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Reportage: I PROBLEMI SONO ALTRI

 

Il nome è la religione dei graffiti.

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Stringo il cappuccio della felpa e respiro l’odore chimico della bomboletta, una Montana hardcore, più di quindici anni dopo la fine della mia brevissima e mai particolarmente convinta carriera di writer. Avrò avuto sì e no sedici anni, e l’episodio culminante di quella breve epoca fu la fuga da una Punto piena di poliziotti in borghese. Eravamo tre, io scappai in bici prendendo in pieno un marciapiede alto trenta centimetri a quaranta all’ora e distrussi il cerchione davanti senza che questo riuscisse a fermarmi. Uno dei miei amici girato l’angolo si lanciò a pesce dentro un bidone dell’immondizia, mentre l’altro, quello più scuro (i casi della vita), venne fermato. O meglio, si lanciarono tutti su di lui, facilitandoci la fuga. Per sua fortuna venne fuori che era l’antidroga. Pensavano fossimo spacciatori e quando videro il graffito, un orribile puppett dai tratti che volevano essere loschi e gangsta, ma erano soprattutto brutti, si misero a ridere.

In compenso ancora oggi mio padre, che ignora la storia, sostiene che rompo le bici: «Come quando hai distrutto un cerchione perché sei troppo pigro per scendere quando incontri un marciapiede». Dopo tutto questo tempo potrei raccontargli la verità, ma in fondo sarebbe troppo faticoso, il che in un senso più ampio gli dà ragione.

Rispetto a quell’epoca d’incoscienza adolescenziale e pedalate adrenaliniche, l’operazione in cui mi ritrovo nell’autunno del 2014 ha più spiccati caratteri militari. Assieme a un writer e a un fotografo stiamo saltando dalla massicciata di un ponte direttamente dentro un deposito di Trenitalia, e tutto quello che riesco a pensare è un titolo, “Giornalista rimane paralizzato durante un servizio sul writing”. Eppure l’unico modo per entrare è quello. Marco, che ovviamente non si chiama davvero così, ha preparato tutto nei dettagli. …

La tribù che racconta storie – Gottschall e l’analisi evolutiva delle serie tv (Venerdì di Repubblica)

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(il miglior personaggio negativo di serie tv mentre guarda una serie tv)

Intervista a Jonathan Gottschall –  pubblicata sul Venerdì di Repubblica del 27.2.2015

Pittsburgh. Nel racconto le “Api, parte prima” lo scrittore bosniaco Aleksandar Hemon racconta di come, durante la sua infanzia nella Iugoslavia di Tito, suo padre avesse trascinato tutta la famiglia fuori da una sala cinematografica in cui veniva proiettato un film di avventura,  all’urlo di “che stupidata” e “compagni non credeteci”

Ripenso a questa scena camminando per una Pittsburgh ventosa e gelata verso il bar in cui ho un appuntamento con Jonathan Gottschall, autore di “L’istinto di narrare”, un saggio sul legame inscindibile che corre fra gli esseri umani e la capacità di raccontare storie.  Secondo Gottschall persino un “iperrealista” come il padre di Hemon subiva il fascino delle storie di finzione, probabilmente però in ambiti in cui non ne aveva l’esatta percezione. In questo non era solo visto che lo stesso accade ogni giorno a tutti noi, basti pensare che, secondo recenti studi, sognare a occhi aperti è lo stato di default della mente e passiamo la metà delle nostre ore di veglia elaborando fantasie, il più delle volte brevi, essendo la loro durata media 14 secondi. Inoltre consumiamo continuamente storie prodotte da altri, attraverso ogni tipo di media,  e tutto questo non accade per caso.

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(l’edizione italiana di “the storytelling animal” di Jonathan Gottschall)

“All’inizio del libro parlo di due ipotetiche tribù ancestrali: quella della pratica e quella delle storie. Quella della pratica non faceva altro che lavorare, quella delle storie invece alternava le sue attività, all’usanza di raccontare storie immaginarie. Contrariamente ad ogni aspettativa, quella che è sopravvissuta è la seconda. Quella tribù siamo noi” mi spiega Gottschall versando birra light da una caraffa gigantesca. Il locale si è rivelato essere uno sports …

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Intervista a Greenwald: anatomia di uno scandalo (linkiesta)

 

Glenn Greenwald arriva con cinque minuti di ritardo, si siede e chiede scusa.

«È facile perdersi a Milano» osserva.

Non lo so, forse. Io non mi sono mai perso ma come tutti quelli che credono che la tecnologia sia il male di solito mi faccio guidare da una app sul telefono. Ciò che invece sono sicuro non sia affatto facile, è fare quello che ha fatto quest’uomo negli ultimi dodici mesi. E adesso se ne sta qua davanti a me, ed è al tempo stesso alla mano e professionale come solo certi pro americani sanno essere.

Greenwald, per chi avesse come unica fonte d’informazione gli sms del Tgcom, è uno dei protagonisti principali, assieme ad Edward Snowden e Laura Poitrais, di quello che è stato uno dei più importanti scoop della storia del giornalismo. Uno scoop da immaginario collettivo, di quelli che restituiscono il senso a una parola che ormai si usa per indicare notizie fuori dalla norma quel tantino che basta per eccitare l’animo dei giornalisti ma che mia nonna, leggendo il suo unico quotidiano, non avrebbe mai notato fra le altre.

Questa storia invece, come gli americani chiamano le notizie importanti e come Greenwald continuerà a definire lo scoop durante tutta la nostra conversazione, riguarda il piano di sorveglianza globale messo in atto da organi del governo degli Stati Uniti (e da alcuni alleati) con la complicità volontaria o obbligata di tutte le più grosse corporation tecnologiche. Un programma omnicomprensivo il cui manifesto ideologico è contenuto nel motto “collect it all”, dove per it s’intende qualsiasi dato riguardante le comunicazioni digitali, mail, metadati su durata e destinazione delle chiamate, geolocalizzazione e all’occorrenza anche il contenuto delle conversazioni vocali. Potenzialmente siamo tutti sotto controllo, un Panopticon globale senza precedenti, e prima di Snowden e Greenwald non …