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Reportage: LONDON DISRUPT- come le Start up cambiano il mondo (Il Venerdì)

(questo reportage è stato pubblicato sul Venerdì di Repubblica il 15.1.2015)

LONDRA – Il primo dice proprio “Con questa invenzione cambieremo il mondo”, come in “Silicon Valley” la serie Hbo su un gruppo di start upper americani. Fa niente che l’olandese sul palco, qui al Tech Crunch Disrupt di Londra stia presentando una doccia elettronica. Certo, è dotata di una tecnologia digitale e di un filtro autopulente che in teoria dovrebbe permettere di farvi la doccia 7 volte con la stessa acqua, la chiusa suona comunque un po’ sopra le righe.

La propensione all’iperbole riflette però in pieno lo spirito dell’economia delle start up e dell’evento organizzato da Tech Crunch uno dei più influenti – e competenti – siti tecnologici del mondo. Jordan Crooker, una ragazza di Brooklyn che ricorda la stand-up comedian Amy Schumer e alla veneranda età di 27 anni è presentatrice e senior writer di Tech Cruch, prende in giro con ironici modi maschiaccio il pubblico perché manca di entusiasmo. I presenti in effetti ascoltano attentamente e prendono appunti sui loro macbook (entrare qui costa 600 euro al giorno. Più iva, naturalmente) ma non ruggiscono in maniera primordiale ogni volta che qualcuno mostra una nuova funzionalità su uno schermo. Non c’è insomma il clima a metà fra un sabba e un discorso di Mel Gibson in Braveheart che contraddistingue i Keynote Apple. Siamo in Europa, e si sente.

Se il servizio  supera la valutazione di un miliardo di dollari diventa “un unicorno”

 

Atteggiamenti della platea a parte, il “Disrupt” nel titolo sta a significare che qui le cose si cambiano sul serio, si ricomincia da zero, si cambia il mondo. “In meglio” è un postulato automatico che non deriva da valutazioni filosofiche, politiche o da bancone del bar, ma in modo molto lineare dal successo sul mercato dell’azienda con propositi rivoluzionari: se il suo servizio fa soldi e lei diventa “un unicorno”, ovvero supera la valutazione di un miliardo di dollari – il famigerato billion sotto il quale qui non sei nessuno – allora il cambiamento è stato necessariamente per il meglio e per l’umanità tutta, non solo per quelli che hanno visto il miliardino, reale o teorico, depositarsi soffice e fragrante sui loro iban.

Nei discorsi dietro le porte della Copper Box Arena, al centro del Queen Victoria park, il resto dell’umanità esiste solo ed esclusivamente in forma di consumatore. Migliorare il mondo significa realizzare servizi digitali che le persone vogliano usare, un utilizzo che è considerato la più assoluta delle forme di consenso, nonché l’unica provvista di valore legale. Altro non serve, anzi è un impedimento che va superato, tanto meglio se chi lo pone è un vecchio dinosauro analogico: quando capirà da dove è arrivato il meteorite, per lui sarà già troppo tardi, i giornali, gli albergatori e i tassisti ne sanno qualcosa. In poche parole tutto questo è Disruption.

Qui nell’arena per due giorni ci saranno due zone, quella in cui una cinquantina di start up raccontano sé stesse e l’auditorium dove si ascoltano i discorsi ispirazionali di fondatori di successo, panel su argomenti specifici (detti chiacchierate attorno al fuoco) e va in scena la battaglia a colpi di pitch fra una quindicina di start up selezionate fra quelle presenti. Un pitch dura pochissimo, in questo caso specifico 6 minuti in cui si dà il tutto per tutto, un tempo troppo breve e troppo militarmente organizzato per indicarlo con una parola che provenga da una lingua mediterranea come “presentazione”.

Poco tempo per arrivare ai tanti soldi degli investitori e continuare così l’avventura della propria start up. Altrimenti o si “pivotta”, si cambia cioè l’obiettivo aziendale, o si chiude del tutto e si apre un altro progetto. I pitch seguono tutti lo stesso schema: la prima cosa è un po’ di storytelling che di solito significa narrare le vicissitudini di un poverino che abbia un problema qualsiasi, meglio se molto diffuso perché questo fa apparire il simbolo del dollaro sulle pupille degli investitori in ascolto in sala.

La prima cosa che contribuisce a creare gli unicorni è “la scalabilità”

 

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La prima cosa che contribuisce a creare gli unicorni infatti è “la scalabilità”, creare cioè un servizio che sia utilizzabile se non da tutta la popolazione mondiale, quanto meno da una parte importante di essa ed abbia connessi dei modelli di ricavo (nessuno è qui per fare un’altra Wikipedia). Ricavi anche bassi per singola transazione ma moltiplicabili per miliardi di persone e replicabili ogni giorno, meglio sarebbe ogni ora. Nel raccontare le start up, il dilemma dell’omino esemplificativo, che di solito è indicato solo con il suo nome di battesimo tipo Nicolas o Jack, può spaziare dal comprare i pannolini per il figlio piccolo a Lagos, in Nigeria (il nome della start up qui è Max e potete comprare anche altre cose e la consegna è entro tre ore e a Lagos ci sono 16 milioni di persone e nessuna linea di metropolitana) a problemi da “primo mondo” come avere tutta una casa domotica e dove pigiare ben 5 tasti (uff!) sullo smartphone per accendere una lampadina (il telecomando unico e intelligente di Sevenhugh),  fino al, se siete americani, sentire la necessità di filmare e registrare i vostri figli quando gli imprestate l’auto e magari applicare una bella facerecognition ai loro amici che non si sa mai (Caruma, un sistema di sorveglianza per auto che avrebbe fatto la gioia di più di un dittatore).

