bamboccetta dorme come una bambola. Magico cazzo.

La poso giù e esco che c’ho ancora 15 minuti prima del calcio d’inizio del fùtbol.

Questo è essere un padre cazzuto, porca merda.

Massimo Carlotto

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Avevo incontrato Bepi Savonato la prima volta negli anni Settanta, durante la mia vita precedente. Lui stava con un gruppo di maoisti, mezze seghe di cui la metà poi avrebbe fatto il salto e sarebbe passata con noi per la lotta armata. Quelli che avevano scelto le pistole ora se ne stavano tutti in galera, gli altri, a parte uno che dirigeva un quotidiano di proprietà di grossi industriali, erano finiti a fare mestieri da regolari, insegnanti, impiegati. Quattro soldi in croce e vestiti dei grandi magazzini.

Per questo mi stupii di vedere Savonato con addosso una giacca Armani avvicinarsi al bancone della Lola, il mio locale nel centro di Padova. Non il genere di cosa che ti mettono addosso gli sbirri quando ti mandano da qualcuno con il registratore.

Gli offrii un prosecco millesimato e lo ascoltai mentre raccontava della sua attività nell’import-export dalla Cina. Aveva sentito parlare di me, del fatto che non me la cavavo male e che ero culo e camicia con l’avvocato Glauco Farnese. Lo lasciai continuare, sentivo che avrei potuto trarne vantaggio. Gli ci vollero meno di 10 minuti per propormi un carico di una tonnellata di pastiglie di valeriana contraffatta. Il marchio era quello di una famosa ditta svizzera di parafarmaci ma in realtà si trattava solo di oli idrogenati senza alcun effetto. “Tanto la valeriana non fa un cazzo comunque, nessuno si accorgerà della differenza”. Sorrisi e gli dissi che la mia seconda moglie Mariella, quella che avevo sposato dopo aver barbaramente ucciso la prima, prendeva pastiglie di valeriana per dormire ogni sera dopo che la incaprettavo e la sodomizzavo con un paletto spartitraffico. Lui disse che gli sembrava un comportamento coniugale perfettamente sensato e mi sparò un prezzo molto basso. Feci finta di trattare dicendogli che non sapevo ancora a chi piazzarle e non mi piaceva avere merce ferma in magazzino, quello insistette dicendo che sarebbero andate via in fretta. Alla fine ci accordammo per una cifra da rapina, mi diede l’indirizzo del capannone vicino a Rovigo dove avrei potuto mandare qualcuno a caricare i bancali e se ne andò scuro in volto. Non l’aveva immaginata così. Purtroppo per lui non aveva ancora visto niente.

Il giorno dopo invece che mandare i furgoni chiamai Toni Vendramin, il finanziere che avevo a libro paga e gli regalai Savonato. Avevo 50 chili di coca in arrivo dai calabresi la settimana seguente e volevo lo sbirro concentrato su altro e senza bava alla bocca.

Nella foto in prima pagina sul “Mattino” Savonato sembrava il giovane studente spaesato che avevo conosciuto 40 anni prima, e in effetti non aveva imparato un cazzo.

Valeriana contraffatta dalla Cina. Sgominata banda nel padovano” era il titolo.

Richiusi il giornale e andai accogliere il viceministro Zanotto. Era venuto a prendere il caffè corretto di metà del mattino come faceva sempre quand’era in città.

 Philip Roth

Philip Roth

 

Avevamo sempre invidiato il Giamaicano. Lo chiamavamo così perché pur essendo ebreo del New Jersey era altro due metri e cinque, aveva due spalle larghe come la pensilina della fermata dell’autobus fra Lincoln e Watson e soprattutto era nero. Nero come la pece. Questo faceva di lui l’ebreo più nero che conoscessi per almeno 12 gradazioni di sacchetto del pane cumulative. Suo padre Aaron Levi (bianchissimo come d’altronde la madre) aveva una fabbrica di pastiglie di valeriana. Era partito 40 anni prima lustrando scarpe ai gentili giù alla fermata del treno, finché un giorno si era reso conto che le donne ebree lì a Newark facevano fatica a dormire perché per assopirsi avrebbero dovuto smettere di parlare. Questo creava nevrosi e un sacco di spunti da comicità ebraica per teatrini off Broadway ma al tempo Woody Allen non si era ancora fatto Diane Keaton e nessun gentile avrebbe speso 1 centesimo per ascoltare un ebreo parlare di quanto confusionaria e rumorosa fosse la sua famiglia. Aaron però aveva visto giusto perché la Valeriana Mount Sinai Inc divenne in breve una delle più grosse fabbriche di Newark e la più grossa fra quelle proprietà di ebrei. Questo lo aiutò a contrastare l’ostilità dei rabbini che si lamentavano del fatto che la valeriana non fosse affatto kosher. Aaron risolse il problema regalando ai religiosi chili di pastiglie e finanziando regolarmente la lega internazionale ebraica affinché sganciasse sacchi di valeriana sulla testa delle truppe egiziane durante la guerra dei sei giorni. L’istituzione Valeriana Mount Sinai Inc subì però un duro colpo quando il Giamaicano compì 18 anni. Il ragazzo eccelleva negli sport (in particolar modo il volano e il burraco) e nella poesia e quindi non voleva lavorare nella fabbrica del padre. Aveva anche altre buone ragioni dalla sua: al tempo aveva già inciso due singoli con il Wu-Tang Clan (Actually i’m jew e Bar mitzwah swag) e stava lavorando a un album con le produzioni di doctor Dre (Jewalisciuos). Quando il padre lo costrinse a cinghiate a lavorare come guardiano notturno alla fabbrica di valeriana, il Giamaicano si lamentò “Papà sto per diventare milionario, tutto questo non ha senso!” “Sì ma sei pur sempre un negro” rispose il vecchio che sembrava nutrire qualche misterioso rancore nei suoi confronti.

