Reportage: Fasano, India

  • 11 settembre 2014
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La storia del matrimonio indiano è finita sotto i miei occhi in un bar del Salento a fine agosto del 2014. Stavo mangiando un pasticciotto, una delle pochissime attività cui mi dedico in estate assieme alle torsioni sul mio asse per evitare le piaghe da decubito, e ricordo ancora perfettamente l’occhiello all’insegna dell’understatement di «Repubblica Bari»:

IL MATRIMONIO DEL SECOLO

Il pezzo si riferiva ai due ricchi giovani indiani che avevano scelto per motivi misteriosi di sposarsi a pochi chilometri da Fasano. Come tutte le altre testate locali, «Repubblica Bari» forniva una ridda di particolari su quanto lo sposalizio sarebbe stato (traduco liberalmente): enorme, meraviglioso, smodatamente ricco, insultantemente (ma anche ammirevolmente) fastoso, lunghissimo, floreale, tamarro, dorato, decisamente indiano ma pure orecchiette-munito – almeno nella giornata di giovedì, quella dedicata agli chef locali. Il lieto evento veniva descritto esplicitamente come “fiaba” “episodio da mille una notte” e implicitamente come “quello che voi non vivrete mai, sciocchini privi di aziende di famiglia che fatturano tre miliardi di dollari l’anno”. Il matrimonio non solo era in quanto tale un atto contro natura (pensavo io), ma in questo caso specifico (dicevano i giornali) era anche organizzato in regime di ristrettezze dieci milioni di euro per tre giorni. Sfacciatamente oligarchico cioè, ma anche episodico, e appannaggio di gente che abitava abbastanza lontano da suscitare, con la sua ricchezza, più ammirazione che risentimento.

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