La parola chiave dei discorsi è invariabilmente “excitement”, lo generano indifferentemente nuove funzioni delle app, nuovi mercati, acquisizioni, investimenti. Viene ripetuta anche 6 volte a pitch, il che fa grosso modo una al minuto, e sono anche poche, sempre perché in fondo qui siamo pur sempre in Europa. Un ingegnere con delle idee geniali ma poco propenso all’entusiasmo preconfezionato da queste parti non avrebbe vita facile. La soluzione per loro di solito è farsi rappresentare da qualcun altro, che è il motivo per cui i più sociopatici e tecnologicamente brillanti fra i nerd fondatori di start up si armano appena possono di un CEO che non solo capisca di mercati ma sia anche in grado di fare cose come parlare in pubblico o rivolgersi a una donna senza farsi venire un infarto.

Gli start upper, che abbiano 20 o 50 anni, indossano sempre felpe o magliette con il logo della società, così questo rimane in mente quando a casa ripenserai “com’è che si chiamavano quelli che fanno i bidoni per la raccolta differenziata che ti dicono dove mettere i vasetti dello yogurth con la voce di C1-P8?”. Inoltre rispondono ad ogni domanda degli investitori con l’entusiastica prolusione “davvero un’ottima domanda!” anche se gli hanno appena chiesto perché invece di produrre droni a guida telepatica non potevano aprire un bottiglieria che serve i drink nei vasetti della marmellata.

Molti degli start upper che si sfidano nella gara propongono soluzioni adatte ad un mondo che è già digitale, globale e flessibile. Ad esempio su quindici società in gara ben tre offrono soluzioni per gestire le reti di lavoratori autonomi, partendo dal presupposto che a breve sarà la tipologia di lavoro più diffusa, se non l’unica. Una in particolare incrocia questo tema con la gestione delle badanti, un mercato in esplosione nei prossimi anni in tutta Europa, finanziato dalle pensioni di chi precario invece non era.

Un’altra grande differenza è fra start up meramente ricombinatorie, che uniscono cioè tecnologie già esistenti per creare un prodotto nuovo, e quelle che a quest’attività (comunque imprescindibile) uniscono anche una parte di tecnologia originale. Quest’ultima categoria genera i prodotti che fanno l’effetto di una piccola magia, lo scarto fra il possibile e il sorprendente viene riempito da un salto tecnologico, che non farà urlare un italiano come uno scozzese pronto alla guerra ma un “Ah, però!” lo genera comunque.

Fa quest’effetto ad esempio il prototipo della prossima versione di Blipper, una app che fa parlare gli oggetti, basta inquadrarli con la fotocamera dello smartphone e sullo schermo si aprono a raggiera una serie di link che spiegano cosa state inquadrando. Ad esempio quando Ambarish Mitra, il fondatore indiano della start up, fotografa la platea con uno smartphone stretto nella mano ricoperta di anelli d’oro, l’app incrocia l’immagine, la geolocalizzazione e il sito della Copper Box arena, e individua automaticamente l’evento in corso. Capisce cioè che 1. quella è gente, ed è seduta in un auditorium 2. Perché. Dopo di che linka sopra la foto il sito di Tech Crunch e altre informazioni utili, il tutto in un paio di secondi. In pratica è un motore di ricerca per chi non sa come si chiama ciò che ha di fronte o è incredibilmente pigro.

Un passo ulteriore nei territori del semi-magico è provare gli Oculus Rift, il dispositivo per la realtà virtuale acquistato da Facebook per 2 miliardi di dollari. Qui al TCD ci sono diversi sviluppatori che lo utilizzano come base per creare nuovi servizi. Provo quelli di Presenz, una start up belga che vuole produrre film in cui si possa entrare fisicamente. Infilo il visore e mi muovo dentro i demo, il primo è un mondo totalmente bianco fatta eccezione per un tirannosauro e una bambina. Il secondo è un salone di una reggia settecentesca nel cui centro siede un robot dorato, alle sue spalle un castoro che dopo poco prende il volo assieme a tutte le sedie della stanza. Nei secoli molte cose sono state dette dai filosofi sui sensi degli esseri umani, Presenz permette di fare esperienza diretta di come la veridicità di una minaccia percepita non si basi necessariamente sulla sua razionalità, altrimenti non si spiegherebbe perché quando il castoro, con le zampe ben dritte alla Superman, prende il volo verso di me, io faccia comunque un passo indietro. La definizione del mondo virtuale non è ancora pari a quella della realtà, ma ci va molto, molto vicina, ed è più che sufficiente per creare straniamento e una certa nostalgia per il castoro quando tolgo il visore e mi “risveglio” nel padiglione fieristico.

Le banche oggi si trovano di fronte al più classico dilemma dell’innovatore: investire in tecnologie che distruggeranno la loro redditività ma potrebbero anche garantirgli un futuro o incassare quello che possono fin che dura?

 

Raffaele Mauro, professionista italiano del settore Venture Capital con un lungo curriculum internazionale, è venuto ad osservare le start up del TCD e capisce la mia sensazione. Secondo Mauro quello della realtà virtuale è uno dei settori maggiormente in espansione. Un altro è quello delle cosiddette “Artic Start up” le aziende digitali che arrivano dai paesi scandinavi, dove gli investimenti statali e privati sono particolarmente massici e strutturati. Fra queste nazioni è la Svezia ad avere il ruolo dominante essendo una vera e propria fabbrica di unicorni: aziende come Spotify e Skype, valutate 8,5 miliardi l’una, King Digital, i creatori di Candy Crush Saga, valore 5,9 miliardi, o Klarna, un sistema di pagamenti online valutato 2,25 miliardi. Sebastian Siemiatkowski, uno dei fondatori di Klarna, si presenta al TDC in giacca, scarpe da ginnastica e felpa di ordinanza e sostiene che spesso la differenza fra le start up europee è quelle americane è solo che gli americani sanno vendersi meglio, ma sulla qualità tecnologica l’Europa non ha nulla da invidiare. La storia personale di Siemiatkowski, pur facendo la tara con il fatto che è un’ottima “storia da pitch”, vuole che l’idea di Klarna gli sia venuta mentre lavorava da McDonald con un altro dei fondatori della società; di certo c’è che da bambino poté permettersi un computer solo grazie agli incentivi del governo.