David Foster Wallace

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Quando la rivista Harper’s mi ha chiesto di andare a fare un reportage a Mirandola nei campi di valeriana sopravvissuti al terremoto, la prima cosa che mi sono detto dopo essermi spalmato dello Zin-O sul naso (questa cosa del mio naso debole e caucasico mi fa al contempo “uno di voi” e anche molto simpatico. Nota per i miei alunni: dotate sempre i vostri personaggi di almeno una debolezza) è stata: perché vogliono uno scrittore del midwest americano per fare una cosa del genere? Non potevano mandare, che ne so, Lucarelli? Ok, come non detto. Ad ogni modo credo che il motivo abbia più a che fare con il significato culturale della pianura. La pianura è un sistema totemico per i maschi bianchi caucasici con alta formazione universitaria ottenuta ad Harvard o Crevalcore come me o Palmiro Benazzi che è un tizio che ho conosciuto di cui vi racconterò più avanti (Nota per i miei alunni: lasciate sempre qualcosa in sospeso). La pianura è l’Ur-posto per noi bianchi sovracculturati, il nostro spazio vitale, una specie di lebensraum per gente che ama grigliare tofu nel giardino di casa discutendo di quanto i film di David Lynch siano stupendi, profondi e multistrato sebbene in nessuno dei vari livelli si capisca un cazzo, o forse proprio per questo (N.p.m.a. inserire un sacco di rovesciamenti intelligenti. Tipo “Lei era bella. Ma proprio per questo brutta”. Non significa un cazzo ma la gente dirà “mmmhhh arguto”). La cosa che mi colpisce della pianura è la sua esiziale, innata e indubitabile ironia di fondo. La cosa è chiara a tutti da quando nel 1954 la tv di stato russa tramise il film Kotiompky in cui il protagonista, un trattorista con tendenze antisociali, fissando la sterminata pianura davanti a sé dice alla moglie “Sarà meglio che la tua vagina caghi patate perché ho voglia di vodka”. In senso più ampio la piattezza dell’habitat naturale dell’uomo caucasico bianco è l’humus su cui germoglia la sua volontà di potenza. Se imbrigliata dal calvinismo la volontà di potenza genera imperialismo mondiale fatto di droni e cibo grasso dal bassissimo valore nutrizionale, mentre se gestita attraverso il cattolicesimo porta attraverso un millenario percorso a sbalzi da Machiavelli a Manzoni fino all’esito catastrofico e oscuramente apocalittico di persone che leggono la Lipperini. Cosa direbbe John Pop Corn, idealtipico abitante del midwest, di fronte all’immutabile staticità della pianura nella versione che conosce lui, quella cioè fatta di infinite Ruote che si snodano nel ventre molle del Paese più fallocratico e armato del mondo? (N.p.m.a. inserite un generico riferimento pop da quattro soldi e subito dopo complicate un po’ la cosa. Se vi dimenticate il secondo passaggio siete Baricco. Non vi basterà non chiamare i vostri personaggi con nomi creati accozzando le sillabe che mugolano i lama in calore, tipo Eliahaehvq) John Pop Corn non ne nota affatto l’ironia (solo io e voi possiamo. E voi solo grazie a me) ma ne coglie la natura muscolarmente avulsa ad ogni pendenza, ne percepisce animalmente il tèlos testardamente opposto all’altitudine, l’infrazione alla retta linea dell’orizzonte vissuta come degenerazione del Kaos nell’equilibrio del Kosmos. Mazda Kosmos (Fate battute sceme ogni tanto, gli editor le amano, sono dei bambinoni). Non ero ancora arrivato Mirandola, a dire il vero dovevo ancora salire sull’aereo a Boston, quando mi sono reso conto che non avevo bisogno di andare fino in quel posto pieno di zanzare in Italia. Potevo rimanere sui sedili del gate e scrivere tutto quello che mi veniva in mente per le successive 36 ore (N.p.m.a. alla fine di una buona storia il protagonista non è più lo stesso, è cambiato ed è diventato più autoreferenziale più intelligente). Chiaramente questo implica che non saprete mai chi è Palmiro Benazzi (N.p.m.a. lasciare un mistero aperto dopo averlo aperto arbitrariamente è ottimo, fa molto David Lynch. Chiuderlo è banale storytelling e qui nessuno vuole essere meno che supermegabrillante) né come sono fatti i campi di valeriana di Mirandola (N.p.m.a. non date mai alle riviste quello che vi chiedono, i vostri pensieri slegati sono molto più pregevoli e vi faranno scopare molto di più. Altrimenti che cazzo volete fare gli scrittori a fare? Fatti? Storie? Bleah!). Sicuramente preferite sapere perché trovo che al giorno d’oggi volare in Italia sia un intollerabile cliché… (seguono 470.000 mila battute su questo tema, sul sapore della bottiglietta d’acqua frizzante comprata al bar del gate e su come le bollicine siano legate indissolubilmente all’età feudale cinese, soprattutto se visto dalla prospettiva di un maschio caucasico sovracculturato – FINE).

N.b. alla fine di questo reportage la foresta da cui viene preso il legno per fare le pagine di Harper’s ha citato David Foster Wallace per maltrattamenti
N.b.2 Harper’s ha annunciato che sostituirà Wallace con Toni Capuozzo
N.b. 3 sì, questa storia è un anacronismo, sì Foster Wallace è morto, lo so. Togliete le vostre ditine dalla tastiera
L’idea di questo post nasce da un evoluzione di quello pubblicato su VICE e dal  libro di Raymound Queneau “Esercizi di stile” (Einaudi)

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