SUL TRENO DEI MIGRANTI VERSO LA GERMANIA (Venerdì di Repubblica)

  • 6 settembre 2015
Schermata 2015-09-05 alle 19.53.54

(Una versione ridotta di questo reportage è stata pubblicata sul Venerdì di Repubblica del 21/8)

BOLZANO. “Senta, vi danno i guanti?”. Chiede un uomo sui sessanta a un carabiniere con braccia muscolose, occhiali sportivi neri e baschetto. Siamo al binario tre della stazione di Bolzano in un pomeriggio d’inizio estate, in attesa dell’Eurocity diretto a Monaco di Baviera e il riferimento ovviamente è alla scabbia, una delle parole chiave attorno alla quale ruota il nostro evoluto dibattito mediatico sul flusso di migranti che sbarcano in Sicilia, diretti verso il nord dell’Europa. Forse avremmo potuto parlare di Isaias Afewerki, il dittatore che fa dell’Eritrea quella che alcuni osservatori internazionali chiamano la “Corea del nord” del continente africano, o dell’Isis, o della guerra civile in Siria ma si vede che “Scabbia” era più semplice e immediato. Un po’ come “ruspa” o “mono-neurone”.

Il carabiniere fa “sì-sì” con la testa, che i guanti ce li ha e infatti ne tira fuori un paio di pelle nera e se li infila, poi il treno che stiamo aspettando sferraglia dentro la stazione e un corpo misto polizia-carabinieri si avvia verso il fondo del convoglio. Fanno scendere una quarantina di persone, uomini, donne e bambini piccoli, gli uomini indossano sneakers, jeans stretti e t-shirt colorate, le donne, ugualmente, sono vestite alla occidentale. Gli adulti hanno quell’età in cui in certi paesi si fa famiglia e in altri si fanno stage a 300 euro, in altri ancora tocca scappare da una feroce dittatura o da una guerra.

Un volontario bolzanino spiega in inglese e in arabo ai migranti che ora la Polizia gli darà un documento e poi li faranno mangiare. Loro ascoltano in silenzio con la faccia di chi non capisce perché è dovuto scendere dal treno anche se ha il biglietto. Di Eurocity con la livrea grigio-rossa delle ferrovie austriache diretti a Monaco, da Bolzano ne passano 5 al giorno, a bordo di ognuno ci sono decine di immigrati.

La polizia austriaca ne rimandava in Italia fino ad 80 al giorno, poi nel periodo antecedente al g7 in Germania, i tedeschi hanno sospeso Schengen e gli immigrati sono rimasti bloccati prima ancora di avvicinarsi alla Germania, ovvero in stazione a Bolzano. Il loro viaggio però non si fermava del tutto nemmeno allora: qualcuno attraversava il confine a piedi, altri in auto, altri offrivano senza molto successo soldi a volontari e ferrovieri per farsi scarrozzare al di là del Brennero, altri ancora cercavano un passaggio con il car sharing, qualcuno tornava indietro per provare altri varchi fra l’Italia e l’ambito nord.

Dopo il g7, a inizio estate, il traffico è ripreso a singhiozzo, con un meccanismo che appare poco chiaro e di sicuro molto complicato: i migranti vengono fatti scendere dagli Eurocity a Bolzano, portati al posto della Polfer dove ad ognuno viene dato un foglio, scritto solo in italiano, che li invita a recarsi in questura entro tre giorni per regolarizzare la propria posizione. Sanzioni previste: duecentotre euro di multa o tre mesi di reclusione. Prima che accada qualcosa del genere però sono già andati via con il treno regionale diretto verso il Brennero, l’ultima stazione in Italia. Una volta al confine potranno salire a piccoli gruppi sulla stessa linea di Eurocity da cui sono stati fatti scendere a Bolzano, il tutto sotto lo sguardo silenzioso della polizia.