Il settore di Klarna, il cosiddetto Fintech, il digitale applicato ai servizi finanziari è il terzo settore in espansione secondo Mauro e molti altri venture capitalist. Il punto di svolta sono i Bitcoin, la valuta digitale, e soprattutto la loro tecnologia collaterale dei “Blockchain” una specie di registro diffuso e immodificabile delle transazioni che elimina la necessità di un intermediario di garanzia. Le banche oggi si trovano di fronte al più classico dilemma dell’innovatore: investire in tecnologie che distruggeranno la loro redditività ma potrebbero anche garantirgli un futuro o incassare quello che possono fin che dura? Le grandi società digitali spendono miliardi ogni anno in ricerca e acquisizioni per gestire questo problema e non fare quindi la fine delle aziende che occupavano gli spazi che loro stesse hanno conquistato. Le aziende pre-digitali invece spesso non hanno la stessa lungimiranza.

Ascolto l’inglese con accento britannico o francese, danese, svedese, russo, indiano, portoghese, tedesco e italiano parlato fra gli stand per raccontare tante diverse visioni del futuro, so che solo alcune di loro strapperanno il biglietto vincente in un’economia che assomiglia molto ad una lotteria, ma tanto basta per farmi tornare in mente le parole di Paul Valéry

“Il prodigioso è in commercio. La costruzione di macchine prodigiose dà da vivere a migliaia di individui. Ma l’artista non ha partecipato in alcun modo a questa produzione di prodigi. Essa è frutto della scienza e dei capitali. Il borghese ha investito nel fantastico e specula sulla rovina del senso comune”.

Perché possa nascere un futuro diverso i cui i tratti ci sono ancora in larga parte sconosciuti, e potrebbero anche non essere positivi, quello a cui siamo abituati deve comunque morire. È l’antica legge della rigenerazione della materia vivente, la stessa che si annida nel cuore di quei numeri che animano le macchine.

Disrupt appunto.

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Lo scontro tra giustizia e scienza sulla xylella in Puglia (Internazionale)

Qualche giorno fa la procura di Lecce ha disposto il sequestro degli ulivi infettati dal batterio della xylella in Puglia destinati allo sradicamento nel tentativo di contenere il contagio, e ha indagato dieci persone, compreso il commissario speciale e alcuni ricercatori.

A ottobre lavorando per una rivista svizzera ero salito con due ricercatori dell’università di Bari e Joseph Marie Bové – uno dei più importanti botanisti del mondo, membro dell’accademia delle scienze di Parigi e maggior esperto mondiale della xylella degli agrumi – su un piccolo promontorio non molto lontano da Gallipoli. Da lì sopra il colpo d’occhio è qualcosa che difficilmente si scorda, una distesa di ulivi secchi, cuspidi grigie e spettrali, che si estende fino all’orizzonte. Dopo aver percorso in auto la zona dei primi focolai, Bové, una persona che per carattere ed età avanzata non le manda certo a dire, ha sentenziato: “Oggi questa è la peggior emergenza fitosanitaria al mondo”.

Più tardi, durante la visita in un campo, qualcuno gli ha riferito che una larga fetta dell’opinione pubblica non credeva ancora che il batterio xylella fosse la causa primaria del disseccamento, pensava piuttosto che ci fosse sotto un qualche tipo di complotto. Bovè allora ha sussurrato alcuni incredible con il suo inglese con un forte accento francese e infine ha scosso la testa torvo e ha chiesto: “Davvero pensano questo nel 2015?”. Davvero. (Continua a leggere su Internazionale)

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Il vero terrore è non avere più segreti (Dailybest)

Lotta al terrorismo e sorveglianza commerciale, cosa resta della nostra libertà

 

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza.

Benjamin Franklin

Solitamente dopo i grandi attentati terroristici in occidente si riaccende il dibattito su sorveglianza e privacy. Quello che è accaduto a Parigi non fa eccezione e la domanda oggi è “Quanta libertà perderemo?” mentre il dubbio che coltivano in molti è “se per difendere la democrazia bisogna trasformarla in una forma leggera di dittatura non avranno comunque vinto i terroristi?

Nel frattempo Edward Snowden, il whistleblower che ha scoperchiato lo scandalo delle intercettazioni della NSA americana, è stato velatamente accusato dall’ex capo della Cia di essere responsabile indiretto dei morti di Parigi, (e da una conduttrice di Fox news, un po’ meno velatamente). Glenn Greenwald, il giornalista inglese che ha seguito e supportato Snowden nella sua denuncia, ha ribattuto scrivendo come le pratiche di sicurezza dei terroristi fossero già molto avanzate sin dai tempi di Osama bin Laden.

Ma al di là dell’emergenza politico-militare, che per altro potrebbe durare molto a lungo, è importante sapere che terrorismo o meno comunque in enorme calo negli ultimi dieci anni in Europa siamo già da tempo nell’era della sorveglianza digitale.

Le forze, Silicon Valley in primis, che spingono, per motivi economici prima ancora che di sicurezza, per l’abolizione del concetto stesso di privacy, non sono mai state così potenti.

In altri termini da come le società occidentali decideranno di affrontare il tema della privacy, da un punto di vista industriale almeno quanto quello della sicurezza, dipenderà molto della loro futura forma politica.

Non solo terrorismo e servizi segreti, siamo spiati ogni giorno

Nel recente dibattito sulla privacy c’è una frase, scritta dell’inviato del Corriere della sera Massimo Gaggi in occasione del segretissimo Camp di Google in Sicilia nel 2014, che nel suo essere tragicomica è però anche emblematica del tipo di ottimismo immotivato con cui spesso viene affrontato il tema della privacy nell’era digitale.

