Gomorra: “Ehi Hbo, abbiamo una serie!” (Linkiesta)

  • 2 maggio 2014
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Come un libro mediocre abbia potuto generare la migliore serie tv italiana comparsa fino a ora

Rileggere Gomorra di primo mattino è un po’ come alzarsi e picchiare il giornalismo d’inchiesta con un tubo Innocenti finché non sanguina la sua anima spezzata dal colon. Frase che fa schifo ma è l’effetto collaterale del rientrare in contatto nel 2014 con preziosi passaggi del best seller di Saviano come «un ano di mare che si allarga con grande dolore di sfinteri» che poi sarebbe il porto di Napoli, detto poco più avanti anche «un’appendice infetta mai degenerata in peritonite». Anni dopo, le pagine di Gomorra continuano a grondare metafore “sangue e merda” nel tentativo di fare sembrare il libro un reportage americano ma generando un effetto più simile a un’edizione cartacea di Lucignolo.

Così temevo il peggio mentre il treno sfrecciava verso Roma, direzione premiere di Gomorra la serie, e ripassavo il ritmo spezzato simil-Ellroy ma privo di ogni traccia di ironia della prosa di Saviano e i tanti momenti in prima persona poco credibili dentro il libro che ha venduto più di 10 milioni di copie e generato una nuova divinità laica per una parte di elettorato italiano e gli autori di Fabio Fazio.

Al di là dello stile difficilmente digeribile e delle esagerazioni assolutistiche tipiche di qualsiasi argomento Saviano si occupi («Non c’è stupefacente che venga introdotto in Europa che non passi prima dalla piazza di Secondigliano», sì, vabbè Roberto), Gomorra aveva anche avuto due meriti: parlare di una realtà che in pochi conoscevano e portare avanti la tesi, fino ad allora relegata ad aree movimentiste, che tutto sommato la grande criminalità organizzata non sia altro che capitalismo armato, feroce e più efficiente.

Contavo per ciò su questi due pregi, che offrivano ampio materiale narrativo, e nella fiducia nell’unico canale italiano che aveva osato trasmettere una serie con dei PERSONAGGI CATTIVI (Romanzo Criminale), ma nella vita non si sa mai. Metti che a un certo punto un cinese nella serie si fosse messo a parlare una lingua «sparata fuori dai denti come una mitraglietta» o che nella trama tutto fosse sembrato «chiaro, ovvio, suturato alla pelle del quotidiano». Erano rischi non da poco. Tuttavia per la gioia della mia vicina di sedile che non ce la faceva più a sentirmi mugugnare dolore ogni volta che incappavo nelle metafore pulp-Novella duemila di Saviano, la stazione Termini era ormai alle porte.

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