“LASCIA STARE LA GALLINA” in libreria dal 21 maggio

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Ah-ehm…dopo lunga gestazione dal 21 maggio arriva in libreria “Lascia stare la gallina” il mio romanzo edito da Bompiani (si può pre-ordinare qui)

Questa volta ci sarà un tour di presentazione. Ho già comprato l’ombretto e le piume di struzzo per cui non mancate.

Torino 17 maggio- h 15. 00 Anteprima nazionale- Stand Ibs.it – Salone del libro ( firmacopie ore 14.30 stand rcs) Host: Madaski ( Africa unite)

Milano 26 maggio h. 18. 30  Santeria. Host: Marco Alfieri

Prato 27 maggio h. 18  Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci.

Incontro per la serie Changes “Da inchieste a storie: il futuro del giornalismo” Host: David Allegranti

(questa non è una presentazione del romanzo, si parlerà di giornalismo e tanto altro)

Bologna 5 giugno Feltrinelli due torri h 18

Roma 10 giugno h 19.30 Giufà host Gipi

Bolzano 18 giugno Pippo stage host: Fabio Gobbato

Calendario in aggiornamento, per richieste di organizzazione di presentazioni o incontri   quitthedoner@mail.com

Si vabbeh ma di cosa parla questo libro?

L’ho spiegato a Giulio D’Antona nell’intervista per Minima&Moralia che trovate qui sotto

 

UN TEMPO CONOSCIUTO COME QUIT THE DONER

(Minima&Moralia)

doner By Roberto Seclì 1(Photo by Roberto Seclì)

Mi sono trovato diverse volte nella posizione di discutere con Quit riguardo al problema del (suo) nome. La prima è stata a Torino, più o meno esattamente un anno fa. Era appena uscito il suo primo libro, Quitaly (Indiana, 2014) e la discussione si è protratta per tre giorni ed è sfociata in un profilo. La seconda volta è stato a Milano, in piena estate. Le cose sono andate più velocemente, perché sembrava che il grosso del lavoro fosse fatto: si preparava alla pubblicazione di un romanzo e non vedeva una grande urgenza di abbandonare lo pseudonimo — ma d’altra parte… E tutto si riapriva di nuovo. La terza volta è stato a New York, in autunno. A quel punto aveva cominciato a fare quasi tutto da solo, io avevo espresso le mie opinioni e non erano servite a granché per risolvergli il dubbio. Quindi, a dire la verità, è stato abbastanza sorprendente dover preparare questa intervista, perché non sapevo come sarebbe andata a finire.  Il primo romanzo di Quit The Doner si chiama Lascia stare la gallina (Bompiani, 2015) e uscirà il 21 maggio . Porta con sé alcuni passaggi fondamentali per la vita e per il lavoro dell’autore, che cominciano da una domanda molto più importante di quanto non sembri.

Come ti chiami?

Martina Veltron… ah no scusa Daniele Rielli.

E fin ora come ti hanno chiamato?

Quit , Quit the doner, Doner,  o KKASSTA.

Cosa è successo nel frattempo?

Scrivere è diventato il mio mestiere a tempo pieno e sono un po’ stufo di vivere come un agente segreto senza soldi per il baccarat e le Aston Martin

Quante volte ti sei sentito ostacolato dallo pseudonimo e quante volte ti ha tirato fuori dai guai?

(Continua a leggere su  Minima&moralia )

 

 

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Reportage: L’epidemia di Xylella in Salento (Internazionale)

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Narra il mito che quando Poseidone e Atena si sfidarono per il dominio sull’Attica, il primo percosse il terreno con il suo tridente e fece sgorgare dell’acqua salata, la dea invece scelse di piantare un ulivo. Quel giorno si decise a furor di popolo non solo che il nome della città destinata a sorgere in quel luogo sarebbe stato Atene – non Poseidonia e nemmeno Poseidonopoli – ma si strinse anche e soprattutto il legame tra gli antichi greci e la pianta dell’ulivo, con le sue molteplici virtù e la sua nodosa maestosità.

Nella Bibbia la fine del diluvio è annunciata dal ritorno della colomba che porta un ramo di ulivo, nell’antica Roma a capodanno i giovani bussavano alle porte dei vicini per offrire in dono rami di, indovinate un po’ di cosa, esatto, di ulivo. Dal canto mio, uno dei miei primi ricordi d’infanzia è la scena in cui mio nonno, con un analogo sebbene indubbiamente più modesto intento simbolico, pone un me di forse tre o quattro anni età, nipote cicciotto frutto di incrocio con le nordiche genti, alla guida di un aratro legato a una mula in mezzo ai suoi ulivi.