“In fondo il fatto che Google abbia scelto questa formula”(La segretezza assoluta ndr) “è una buona notizia. L’azienda che, come Facebook e molte altre imprese del digitale, tenta da molto tempo di liberarsi dai vincoli della «privacy», adesso riscopre le virtù della discrezione.”

In futuro esisteranno due umanità: quella con i dati e quella senzaCome no. Per i “signori del web”  -proprio coloro che sulla monetizzazione dei dati personali hanno costruito le più importanti fortune degli ultimi decenni- la privacy è da sempre molto preziosa e da tutelare, il punto è che non si può dire lo stesso per quella delle persone che usano i loro servizi.

Lungi dall’essere un segnale positivo una situazione come quella del Camp in Sicilia è piuttosto una preziosa esplicitazione del principio secondo cui in futuro esisteranno due umanità: quella con i dati e quella senza, quella che controlla la tecnologia e quella che si limita ad usarla. Il messaggio implicito è che pensarle davvero sottoposte alle stesse leggi come si usava nelle democrazie è un po’ demodé. (Continua a leggere su Dailybest)

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UN MATRIMONIO A PARIGI (PRISMO)

Sposarsi a Parigi il giorno dopo gli attentati

Quando la notizia arriva sul cellulare di Paul, è ancora ben lontana dalle sue dimensioni reali. Un attentato, un singolo episodio di sangue dai contorni gravi quanto ancora indefiniti. Così, embrionale, imperfetta eppure già spaventosa, si presenta la strage poco dopo le ventidue, sullo schermo Blackberry del fratello di Laura, la mia ragazza. Particolare inquietante, l’attentato sembra essere localizzato dalle parti dell’11° arrondissement, proprio dove avevamo prenotato per cena, prima di ripiegare, per stanchezza condivisa, su una pizzeria italiana a cento metri dall’albergo.

L’ultima parola scambiata con il cameriere napoletano era stata a proposito la partita in tv: “Qual è la squadra che sta giocando contro la Francia?” gli avevo chiesto. Era il settantesimo e nessuno sembrava aver capito che l’esplosione durante il primo tempo non era né un mortaretto, né una bomba carta, era un essere umano. Poi sono arrivati messaggi d’apprensione dall’Italia e tutti abbiamo controllato internet con i telefoni. (Continua a leggere su PRISMO)

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Reportage: Vita da Pokerista (Internazionale)


Quanto vale il poker online, chi sono i professionisti, dove girano più soldi. un reportage lungo un anno nella terra promessa del tavolo verde

 

Una coppia d’inglesi dalle pelli lattiginose getta pezzi di pane a un branco di cefali, le schiene argentee s’inarcano, l’acqua si solleva, un attimo dopo gli esemplari rimasti a digiuno scattano nervosi attorno al vuoto.

È giugno e sono seduto in un ristorante di Budva, in Montenegro. Un cameriere allampanato alliscia con qualche parola in italiano i clienti al tavolo di fronte, un gruppo di giocatori baresi di slot che parlano con il regolamentare tono di voce troppo alto. Sono appena arrivati con un volo charter assieme alle loro camicie floreali impossibili e agli occhiali da sole, ordinano vassoi di pesce che domani, dopo una notte di gioco in perdita, potrebbero generare inediti dubbi di opportunità. Alle nostre spalle montagne brulle, di fronte l’Adriatico, nel mezzo una statale nuova che unisce un agglomerato urbano irregolare fatto di casinò, sale scommesse e case vacanze per ricchi, nei parcheggi Porsche Panamera e Range Rover nere.

Questa mattina a Fiumicino, una giovane addetta Alitalia con il badge identificativo coperto da un foglietto che recitava “Odio tutti”, mi ha messo in mano il biglietto per il volo Roma-Podgorica e si è voltata prima che le facessi notare che i sentimenti più belli sono sempre quelli ricambiati. Un’ora scarsa di volo dopo, l’Embraer dell’Alitalia si è preparato all’atterraggio compiendo cerchi sempre più stretti sopra il lago paludoso alle porte di Podgorica; lì la pianura e l’acqua condividono una lunga terra di mezzo, in un’allegoria a buon mercato dell’economia del Montenegro.

All’aeroporto ragazzi in maglietta hanno lanciato le valigie sui cassoni di due trattori marca socialismo reale e dieci minuti dopo un tassista del casinò ha caricato su una Toyota Prius la mia unica valigia. Per un’ora di viaggio lui, grosso, rasato e silente, ha ascoltato dosi da centro sociale di ska balcanico, e io, medio, arruffato e sotto antibiotici, ho fissato lo schermo digitale che illustrava in tempo reale il funzionamento di un propulsore ibrido, ho guardato le case nuove di zecca con i tetti rossi di Sveti Stefan e mi sono appuntato che il primo taxi con il wifi che prendevo in vita mia copriva la tratta Podgorica- Budva.

A un certo punto, stupito dell’ottima qualità delle strade, ho chiesto: “Come va l’economia?”. “Male”. Poi di nuovo una lunga e ininterrotta distesa di ska balcanico.

Ora, seduto al ristorante, lancio a mia volta un pezzo di crosta lontano dal branco di cefali. Uno guizza nella mia direzione, il resto del gruppo gira a vuoto continuando a confidare negli aiuti da oltremanica. Se il livello della competizione si alza, prospera il più forte o colui che è in grado di vedere pezzi di pane dove fino a quel momento nessuno è stato in grado di scorgerli. A forse cento metri da qui, nel casinò di cui sono ospite, un centinaio di colleghi umani dei pesci satura un salone con il rumore incessante che fanno le pile di fiches quando le tormenti tra le dita. Continua a leggere su Internazionale

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Reportage: L’epidemia di Xylella in Salento (Internazionale)

 

Narra il mito che quando Poseidone e Atena si sfidarono per il dominio sull’Attica, il primo percosse il terreno con il suo tridente e fece sgorgare dell’acqua salata, la dea invece scelse di piantare un ulivo. Quel giorno si decise a furor di popolo non solo che il nome della città destinata a sorgere in quel luogo sarebbe stato Atene – non Poseidonia e nemmeno Poseidonopoli – ma si strinse anche e soprattutto il legame tra gli antichi greci e la pianta dell’ulivo, con le sue molteplici virtù e la sua nodosa maestosità.

