Perché True Detective non è la rivoluzione (Vice)

  • 14 marzo 2014
True_Detective (1)

 

In Quinto Potere di Sidney Lumet, una assistente sintetizza a una splendida Faye Dunaway, dirigente di un network televisivo americano, alcune sceneggiature. In ognuna delle quali c’è sempre un tizio “burbero ma dal cuore d’oro.”
Era il 1976.
Trentotto anni dopo, il mondo, o sarebbe meglio dire le bacheche di Facebook sulle quali una piccola parte della popolazione fa professione quotidiana di apostasia nei confronti dell’orrido “sceneggiato italiano” e le sue legioni di preti, medici e sbirri buoni, ha gridato a più voci alla rivoluzione e alla serie definitiva per l’arrivo di True Detective e per il “detective Rust”, “un burbero dal cuore d’oro” che ha letto più libri dei suoi omologhi un po’ scemi e alcolizzati degli anni Settanta.

Ora che la prima stagione di questa serie antologica è terminata (ogni anno storia, personaggi e location diverse, altra cosa che ha eccitato gli animi), si può tranquillamente affermare che la portata della sua tanto decantata visionarietà si limita al rinnovamento di un ambito ben specifico: quello del crime con potenzialità generaliste. Generaliste per gli standard di un Paese che sa produrre narrativa di qualità, ovviamente. In True detective non c’è nessuna tragedia contemporanea, né collettiva come in The Wire, né personale come in Breaking Bad: non siamo di fronte ad un capolavoro, ma a una serie interessante soprattutto per i suoi elementi di sperimentazione.

In True detective c’è l’eterna lotta fra il male e il bene che però occupano campi ben definiti, opposti e inconciliabili. Alla fine di un lungo percorso di morte si compie l’esorcismo e l’equilibrio si ricompone, la classica struttura del giallo.
Perché dunque tanto clamore? (Continua a leggere su Vice)