La cosa a sorpresa non degenera in incidente agricolo e articolo di cronaca sul Quotidiano di Lecce, ma sopravvivo e ne scaturisce una foto. Da qui, probabilmente, la nitidezza un po’ artefatta del ricordo. Anche se da tempo, per la mia famiglia, gli ulivi hanno smesso di rappresentare un lavoro e sono andati dispersi tra le infinite sorelle di mio padre (riproduzione endemica, ancestrale vizio delle famiglie cattoliche), ne possediamo ancora un centinaio, il che, considerato che in Salento ce ne sono undici milioni, mi rende potenziale ereditiero dello 0,009 per cento del patrimonio olivicolo leccese. Al lordo delle mie, di sorelle.

Oggi queste piante si trovano dentro la cosiddetta zona infetta dal batterio xyllela, la peste degli ulivi arrivata probabilmente su una pianta ornamentale dalla Costa Rica. Ho imparato percorrendo il Salento in lungo e in largo che xylella e quello che ci gira attorno sono questioni molto complesse, ma due punti preliminari vanno chiariti subito: il primo è che per il batterio da quarantena al momento non esiste una cura e non si intravvede nemmeno la possibilità di raggiugerne una a breve termine. Il secondo è che zona infetta non significa che tutti gli alberi siano infetti, ma che la provincia di Lecce è stata definita dalle autorità zona dove non ci si aspetta più di riuscire a eradicare il batterio perché ormai l’infezione è troppo diffusa.

Non è quindi solo con lo spirito del cronista ma anche con quello del nipote che vede minacciate le proprie radici e quello del microproprietario terriero afflitto dalle circostanze avverse, che raggiungo il Salento in auto con mio padre: io per capire cos’è esattamente xylella, quanto è grave la situazione, cosa si può fare, lui per curare i suoi ulivi, per il momento ancora sani, come fa regolarmente da quando tanti anni fa ha lasciato il sud.

Per raggiungerli attraversiamo una Lecce il cui viale dell’Università è stranamente al buio, involontaria anticipazione del clima di lutto che si respira per le strade.

Un lutto in larga parte inespresso, strisciante, nascosto sotto la narrazione dominante sui mass media, classici, online e social, che è quella del complotto. Su facebook riscuotono like, la nuova unità di misura della verità, a migliaia, gli appelli di guaritori, dell’insospettabile agronoma Sabina Guzzanti, del noto scienziato in forza ai Sud Sound System Nandu Popu, dei comitati più disparati che si diffondono sul territorio al diffondersi della malattia, e di fantomatici untori, dai più classici a quelli che esprimono un maggior grado di delirio, a sentire l’internet è tutta colpa della Monsanto, degli alieni, dei baresi, delle catene inglesi di alberghi o, come ha sostenuto un sito cattolico, di un dio che prende una deriva da antico testamento e si appresta a punire il suo popolo per le sue manchevolezze morali, o chissà, viene il sospetto, per aver votato un presidente di regione omossessuale.

Più grave ancora dell’immaginifica caccia all’untore è la negazione della malattia, perché agevola la diffusione dell’epidemia. Una parte importante del Salento oggi è paragonabile a un malato quasi terminale, che invece di percorrere la strettissima e complicata via per combattere la diffusione del morbo, strada resa ancora più angusta da uno stato che non mette sul tavolo i soldi necessari, si rivolge a maghi e sciamani, come da peggiore tradizione italica.
Se lutto c’è, qui siamo ancora largamente nella fase di negazione, un rifiuto figlio di pregiudizi antichi veicolati con i mezzi digitali del nostro tempo. Il risultato è un terreno paludoso in cui le istituzioni preposte a gestire l’emergenza annaspano visibilmente.

L’unica fragile barriera, frutto di lunghe trattative e compromessi, che le istituzioni hanno provato a porre al diffondersi dell’epidemia è stato il piano del commissario Silletti, reso pubblico proprio durante i giorni del mio viaggio in Salento, e che oggi, a poche settimane di distanza, mentre sistemo le ultime righe di questo reportage, è bloccato dal tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio. Il pronunciamento arriva poco dopo una nuova decisione in sede europea, proprio alla vigilia dell’entrata nella seconda, fondamentale, parte delle operazioni fitosanitarie. Per capire cosa significhi tutto questo è necessario tornare a quei giorni in cui il piano era appena stato approvato, e io mi aggiravo tra gli ulivi salentini. Continua a leggere su Internazionale

 

 

 

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Dicono di QUITALY

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Una splendida capacità di vedere le cose e una scrittura così brillante da trasformare più o meno tutte le mostruosità in ritratti acuti e divertenti