Nella Bibbia la fine del diluvio è annunciata dal ritorno della colomba che porta un ramo di ulivo, nell’antica Roma a capodanno i giovani bussavano alle porte dei vicini per offrire in dono rami di, indovinate un po’ di cosa, esatto, di ulivo. Dal canto mio, uno dei miei primi ricordi d’infanzia è la scena in cui mio nonno, con un analogo sebbene indubbiamente più modesto intento simbolico, pone un me di forse tre o quattro anni età, nipote cicciotto frutto di incrocio con le nordiche genti, alla guida di un aratro legato a una mula in mezzo ai suoi ulivi.

La cosa a sorpresa non degenera in incidente agricolo e articolo di cronaca sul Quotidiano di Lecce, ma sopravvivo e ne scaturisce una foto. Da qui, probabilmente, la nitidezza un po’ artefatta del ricordo. Anche se da tempo, per la mia famiglia, gli ulivi hanno smesso di rappresentare un lavoro e sono andati dispersi tra le infinite sorelle di mio padre (riproduzione endemica, ancestrale vizio delle famiglie cattoliche), ne possediamo ancora un centinaio, il che, considerato che in Salento ce ne sono undici milioni, mi rende potenziale ereditiero dello 0,009 per cento del patrimonio olivicolo leccese. Al lordo delle mie, di sorelle.

Oggi queste piante si trovano dentro la cosiddetta zona infetta dal batterio xyllela, la peste degli ulivi arrivata probabilmente su una pianta ornamentale dalla Costa Rica. Ho imparato percorrendo il Salento in lungo e in largo che xylella e quello che ci gira attorno sono questioni molto complesse, ma due punti preliminari vanno chiariti subito: il primo è che per il batterio da quarantena al momento non esiste una cura e non si intravvede nemmeno la possibilità di raggiugerne una a breve termine. Il secondo è che zona infetta non significa che tutti gli alberi siano infetti, ma che la provincia di Lecce è stata definita dalle autorità zona dove non ci si aspetta più di riuscire a eradicare il batterio perché ormai l’infezione è troppo diffusa.

Non è quindi solo con lo spirito del cronista ma anche con quello del nipote che vede minacciate le proprie radici e quello del microproprietario terriero afflitto dalle circostanze avverse, che raggiungo il Salento in auto con mio padre: io per capire cos’è esattamente xylella, quanto è grave la situazione, cosa si può fare, lui per curare i suoi ulivi, per il momento ancora sani, come fa regolarmente da quando tanti anni fa ha lasciato il sud.

Per raggiungerli attraversiamo una Lecce il cui viale dell’Università è stranamente al buio, involontaria anticipazione del clima di lutto che si respira per le strade.

Un lutto in larga parte inespresso, strisciante, nascosto sotto la narrazione dominante sui mass media, classici, online e social, che è quella del complotto. Su facebook riscuotono like, la nuova unità di misura della verità, a migliaia, gli appelli di guaritori, dell’insospettabile agronoma Sabina Guzzanti, del noto scienziato in forza ai Sud Sound System Nandu Popu, dei comitati più disparati che si diffondono sul territorio al diffondersi della malattia, e di fantomatici untori, dai più classici a quelli che esprimono un maggior grado di delirio, a sentire l’internet è tutta colpa della Monsanto, degli alieni, dei baresi, delle catene inglesi di alberghi o, come ha sostenuto un sito cattolico, di un dio che prende una deriva da antico testamento e si appresta a punire il suo popolo per le sue manchevolezze morali, o chissà, viene il sospetto, per aver votato un presidente di regione omossessuale.

Più grave ancora dell’immaginifica caccia all’untore è la negazione della malattia, perché agevola la diffusione dell’epidemia. Una parte importante del Salento oggi è paragonabile a un malato quasi terminale, che invece di percorrere la strettissima e complicata via per combattere la diffusione del morbo, strada resa ancora più angusta da uno stato che non mette sul tavolo i soldi necessari, si rivolge a maghi e sciamani, come da peggiore tradizione italica.
Se lutto c’è, qui siamo ancora largamente nella fase di negazione, un rifiuto figlio di pregiudizi antichi veicolati con i mezzi digitali del nostro tempo. Il risultato è un terreno paludoso in cui le istituzioni preposte a gestire l’emergenza annaspano visibilmente.

L’unica fragile barriera, frutto di lunghe trattative e compromessi, che le istituzioni hanno provato a porre al diffondersi dell’epidemia è stato il piano del commissario Silletti, reso pubblico proprio durante i giorni del mio viaggio in Salento, e che oggi, a poche settimane di distanza, mentre sistemo le ultime righe di questo reportage, è bloccato dal tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio. Il pronunciamento arriva poco dopo una nuova decisione in sede europea, proprio alla vigilia dell’entrata nella seconda, fondamentale, parte delle operazioni fitosanitarie. Per capire cosa significhi tutto questo è necessario tornare a quei giorni in cui il piano era appena stato approvato, e io mi aggiravo tra gli ulivi salentini. Continua a leggere su Internazionale

 

 

 

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IL GRANDE ROMANZO GIAMAICANO (PRISMO)

La Giamaica è uno dei paesi con il più alto numero di omicidi al mondo. Fra ghetti impenetrabili, interessi internazionali e l’incessante suono del reggae e della dancehall, il Paese di Bob Marley ha finalmente trovato un grande narratore: Marlon James.