Nel bivacco fuori dall’ufficio della Polfer incontro Osman, un eritreo ventenne che nonostante la giornata di sole e la giacca che indossa non emette una goccia di sudore. Gli traduco il foglio che gli ha dato la Polizia, per lui come per gli altri andarsene entro tre giorni non è un problema, qui sono tutti diretti a nord.  Lui vuole raggiungere la Svezia e mi chiede se dovrà attraversare di nuovo il mare, dico di “sì ma c’è anche un ponte” “Quanti chilometri?” rilancia, io azzardo un “duemila”, e lui si incupisce un po’. Nel dubbio apro Google Maps e gli mostro la Scandinavia. Osman mi fa cenno di allargare la scala fino a che non compare l’Africa, quando vede che ha già fatto più strada di quanta gliene manca, si mostra di nuovo ottimista. “Arriverò” dice.

Mi mostra con un certo orgoglio la strada che ha compiuto fino ad oggi: fuggito dall’Eritrea ha passato qualche mese a lavorare in Sudan guadagnando molto poco, da lì poi è arrivato a Ajdabiya in Libia dopo una traversata del deserto durata una settimana. “Qui in Italia è molto meglio che in Libia. Li sono tutti armati, donne, bambini, tutti”. Per arrivare in Italia via mare ha speso 1600 dollari. Quando l’inglese non basta a comunicare mi aiuta Achraf, un volontario marocchino di 27 anni che indossa una pettorina azzurra, controlla lo smartphone ogni 30 secondi e parla in arabo coi migranti. Mi racconta la sua vita fatta di lunghe peregrinazioni fra Italia, dove vive il fratello, Austria, Francia e Belgio, una storia d’amore con una ragazza marocchina che vive a Parigi conosciuta su facebook e qualche piccolo precedente penale. Galleggiava a Bolzano in cerca di un lavoro quando ha visto le immagini della stazione in tv ed è venuto a dare una mano. Scambia battute con i migranti, loro ridono e sono un po’ più tranquilli in mezzo alle divise che li circondano, poi dà un’altra occhiata al suo profilo facebook. Vicino a noi incrociano, le mani alla cintura e le gambe larghe, un poliziotto italiano con la Gazza infilata nella tasca posteriore dei pantaloni e una snella poliziotta austriaca, accomunati solo dalla noia sul volto. Qui le pattuglie di Polizia sono miste e in alcune circostanze non sono mancate le tensioni.

Il giorno seguente torno in stazione deciso a raggiungere il Brennero con il treno regionale. Sulla banchina incontro Achraf  e gli chiedo se gli va di accompagnarmi,  lui alza le spalle e poi fa “Sì, sono curioso di vedere cosa succede lassù”. I migranti di oggi sono tutti nuovi, arrivati al mattino, quelli di ieri, compreso Osman, sono già ripartiti nella notte. Il convoglio è pieno e sul vagone gli eritrei se ne stanno seduti in mezzo a signore che parlano in dialetto sudtirolese, bambini biondi, capotreni meridionali e una troupe del canale inglese Channel 4, quelli di Black mirror, che filma tutto. Nel treno che avanza nel verde silvestre della val d’Isarco, s’incrociano le storie che diventano titoli di giornale, servizi per le televisione e trending topic su twitter e quelle che chiamiamo noiosa normalità. Fra un vagone e l’altro, seduti sulle custodie della loro strumentazione,  gli inglesi e il loro producer italiano mi raccontano di essere partiti il mattino da Roma, hanno facce più stravolte di quelle dei migranti e sono decisi a seguirli fino a destinazione, ovunque essa sia.

Un gruppo di eritrei chiede ad Achraf io dove sono diretto. Gli dico che sono italiano, Achraf traduce, e loro rilanciano “C’è il mare al Brennero?” quando gli rispondo di no un po’ divertito, loro ridono, capendo al volo di aver fatto una domanda improbabile. Un controllore guarda i biglietti, sono quelli dell’Eurocity del mattino ma va bene così. Più in là nel convoglio c’è qualcuno che non ha nemmeno quello “Devi scendere alla prossima stazione” dice allora il capotreno in inglese sorprendentemente buono. Alla stazione seguente la banchina rimane ovviamente vuota: non li ha fermati il deserto, non ce la faranno le ferrovie autonome altoatesine.