Il Sole 24 ore

Il libro mostra il talento di questo immersive journalist dalla scrittura veloce e le idee chiare

Internazionale

Una voce brillante e originale che coglie alla perfezione lo spirito dei tempi

La Repubblica

Si è fatto conoscere grazie a inchieste insolite e irriverenti per un eccezionale senso dell’humour, per l’acutezza dello sguardo, per la felicità della scrittura

Goffredo Fofi su Lo Straniero

Non perdetevi questo libro

Huffington Post

Reportage fra l’ironico e il narrativo sul modello del giornalismo americano o forse del libello settecentesco alla Candide

L’Unità

Un fenomeno in rete racconta un paese narcisista ed eccessivo

Panorama

Disponibile in libreria e online su:

 

Ibs

Feltrinelli

Amazon

Hoepli

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Come incontrare i propri lettori per la prima volta

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La scena si svolge quasi due anni fa all’interno della Coop Ambasciatori, un Eataly nel centro di Bologna dove alle pareti hanno messo dei libri per suggerire alla gente, impegnata a mangiare e comprare mezzi chili di pasta di Gragnano, che è ceto medio riflessivo. Se per sbaglio compri un libro, la cassa dedicata è regolarmente vuota e ti guardano sempre un po’ come stessero pensando “è proprio sicuro che non preferisce un pesto di pinoli bio?”.

Il giorno della nostra storia un figuro si aggira per le scale mobili e per gli ammezzati, dissonante presenza non proprio impercettibile fra le urbane conversazioni e i delicati piluccamenti dei commensali.L’uomo, torvo e insoddisfatto di un’insoddisfazione atavica, di razza, è stretto in un cappotto da quattro soldi e puzza come un incendio di periferia. Emana cioè l’odore tossico tipico di quei roghi dove si mischiano copertoni, parti di Mercedes 190, sedie di plastica e frigoriferi dismessi. In mano stringe una moka Bialetti nuova che scintilla attraverso la fuliggine del suo animo abbietto. Questo da fuori non si vede ma in qualità di narratore onnisciente vi garantisco che il losco figuro tiene in mano la moka perché entrambe le tasche sono bucate. Anche il rivestimento interno del cappotto è bucato.

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“L’esercito con gli occhiali a specchio” è il nuovo singolo degli Africa Unite

“‘L’esercito con gli occhiali a specchio” è il nuovo singolo degli Africa Unite, liberamente ispirato al mio omonimo reportage reportage per Linkiesta poi ripreso su Quitaly.

Forse è la prima volta che un reportage diventa una canzone, non lo so con certezza, ma di sicuro il mio cameo sotto la doccia rimarrà negli annali.

Grazie a Mada, Alex, Braga e Francesca.

 

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DUE O TRE COSE DA SAPERE SULL’ARTERÌA PRIMA DI PARLARE DI RAZZISMO

La storia del locale bolognese accusato di razzismo vista da vicino  

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Stavo lavorando (leggi sbirciando i social) quando sono capitato per caso sul link a questo articolo.

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Ah però, ho pensato. Va mica bene. Poi leggo che il locale in questione (discoteca come se fosse il 1993) è l’Arterìa. Cosa non quadra è abbastanza chiaro già dalla foto del locale che correda l’articolo, dove in prima fila sulla sinistra capeggia un bianco sui generis.

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Il che comunque è ancora niente se si pensa che il gestore di quell’Arterìa che metterebbe in pratica l’apartheid, non solo ha avuto per anni il locale con la clientela più nera dell’Emilia Romagna, promuovendo una delle più durature serate reggae d’Italia, il Downtown bashment, ma è sposato con una giamaicana nera, noto segno di aderenza a degli ideali razzisti.

Già che c’era, in un’implicita pulsione verso l’arianesimo definitivo, Mimmo, così si chiama il gestore,  c’ha fatto anche dei figli con la donna in questione, che però per uno scherzo del destino cinico e baro pare non siano venuti proprio bianchissimi.

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La tribù che racconta storie – Gottschall e l’analisi evolutiva delle serie tv

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(il miglior personaggio negativo di serie tv mentre guarda una serie tv)

Intervista a Jonathan Gottschall -  pubblicata sul Venerdì di Repubblica del 27.2.2015

Pittsburgh. Nel racconto le “Api, parte prima” lo scrittore bosniaco Aleksandar Hemon racconta di come, durante la sua infanzia nella Iugoslavia di Tito, suo padre avesse trascinato tutta la famiglia fuori da una sala cinematografica in cui veniva proiettato un film di avventura,  all’urlo di “che stupidata” e “compagni non credeteci”