“Se non è andata così ci è andata vicino”
proverbio giamaicano

A lungo ho coltivato la speranza di leggere un romanzo che parlasse in maniera approfondita della Giamaica. Da ragazzo, e poi per molti anni, passai parecchio tempo a fumare erba e mettere dischi reggae e dancehall prima nei baretti più infimi poi nei club. La musica che portavo nella mia valigia arrivava tutta dalla Giamaica. All’inizio si suonavano i 7 pollici a 45” e non c’era il Serato, le informazioni sull’isola erano scarse, internet incredibilmente lento e in ogni caso ci trovavi molto poco. Potevi attingere a qualche libro su Bob Marley, qualche fanzine, al film con Jimmy Cliff The harder they come e per il resto le pubblicazioni sul tema erano giusto qualche testo del tipico sociologo inglese pazzo che va a vivere nel ghetto di Kingston per un anno per poi uscirsene con un saggio che al mondo leggeranno forse cinquanta persone in cui racconta come tutti avessero cercato di derubarlo, come in fondo però la Giamaica fosse un posto interessantissimo e nel ghetto ci fossero diversi turisti giapponesi, anche se nessuno capiva bene il perché. Continua a leggere su Prismo

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CONTRO IL MATRIMONIO. IN GENERALE.

 

“Quando si trova un coniuge ammazzato, la prima persona inquisita è l’altro coniuge: questo la dice lunga su quello che la gente pensa del matrimonio”

G.Orwell 

Personalmente sono contro il matrimonio. Tutti i matrimoni, sia etero che gay, ma al tempo stesso credo che questo non mi dia il diritto di impedire gli altri di farsi del male da soli, se è questo quello che vogliono. Di più: non credo che nemmeno lo Stato debba o possa impedirvi di prendere esempio da pinguini, in fatto di scelte di vita. ( Anche se attenzione al lato oscuro dei monogami più famosi del mondo )

Volete passare i prossimi 40 e rotti anni della vostra vita con la stessa persona finché non la sopporterete più (il che temo accadrà molto prima di 40 anni), abitare per decenni dentro un coacervo indistricabile di nevrosi, crescere dei figli che dopo esservi costati tempo, affetto e denaro molto probabilmente spariranno alla prima occasione utile e con cui comunque non riuscirete mai a capirvi davvero? Per quanto mi riguarda pollice in su, e penso che lo Stato dovrebbe permettervelo, senza distinzione di preferenze sessuali. Dovreste poter vincolarvi a vita ad un Ficus, se lo desideraste, figuriamoci ad un altro essere umano.

Sarebbe come stare lì a questionare se uno che si vuole lanciare da un aereo senza paracadute deve indossare una tuta marrone o una a pois. Chi se ne frega, il suolo della noia, della guerra fredda coniugale e dei sotterfugi funambolici per farsi una scopata adultera, sarà ugualmente duro quando vi ci schianterete sopra. Per cui, davvero, scegliete pure la tuta che volete.

Certo da un punto di vista meramente logico sarebbe interessante indagare la correlazione fra matrimonio e omicidi casalinghi, facendolo anche solo con un ventesimo della sicumera con cui oggi si assume in automatico omicidio di un uomo nei confronti di una donna = dominio brutale e fallocratico di ogni uomo su ogni forma di vita femminile sul pianeta terra, credo potrebbe dare risultati interessanti.

Nel frattempo però un consiglio su una pratica di uso comune in questi giorni, giusto per non rendersi troppo ridicoli. Frasi del tipo “ah guarda quelle merde vanno al Family day e poi vanno a troie” oppure “Quella zoccola della Meloni è per la famiglia e poi dopo si fa mettere incinta fuori dal matrimonio, non come noi femministe per i diritti delle donne” più che dirci qualcosa sui cattolici che già non sappiamo, rendono pubblico come chi le pronuncia sia davvero molto orgoglioso di non sapere un cazzo della religione professata dalla maggior parte delle persone nel Paese in cui abita. Il che forse è ancora più grave nel caso di persone atee, perché è sempre bene sapere da cosa ci si dissocia, io almeno, da ateo, l’ho sempre pensata così.

Il cattolicesimo si basa sul peccato originale e sull’imperfezione dell’uomo, condizione da cui un credente non si emancipa mai davvero nel corso di tutta l’esistenza, Dio, Gesù, la Chiesa e il mangiare compulsivamente tortine Loacker sono alcuni degli strumenti a disposizione del fedele per cercare di emendarsi, insieme ovviamente al seguire le linee di comportamento richieste da Santa Romana Chiesa™.

L’aspetto interessante del cattolicesimo, che poi è quello che l’ha reso un brand molto più resistente rispetto alle tante dittature e ai totalitarismi “dell’uomo nuovo” che si sono succeduti nella storia, è che non si aspetta davvero che i fedeli siano sempre in grado di rispettare le sue prescrizioni. Perché in quanto uomini sono imperfetti. E peccatori. Certo nel tempo i prezzi da pagare per queste digressioni dalla linea sono cambiati enormemente, storicamente ci si è mossi fra il “ prova a dire che la terra è tonda e ti brucio in piazza” al semplice, si fa per dire, biasimo sociale, o famigliare, o, ancora, intimo e personale tutto interno al proprio “rapporto con dio”.

Ora come giudico tutto questo?

Male, molto male. È chiaro che una religione di questo tipo può molto in fretta prendere derive assolutiste, o, come dimostrano manifestazioni come Family day, tentare quanto meno di tenere la barra del giudizio-di-dio nel campo delle istituzioni secolari, dette anche “i cazzi degli altri”. Questo ovviamente è lesivo della libertà di moltissime persone che non si riconoscono in questa religione o vi si riconoscono in forme soft o personalizzate. Ciò non toglie che attaccare queste persone dandogli degli “ipocriti” sia una grezzata degna di un Travaglio qualsiasi.

Il cattolicesimo differisce dai totalitarismi che credono nella razza, nell’avvenire o nel telefono che ad ogni nuova versione porti l’uomo sempre più vicino alla perfezione, per il fatto che il movimento verso l’esattezza dei fedeli non si compie mai del tutto, per definizione. Non finché siete vivi almeno. La realtà è sempre l’imperfetto, e un imperfetto stabilito sulla base delle regole fornite da un essere immaginario che comunica solo con alcune persone dotate di super-poteri, in una sorta di ciclo continuo di peccato e assoluzione. Frustrante, non c’è che dire, poco consigliabile, concordo, ma definire il suo nucleo teorico ipocrita significa non averlo compreso, perché il fallimento è previsto e incluso nella dottrina.

Inoltre, anche solo per una questione statistica, in mezzo a quelle manifestazioni ci sarà pure qualcuno che è fedele a sua moglie/a suo marito, ma possiamo sorvolare su questa generalizzazione perché in fondo non c’entra con quello che stiamo dicendo. Quest’indulgenza mi serve ovviamente anche per salvare l’argomento iniziale, perché in fondo persino io a malincuore devo ammettere che qualche matrimonio felice deve essere esistito ( anzi lo so per certo, c’è una coppia di miei amici che si è amata alla follia per tutto il tempo in cui è stata sposata, fino a quando, cioè, furono colpiti da un fulmine uscendo dalla cerimonia[1]) .

Tornando a noi quello che questi cattolici dicono non è “noi osserviamo in maniera assoluta la legge di dio, voi dovete fare lo stesso” ma “ Vogliamo che tutti siano costretti ad osservare la legge di dio e chi non dovesse farlo che viva ai margini, fuori dalla legge, si penta, o sappia comunque di vivere nel peccato, in una condizione di inferiorità rispetto a quello che è il precetto divino”.

Accusare un simile modo di pensare d’ipocrisia non solo è tecnicamente sbagliato, ma non è nemmeno necessario per sostenere che se invece di costringerci dentro un ciclo infinito di peccato e assoluzione al solo scopo di rispettare norme divine che non esistono, ci limitassimo a non ledere i diritti degli altri finché non ledono i nostri, vivremmo tutti in un mondo migliore.

[1] Ok, non è vero, i miei amici si sposano tutti dentro delle gabbia di Faraday.

E non ne escono più.

LSG COVER SITO 2° RISTAMPA

 

 

 

 

 

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Back_to_the_Future

Quit, ma su ritorno al futuro non scrivi niente?

(mail inviata 21/10/2015 h.7.28)

Ciao Quit, ma su ritorno al futuro non scrivi niente?

ciao

Godenzio

(tuo affezionatissimo)

 

Ciao Gody

Certo che voglio scrivere qualcosa su Ritorno al futuro, ieri però ero impegnato a giocare a polo con i reali di Svezia e non ho avuto un attimo. Rimedio subito.

Ritorno al futuro, dicevamo.

Quando ero povero e ancora scarsamente conteso dalle famiglie reali europee, a un certo punto qualcuno mi mise in contatto con un comico incredibilmente scarso che aveva bisogno di un autore. Andai a trovarlo un paio di volte nella città emiliana dove viveva. Mi fece vedere il testo del suo ultimo spettacolo. Era agghiacciante. Non si faceva mancare nulla, dalle battute sugli stereotipi nord-sud, una parte delle quali fatte in napoletano (non sapeva il napoletano), alle battute su quanto è difficile vivere in coppia e andare a fare la spesa al supermercato, fino alle vocine. Qua e là c’erano delle incongrue battute divertenti che però erano sempre battute ultranote di comici ultrafamosi, probabilmente prese da raccolte tipo “Le formiche”.

“Ma questa non è di Woody Allen?”

Chiesi dopo aver letto la chiusa del foglio che arrivava dopo 30 righe talmente ilari che il mio cervello ha deciso di sostituire il loro ricordo con l’immagine di un gruppo di scimmie adulte che urlano contendendosi l’unica femmina del gruppo. Una cosa tipo “uehuahrhrhhrhrhrhrhrhhrrrghghghghgh”

Lui disse “Boh, si può essere”.

Era una battuta di Woody Allen ed era talmente nota che sarebbe potuta finire stampata sul dorso dei Cuccioloni Algida se solo chi li scriveva non fosse stato il cugino segreto di Donato Bilancia. ( questa è una teoria personale senza prove empiriche. Per il momento!).   Ad ogni modo mi disse che aveva una grande idea per un nuovo programma e si apprestò mio malgrado ad illustramela coinvolgendomi in un processo logico-deduttivo Continua a leggere

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LASCIA STARE LA GALLINA-ESTRATTI (EXPOST-MEDIUM ITALIA)

Illustrazioni di Alvaro Tapia

MARCO DE SANCTIS

ANTEFATTO Tempo di adulterio

31 luglio-6 agosto 2011, Frassanito (le)

Con Elena non facevamo altro che litigare. La notte precedente, appena tornati dalla dancehall in spiaggia mi aveva ammonito acida di pulirmi bene i piedi prima di entrare in tenda. Non voleva portassi dentro aghi, terra o altre cose di cui solo lei al mondo era in grado di preoccuparsi alle sei di mattina. Così senza replicare avevo estratto dalla tenda il mio materassino, l’avevo messo sotto il pino mediterraneo di fronte al nostro piccolo accampamento e mi ero addormentato lì pur di non sentire oltre la sua voce petulante. Dopo poche ore il sole era filtrato fra i rami e mi ero alzato fresco come una rosa — a ventidue anni “doposbronza” era una parola priva di significato. Quando mi ero affacciato in tenda l’avevo trovata vuota, la mia ragazza doveva già essere in spiaggia. Avrei potuto scommettere che stesse approfittando della mia assenza per starse- ne in topless, sapendo benissimo quanto mi desse fastidio.

Solo allora mi accorsi che il mio materassino era mezzo sgonfio, doveva essersi bucato con gli aghi di pino. Bestemmiai. Era un punto a favore delle regole naziste di Elena sulla pulizia interna alla tenda, ora mi toccava assolutamente trovare una pezza per camere d’aria e chiudere il buco prima che facesse ritorno. Nell’improbabi- le eventualità che poi se ne fosse accorta avrei sostenuto con calma e decisione che la toppa c’era sempre stata. Cosa voleva saperne lei di pezze per camere d’aria?