Achraf mi mostra un video su facebook di un ragazzo nero che parla italiano con un leggero accento milanese, felpa e cappellino da baseball, racconta in video come la gestione degli immigrati sia un grande business prima di tutto per gli italiani. La sua pagina ha diverse migliaia di like,  i commenti sono quasi tutti in italiano e le foto profilo hanno i volti di tutto il mondo.

“Lui è forte eh” chiosa Achraf.

Abdulah se ne sta seduto per terra, il treno è pieno, e ha appoggiato della carta igienica sotto i jeans, per non sporcarli. Un’idea semplice a cui io, che ho sempre a portata di mano una lavatrice e non sono partito dall’Eritrea con uno zaino, non avrei pensato. Achraf insegna ad Abdulah come dire “Brennero” in italiano e gli mostra come si scrive, poi quello chiama un amico e ripete il nome per spiegargli dove si trova.

Nel vagone, seduto composto come un alunno di un collegio nel 1960, una borsa appoggiata sulle ginocchia e le mani giunte, c’è Robel, un ragazzino di 13 anni. È solo, sta cercando di raggiungere il fratello in Germania. Parla anche un po’ d’inglese, racconta di essere in viaggio da 18 mesi, ad un età in cui da noi i suoi coetanei si preparano per gli esami di terza media. Una coppia di sudtirolesi di mezz’età sui sedili di fronte lo ascolta parlare senza sapere bene che espressione fare davanti alla sua storia, esattamente come me. Robel guarda fuori dal finestrino le pendici ripide delle montagne ricoperte di abeti “Avevi mai visto le montagne?” gli chiedo e lui risponde con un sorriso che le montagne ci sono anche in Eritrea e fortunatamente non aggiunge “stolto italiano”. Achraf si segna il suo profilo Facebook, dice di scrivergli nei prossimi giorni per fargli sapere come procede il viaggio verso il fratello. Il treno arriva in questa specie di casetta nel bosco che è la stazione del Brennero. Appena scendiamo i migranti mi chiedono una mano a stendere una grande cartina per terra, e poi domandano in quale parte si trovano esattamente ma quando la guardo mi tocca rispondergli “Guys, this is France”.

Alla fine scaglionati in gruppi, i migranti saranno lasciati risalire sugli Eurocity per Monaco, proprio quelli da cui erano stati fatti scendere a Bolzano. È il fragile e pragmatico equilibrio trovato dagli operatori ai confini europei. I migranti di oggi verranno identificati definitivamente solo dalla polizia germanica, una volta scavalcato il Brennero, attraversata l’Austria e raggiunta  Monaco di Baviera, e a quel punto sarà difficile rispedirli in Italia, perché quello che conta nella gestione dei migranti è dove viene fatta l’identificazione, dove, cioè, vengono prese le impronte digitali.

Il traffico esseri umani attraverso l’Europa scorre così, fra qualche controllo e molti non detti, fra schiene che si girano al momento giusto e molta frustrazione. Sullo sfondo rimangono le tensioni tra Stati che se non si risolvono negli eurogruppi in qualche modo si accomodano ai confini, magari a giorni alterni.

Se è vero come è stato scritto sui giornali urlando allo scandalo che gli immigrati vengono fatti scendere dagli eurocity a Bolzano è altrettanto vero che poche ore dopo qualcuno nella folla di operatori, curiosi, giornalisti e passanti suggerirà di prenderne altri, questa volta indisturbati.

I viaggiatori del mondo globale con le idee molto chiare su dove vogliono andare ma spesso un po’ di meno sul come arrivarci, vengono scaglionati e lasciati transitare un po’ alla volta verso le loro destinazioni.

Aspettano e obbediscono pazienti ad ordini spesso contraddittori, forti della certezza che il peggio è passato.


LSG COVER SITO 2° RISTAMPA

 

 

 

 

 

Acquista su: