Linkiesta e le dimissioni di Alfieri

  • 11 luglio 2014

linkiesta_logoRicordo perfettamente quando Marco Alfieri mi telefonò nell’agosto del 2013. Mi trovavo in Salento per un reportage e la prima cosa che notai fu quanto suonava indiscutibilmente milanese la sua voce. Subito dopo pensai “chissà cosa vuole da me questo giornale di economisti”. Più tardi scoprì che Marco era di Varese e allora pensai “chissà cosa vuole da me questo giornale di economisti con il direttore di Varese”.

A settembre mi invitò in redazione e quando mi propose di fare qualcosa per loro risposi “se vuoi ho già pronta l’ultima parte di un reportage che per motivi che non si potranno spiegare in un pezzo scritto un anno dopo, chi ha commissionato non vuole più pubblicare” poi sussurrai “maneggialo con cura, contiene dei tamarri” e rimasi lì indeciso se aggiungere anche un “e terùni” con un accento sbagliato e magari un’invocazione al dio Po o alla necessità inderogabile delle delocalizzazioni. In quel tempo infatti lo spirito guida dell’affitto da pagare aleggiava ancora potente sul mio cammino, emanando indistinti raggi di accondiscendenza canina verso tutte le potenziali fonti di contanti. Il giorno precedente, ad esempio, avevo espresso un lungo e accorato apprezzamento per le ultime misure della BCE ad un bancomat di via Ugo Bassi, piaggeria per altro caduta inspiegabilmente nel vuoto. Negli uffici di via Melone de Linkiesta, però una corazza morale sorta tutto attorno a me, inaspettata come un eritema solare sulla pelle di un kenyota, rifletté lontano la mefitica influenza psicologica dell’indigenza e finii per tacere . Alfieri lesse il pezzo in questione e disse “e che problema c’è?”

Io dissi “ah bene”, un’antica espressione quasi dimenticata che significa “non è poi tanto male questo giornale di economisti con il direttore di Varese”.

In seguito non ebbe nessun problema a pubblicare un mio pezzo su  Odifreddi che nella maggior parte delle redazioni italiane avrebbe comportato l’emanazione nei miei confronti di un provvedimento restrittivo a vita, qualcosa come mantenere una distanza minima di 50 metri da tipografie, ciclostile e tutte le forme conosciute d’inchiostro, polpi compresi. Un pezzo del genere da molte altre parti avrebbe soprattutto causato crocifissioni in sala mensa per tutti coloro che nella catena di comando avessero omesso di censurarlo. Si trattava infatti dell’ attacco argomentato di un trentenne a due firme di un grande giornale su una questione epistemologica. A chi nella vita non facesse il giornalista e magari pensasse che è anche di queste cose che si alimenta il pubblico dibattito democratico, è necessario spiegare che nell’ambiente giornalistico italiano una situazione del genere assomiglia più a un servo della gleba che prende l’imperatore a schiaffi dopo aver insultato pubblicamente la sua virilità e avere urinato sulla sua collezione di pizzi (tendo sempre a immaginare che Riotta abbia una collezione di pizzi).

Abituato a scrivere comunque negli articoli quello che i miei complicati schemi di carta 9 metri per 9 mi danno l’illusione sia giusto, scoprii con un certo stupore e sollievo che i provvedimenti punitivi di indicazione geografica tipica in via Melone non erano in uso. A Linkiesta se, e sottolineo se, ci furono problemi chi di dovere formò un solido muro fra l’autore e il lamentante.

Una sola volta, non Marco Alfieri ma un membro della redazione, di cui non farò il nome se non chiamandolo Giulio D.A. o anzi meglio G. D’Antona, mi chiese di levare un “cagato in faccia” dalla prima riga di un pezzo. Interpellato Alfieri disse “beh se vuoi tienilo ma se lo puoi levare forse è meglio”. Questo è il livello della persecuzione poliziesca e illberale a Linkiesta: uno non può mettere “cagato in faccia” nella prima riga di un pezzo d’apertura, e loro subito ti consigliano timidamente di sostituirlo. Dannati fascisti.

La frase per la cronaca la tolsi quando mi convinsi che avevano ragione loro, e in effetti senza l’overture defecatoria il periodo girava meglio. Fu in quell’occasione che mi resi definitivamente conto di aver sottovalutato la città di Varese e l’accento longobardo incominciò a sembrarmi la lingua della libertà, l’equivalente adulto di quello che è il francese nell’adolescenza, quando oltre a non sapere un cazzo non sei mai stato neanche per sbaglio in una banlieue e sostieni indomito tesi ardite come la potabilità del Bacardi Breezer e l’idea lineare che i francesi sono più civili perché almeno loro hanno fatto una rivoluzione. Così ogni volta che leggo frasi come questa sul manifesto [1]

“E invece, inse­guendo in rete le tracce delle bur­ra­scose vicende de Linkiesta.it, si leg­gono sto­rie di epu­ra­zioni, di finan­zieri che cer­cano sponde in poli­tica, di edi­tori che pre­mono sulla linea edi­to­riale”. 

mi chiedo di che giornale stiano parlando. Può darsi che le cose stiano così,  scrivo per via Melone dal settembre 2013, non posso quindi parlare per la situazione precedente, ma avendo lavorato anche per altri giornali, da alcuni dei quali sono tuttora trattato in maniera perfettamente professionale, quello che posso dire con assoluta certezza è che non ho mai incontrato un grado di libertà così radicale come quello che ho trovato a Linkiesta sotto la direzione di Alfieri.

Ho voluto scrivere queste cose nonostante sia perfettamente conscio che un giornalista italiano “propriamente detto” con il suo insostenibile senso dell’opportunità non le avrebbe mai scritte.

I malpensanti che nella categoria con il tesserino marrone abbondano potrebbero pensare che scrivo queste cose per ingraziarmi Alfieri. A parte l’astuzia volpina contenuta nel blandire un direttore uscente, il punto è che, e non so come metterla giù senza sembrare un rapper di Miami, se anche i vostri pezzi online avessero fatto due milioni di lettori in due anni, sapreste che non avete bisogno di leccare il culo né di farvi proteggere da nessuno. Il fatto piuttosto è che mi è dispiaciuto vedere messo in cattiva luce non solo il lavoro di Marco Alfieri, ma anche quello dei ragazzi della redazione de Linkiesta che a mio parere è stato buono e in alcuni casi (che dovranno diventare la norma se vogliamo sopravvivere) eccellente. I risultati in termini di numeri si sono visti, dato che il giornale è cresciuto moltissimo passando a picchi di 2 milioni di utenti unici al mese e a un dato stabilizzato di 1,2milioni di lettori, dati che forse Alfieri avrebbe potuto citare nel suo famoso editoriale, ma l’uomo è talvolta un po’ troppo modesto. Peccato che le tabelle della pubblicità si aggiornino a ritmi da cartaceo e lo sforzo sia risultato per il momento inutile, senza dimenticare come  la precedente gestione abbia lasciato delle eredità economiche pesantissime. È quindi un paradosso che un giornale che cresce a ritmi altissimi perda il suo direttore, ma ci può stare, sono le regole del gioco che sono più complicate del semplice, si fa per dire, farsi leggere.

Quello che ho fatto fatica a tollerare è il gioco di specchi deformanti del quale ho fatto esperienza, ovvero l’enorme differenza nella percezione delle cose che avevo parlando con chi il giornale lo fa e quella che si poteva derivare  dagli articoli di altre testate sulla situazione de Linkiesta.

Un’esperienza in cui ho dovuto imparare a capire come ragionano i giornalisti italiani su queste cose. È stato più o meno come cercare di capire i principi cardine del comportamento di animali preistorici, in via di estinzione ma ancora sommamente feroci.

Primo: non lasciare vicino a loro il tuo panino con la porchetta. Lo mangeranno. Specie se loro sono G. D’Antona o Giulio D.A. Secondo: se sei una public company gli rode il culo a un sacco di gente e il giorno in cui le cose si mettono male tutti saranno felici che sia stato dimostrato che un’altra via non era possibile. Per molti sarà un occasione di tirare un lungo e appagante sospiro di sollievo. Terzo: se la prosa di tanti articoli italiani è sovente così scarsa e deludente, spesso è perché chi l’ha composta ha speso metà della sua giornata a consumarsi in dietrologie. Parola sommamente orrida di estrazione giornalistica che compie il ciclo completo e finisce per dimostrarsi tagliata su misura per descrivere proprio il mondo da cui nasce. Dietrologia è un termine che traccia perfettamente il perimetro di tanta, troppa, parte del giornalismo in questo Paese, un’attività interamente, o quasi, consumata dalla necessità di mandarsi messaggi cifrati fra le righe in un gigantesco postulato a mezzo stampa dell’alto principio filosofico e stella polare ermeneutica univocamente applicata al reale:

“Tanto sono tutti delle merde”

Ne consegue che non si dice mai la verità, soprattutto se si parla di sé stessi, e si mandano segnali di fumo incrociati sulla testa dei lettori.

In questo panorama l’oggetto Linkiesta purtroppo è un po’ troppo libero e sincero e questo manda in crisi i paradigmi interpretativi maliziosi. Tu dici “guarda che a me nessuno mi ha toccato una riga” e quelli sentono “ahah ha paura che lo licenzino”.

Si dice che il tempo è galantuomo, non lo so, non sono solito fornire attributi morali a una cosa che con il suo semplice scorrere uccide un sacco di gente, ma spero che per Alfieri e Linkiesta questo detto abbia valore.

Mi spiace che il giornale ad oggi sia riuscito per molti motivi ad applicare solo in parte tutti i discorsi sul giornalismo digitale che risuonavano da mesi in redazione, da parte di Alfieri ma non solo. Per questo, d’altro canto, sono le persone che rimangono che mi fanno ben sperare, mi auguro che chi seguirà nel posto che è stato di Marco abbia la stessa voglia di sperimentare e investire risorse sui contenuti che ha avuto lui, perché quel che certo è che la strada è tutta da tracciare, siamo dentro un cambio di paradigma epistemologico e le opportunità sono almeno pari ai rischi, per questo i discorsi monodirezionali di questi giorni francamente lasciano il tempo che trovano, il futuro non deve essere gattini ma manco editoriali da 5 visualizzazioni, tanto per capirsi.

C’è una cosa però per cui desidero ringraziare Marco Alfieri, e non è la libertà, né i mezzi, nemmeno i lunghi discorsi teorici che abbiamo fatto molte volte sul giornalismo e sulla scrittura, queste sono cose che tutto sommato in un mondo non dico ideale ma quantomeno abitabile, dovrebbero fare parte di un giornale. Quello per cui voglio ringraziarlo è di essere una persona per bene, di quelle che quando ne incontri, ti fanno sentire un po’ più fiduciosi per il futuro.

In bocca al lupo

Q.

 


[1] (giornale che prende contributi pubblici, il che per quanto mi riguarda è ok, ma forse poi non è il caso di fare i soloni su chi cerca di stare in piedi da solo)