Soddisfatto del piano mi tastai i pantaloni in cerca delle sigarette. Trovai flyer tagliuzzati per farne filtri, monetine, un pacchetto di cartine, diversi accendini (ero un cleptomane di Bic), resti di sigarette spezzate che ordinai uno a fianco all’altro, sulla stuoia. Di lì a poco mi sarebbero serviti. Infine ripescai anche il pacchetto di Camel Lights morbide che stavo cercando e ne accesi una.

Aspirai il primo tiro e ripensai alla sera precedente: una volta io e Elena saremmo rotolati in tenda incuranti di trascinare dentro sabbia, foglie, serpenti, stercorari o capre rupestri. Una volta, quando la passione ci dominava. Sospirai, presi il barattolo del Nesquik e ne tirai fuori una cima diorange avvolta nella pellicola. In un campeggio come quello era un nascondiglio ridicolo per dell’erba ma per il viaggio aveva funzionato alla grande. Avevo persino richiuso il sigillo di freschezza con dell’Attack invisibile, creando una confezione a prova di cane tossico. Un sacco di gente si faceva beccare perché era sciatta nelle misure di sicurezza, diventare un emarginato però non faceva parte dei piani di Marco De Sanctis per il futuro. Il campeggio comunque era sicuro: il proprietario era un ex finanziere e godeva di un occhio di riguardo da parte dei vecchi colleghi e quel posto doveva la sua fama nell’ambiente del reggae proprio a questo. Presi dall’abside della tenda il Roor, il mio bong di vetro, e gli cambiai l’acqua usando una delle preziose bottiglie di Elena, una piccola malignità compensativa. Io e la mia dolce metà eravamo gli unici imbecilli in tutto il campeggio con due casse d’acqua fuori dalla tenda. Inutile specificare a chi toccasse il trasporto. Accesi il bong e tirai con studiata lentezza facendo sfavillare tutta la mista, poi sfilai il braciere e inspirai di colpo tutto il fumo che si era accumulato nel tubo.

Buongiorno, cazzo.


Espirai formando una piccola nuvola a mezz’aria fra la nostra tenda e quelle dei vicini arrivati la notte precedente. Quando finalmente il banco di nebbia d’agosto si disperse mi trovai di fronte a una visione: una ninfetta mora, con una spirale tatuata sulla spalla destra e i capelli a caschetto come Uma Thurman in Pulp Fiction, giocava a pochi metri da me con dei fili a cui erano legati due piccoli delfini di peluche.

Li faceva roteare ma non era molto brava: ogni tanto le corde s’ingarbugliavano e gli animali di pezza le sbattevano sulle gambe. Ci misi qualche secondo a capire che non si trattava di una creatura del thc, era una ragazza reale e soprattutto aveva un sedere perfetto, piccolo e ben incorniciato da un paio di culottes blu. Lo sforzo faceva intuire muscoli delle natiche tonici sotto la pelle brunita, particolare che apriva a scenari d’incontestabile sodezza. Guidato da una forza più subdola della gravità ma ugualmente definitiva, mi alzai dalla stuoia e a rischio della vita mi misi a portata di delfino sul cranio.

“Ciao” abbozzai.

La ragazza alzò lo sguardo impegnato e si produsse in un piccolo sorriso.

“Ciao.”

“È dura far volare i delfini?” e stavo per aggiungere “Voglio dire sono pesci. Cioè mammiferi. Ma insomma vivono nel mare comunque. O nei circhi acquatici. Ad ogni modo non volano” quando la parte sobria e minoritaria del mio cervello riuscì a impedirmelo.

“Abbastanza. Ho appena iniziato.”

Avrei voluto invitarla a fare colazione al bar, ma ero fidanzato e se lei dormiva in quella tenda doveva aver visto Elena. Mi sembrò sconveniente, benché fossero almeno cento anni che nessuno usava più quella parola. Così me ne stetti lì a guardarla qualche secondo di troppo, agevolato nel mio immobilismo da bambola di pezza anche dall’effetto dell’erba. Alla fine riuscii a chiamare a raccolta qualche neurone e chiesi:

“C’è un segreto particolare?” “Per cosa?” “Per fare roteare i cosi.” “Bolas.”

“Per far roteare i Bolas.”
Le Bolas.”
“Per far roteare le Bolas.”
“Se c’è non credo di averlo ancora scoperto.”
“C’è sempre un segreto per fare le cose.”
Che cazzata pazzesca. Invece lei fece planare i delfini all’altezza delle caviglie fermandone la rotazione e guardandomi sorrise nuovamente, questa volta in modo più netto.

“Dici?”

“Sì” mentii. Per un culo come quello avrei rinnegato dio se solo ci avessi creduto.

“Mi chiamo Martina” disse, porgendomi la mano.

Mi presentai a mia volta e scoprii che era di Milano e, come la maggior parte delle ragazze con cui avevo tradito Elena, studiava Lingue. Prima o poi avrei dovuto prendermi la briga di scoprire cosa diavolo scrivevano in quei libri per renderle così ben disposte al sesso occasionale. Le dissi che invece studiavo Scienze politiche ed ebbe il buon gusto di non dire “E cosa farai dopo?”, forse perché anche Lingue non assomigliava esattamente a un assegno circolare nel mondo del lavoro. Ad ogni modo fu un punto a suo favore. Non che ne avesse bisogno con quelle chiappe marmoree. Martina era in Salento con due amiche, avevano la macchina e “Chissà magari possiamo andare da qualche parte assieme.” Certo, come no. Dovevo solo trovare un posto dove seppellire il cadavere di Elena.

“Lo proporrò alla mia ragazza” dissi per puro dovere istituzionale e per farle capire fra le righe il motivo per cui non avevo ancora provato a leccarla.

(…)

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