SE FACEBOOK SI MANGIA TUTTO (Venerdì di Repubblica)

  • 13 agosto 2015
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Come Facebook vuole inglobare l’informazione – (articolo pubblicato sul “Venerdì di Repubblica” del 31 luglio)

“Chi è l’editore di questo o quel giornale?”

era una domanda che fino a qualche anno fa non presentava un alto grado di complessità, oggi però non è più così. “Facebook istant articles”, l’ultima trovata dell’azienda di Menlo Park, è stata presentata come un’opportunità per tutte le parti in causa, ma potrebbe essere solo l’inizio di un’ulteriore rivoluzione, dove per rivoluzione s’intende un cambiamento in cui alla fine i produttori di contenuti saranno più deboli e le aziende della Silicon valley più forti.

Niente di particolarmente nuovo, questo è infatti lo spirito del tempo.

L’idea è relativamente semplice: Facebook offre agli editori una piattaforma interna al social network dove pubblicare i propri articoli senza bisogno di ridirigere il lettore su un sito esterno. Per ora si tratta di testate del calibro del New York Times e del National Geographic, ma in futuro il servizio potrebbe aprirsi ad altre realtà editoriali.

Il vantaggio è che l’impaginazione dell’articolo è più bella, efficiente e si carica molto più in fretta, questo significa più traffico, quindi più pubblicità. Le condizioni per il momento sono anche vantaggiose: il 100% degli introiti pubblicitari per le inserzioni trovate dall’editore, il 70% per quelle gestite da Facebook.

Il punto di svolta però va ben oltre l’incrementata efficienza per il consumatore, si tratta di un cambiamento ben più ampio, i giornali non trattano più con il social network come soggetti esterni ma diventano di fatto produttori di contenuti interni al grande sito-mondo dove gli uomini e le donne della nostra epoca riversano spontaneamente i propri dati e costruiscono una parte sempre maggiore delle loro identità.

La maggior parte dei giornali ricevono già adesso più della metà del traffico da Facebook, e il social network ora si attrezza per inglobarli. Al tempo stesso non è da oggi che gli editori investono nella promozione delle proprie pagine Facebook per aumentare il lettorato, senza avere per altro alcuna garanzia che la sovrastruttura impalpabile sui cui spendono il loro denaro non cambi in futuro, ovviamente senza chiedere il permesso.

È già successo ad esempio quando l’algoritmo del social network ha smesso di mostrare a tutti i fan di una pagina ogni suo aggiornamento, selezionandone solo una parte sulla base dell’impatto della notizia. Semplificando molto sarebbe come un edicolaio che decidesse di spingere alcuni giornali ( ma sarebbe meglio dire singoli articoli) piuttosto che altri, sulla base delle successo che hanno appena vengono pubblicati o, alternativamente, perché viene pagato per farlo. Pubblicare direttamente su Facebook inoltre significa rinunciare a sviluppare i propri canali e a una buona fetta della propria autonomia.

Ed è qui che la domanda “chi è l’editore?” si complica. Il punto teorico è che il produttore di contenuti, lungi dall’aver ottenuto quella disintermediazione che è spesso eletta simbolo di internet, diventa in realtà sempre più dipendente da un singolo intermediario che ha una dimensione globale, un gigante che detta le condizioni e rifiutarle significa ogni giorno di più diventare invisibili. Nel frattempo il social network incamera dati sempre più precisi su quello che i lettori vogliono, e un giorno potrebbe anche decidere che arrivata l’ora di produrre le news da sé, avendo a disposizione una platea di utenti sempre più vicina a quella della popolazione mondiale.

Una platea di cui il social network sa tutto, età, gusti, e, se non sappiamo resistere al metterlo online, anche l’ultima volta che ci siamo sbronzati con indosso un capello da coniglio.

Chissà se allora serviranno ancora i produttori esterni, o se il sito-mondo sarà diventato editore, tipografo, giornalista e in un certo senso anche lettore.

Quel giorno noi saremo Facebook.