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Carrère e il principo di indeterminazione

Heisenberg

(Questo articolo è uscito il 18-03-17 su “Tuttolibri” de La Stampa)

Per provare a capire il grado di realismo di un racconto, Emmanuel Carrère propone il “criterio dell’imbarazzo”. Se incontriamo un dettaglio che l’autore deve avere verosimilmente pensato di eliminare perché imbarazzante o in qualche modo scomodo, avvertiamo un istintivo “senso di verità”. Non è solo una dichiarazione di principio ma anche un criterio operativo in grado di attraversare l’intera opera di Carrère, o almeno la sua fase più nota, quella della non-fiction. Pochi autori contemporanei hanno fatto come Carrère del culto – e dell’esibizione- del dettaglio scomodo, delle pulsioni che i più preferirebbero tacere, un marchio di fabbrica.

Ogni appassionato dello scrittore francese ricorda la lunga lettera erotica alla compagna pubblicata sulle pagine di Le Monde (oggi contenuta all’interno dello splendido “La mia vita come un romanzo russo”) una storia con un epilogo che sarebbe stato sommamente umiliante se solo il primo ed esibirlo non fosse Carrère con quel misto di stoicismo ed egocentrismo dichiarato che contraddistingue il suo stile. I lettori si dividono fra chi è infastidito da una prospettiva così apertamente egotica e chi invece coglie i due messaggi sottointesi a questo approccio. Il primo è: sono fallibile e imperfetto come tutti gli altri, seppur a modo mio – come appunto tutti gli altri. Il secondo, forse ancora più importante, è che l’unico racconto onesto possibile sia quello dichiaratamente soggettivo.

“Propizio è avere dove recarsi” è uno zibaldone composto di articoli, reportage, recensioni, discorsi e lettere che attraversano quasi trent’anni di carriera, un libro con cui è possibile entrare nel cantiere aperto del lavoro dello scrittore francese e in cui è sovente lui stesso a riflettere apertamente sulle tecniche che utilizza e sui loro significati. Centrale in questo senso è il discorso su “A Sangue freddo” …

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Perchè ho amato The Newsroom (Internazionale)


Provare a immaginare quello che vogliono gli spettatori e poi provare a soddisfarlo è generalmente una cattiva ricetta per ottenere qualcosa di buono.–Aaron Sorkin

Ci sono molti insegnamenti che si possono ricavare da The Newsroom, la splendida serie Hbo di Aaron Sokin che si è conclusa il 14 dicembre: il primo, il più ovvio, e forse il meno interessante dei quali, è che se massacri il giornalismo probabilmente non sarà poi così facile trovare tutti questi giornalisti pronti a tessere le tue lodi. Questo è solo uno e non certo l’unico motivo per cui The Newsroom è stata fra le opere di Sorkin più amate dal pubblico, ma al tempo stesso quella che ha diviso maggiormente la critica, che non le ha risparmiato stroncature, rivolte soprattutto contro la prima stagione.

Che non sarebbe stato uno show dalle mezze misure si era capito subito dal famoso monologo iniziale che affrontava uno dei più grandi tabù d’oltreoceano: l’America non è necessariamente il miglior paese del mondo.(Continua a leggere su Internazionale)

La tribù che racconta storie – Gottschall e l’analisi evolutiva delle serie tv (Venerdì di Repubblica)

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(il miglior personaggio negativo di serie tv mentre guarda una serie tv)

Intervista a Jonathan Gottschall –  pubblicata sul Venerdì di Repubblica del 27.2.2015

Pittsburgh. Nel racconto le “Api, parte prima” lo scrittore bosniaco Aleksandar Hemon racconta di come, durante la sua infanzia nella Iugoslavia di Tito, suo padre avesse trascinato tutta la famiglia fuori da una sala cinematografica in cui veniva proiettato un film di avventura,  all’urlo di “che stupidata” e “compagni non credeteci”

Ripenso a questa scena camminando per una Pittsburgh ventosa e gelata verso il bar in cui ho un appuntamento con Jonathan Gottschall, autore di “L’istinto di narrare”, un saggio sul legame inscindibile che corre fra gli esseri umani e la capacità di raccontare storie.  Secondo Gottschall persino un “iperrealista” come il padre di Hemon subiva il fascino delle storie di finzione, probabilmente però in ambiti in cui non ne aveva l’esatta percezione. In questo non era solo visto che lo stesso accade ogni giorno a tutti noi, basti pensare che, secondo recenti studi, sognare a occhi aperti è lo stato di default della mente e passiamo la metà delle nostre ore di veglia elaborando fantasie, il più delle volte brevi, essendo la loro durata media 14 secondi. Inoltre consumiamo continuamente storie prodotte da altri, attraverso ogni tipo di media,  e tutto questo non accade per caso.

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(l’edizione italiana di “the storytelling animal” di Jonathan Gottschall)

“All’inizio del libro parlo di due ipotetiche tribù ancestrali: quella della pratica e quella delle storie. Quella della pratica non faceva altro che lavorare, quella delle storie invece alternava le sue attività, all’usanza di raccontare storie immaginarie. Contrariamente ad ogni aspettativa, quella che è sopravvissuta è la seconda. Quella tribù siamo noi” mi spiega Gottschall versando birra light da una caraffa gigantesca. Il locale si è rivelato essere uno sports …