Ripenso a questa scena camminando per una Pittsburgh ventosa e gelata verso il bar in cui ho un appuntamento con Jonathan Gottschall, autore di “L’istinto di narrare”, un saggio sul legame inscindibile che corre fra gli esseri umani e la capacità di raccontare storie.  Secondo Gottschall persino un “iperrealista” come il padre di Hemon subiva il fascino delle storie di finzione, probabilmente però in ambiti in cui non ne aveva l’esatta percezione. In questo non era solo visto che lo stesso accade ogni giorno a tutti noi, basti pensare che, secondo recenti studi, sognare a occhi aperti è lo stato di default della mente e passiamo la metà delle nostre ore di veglia elaborando fantasie, il più delle volte brevi, essendo la loro durata media 14 secondi. Inoltre consumiamo continuamente storie prodotte da altri, attraverso ogni tipo di media,  e tutto questo non accade per caso.

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(l’edizione italiana di “the storytelling animal” di Jonathan Gottschall)

“All’inizio del libro parlo di due ipotetiche tribù ancestrali: quella della pratica e quella delle storie. Quella della pratica non faceva altro che lavorare, quella delle storie invece alternava le sue attività, all’usanza di raccontare storie immaginarie. Contrariamente ad ogni aspettativa, quella che è sopravvissuta è la seconda. Quella tribù siamo noi” mi spiega Gottschall versando birra light da una caraffa gigantesca. Il locale si è rivelato essere uno sports bar per studenti di college, pieno di televisori sintonizzati su eventi sportivi. Tra poco inizierà la partita dei Pittsburgh Penguins, la squadra di hockey della città, lo so perché nell’ ascensore dell’albergo ho incontrato un tizio vestito da pinguino.

Lo sport è in grado di suscitare forte immedesimazione e il modo di raccontarlo dei media americani, che va molto oltre il “Dovremo dare il 110% e il mister deciderà cos’è meglio” a cui siamo tristemente abituati in Italia,  aiuta a trasformare i campionati professionistici in una miriade di storie affascinanti con archi narrativi, svolte, ostacoli, momenti epici. È stato quest’approccio che negli ultimi anni ha fatto aumentare, e di molto, il pubblico femminile delle leghe professionistiche americane. Le storie infatti interessano a tutti.  Ma lo sport non è l’unico legame che l’atto del giocare ha con le storie “La prima forma di proto-narrazione, quella di cui sono capaci anche molti animali” spiega Gottschall “è la pratica di fingersi qualcos’altro, e ciò ha una funzione strettamente evolutiva, serve ad avvicinarsi gradualmente ai problemi e ai pericoli, entrarci in confidenza, imparare a superarli e poi esorcizzarli. Le storie assolvono la stessa funzione per gli adulti, ma essendo strutture complesse hanno molti usi potenziali. Nel libro uso l’esempio della mano, che può essere uno strumento per aggredire, mangiare, comunicare, amare. Le storie funzionano allo stesso modo, servono a molti fini, come ad esempio portare le persone nel mezzo delle informazioni che si vogliono comunicare, rendendole così più interessanti e più facili da ricordare. Detto questo credo che il fattore evolutivo più importante sia comunque sempre il variegato rapporto che le storie intrattengono con il male, fornendoci la capacità di rapportarci ad esso e conseguentemente un posto nel mondo”.

Dai Sopranos in poi si è affermato, prima nelle produzioni americane e poi in quelle di  altri paesi, un nuovo tipo di serialità televisiva la cui caratteristica dominante è un elevato grado di realismo e protagonisti negativi, i cosiddetti anti-eroi. Non dei “nemici” ma dei veri e propri protagonisti che compiono spesso cose tremende. Chiedo a Gottschall se questo aumentare della dose di male tollerato nelle grandi narrazioni popolari serva a esorcizzare una crescente sofferenza, e a questo proposito non ha molti dubbi “No, non credo. Di anti-eroi le storie sono piene da sempre, basta pensare a Lucifero o a Macbeth. Ma ammettiamo pure per un momento che ci sia un picco di anti-eroi in questo momento storico. Personalmente sono affascinato da queste narrazioni perché se le osservi attentamente, ti accorgi che l’universo morale rimane lo stesso di tutte quelle precedenti. Tony Soprano ad esempio è un personaggio affascinante e cattivo ma alla fine paga per questo, e tutto si ricompone”.

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(Gli Shelby, brava gente)

C’è una serie, prodotta da Bbc e trasmessa in America da Netflix che sta impegnano le riflessioni di Gottschall.  È Peaky Blinders, un piccolo capolavoro scritto da Steven Knight, che narra la vorticosa e spietata ascesa sociale di una gang di allibratori di Birmingham nel primo dopoguerra. “Thomas Shelby, il protagonista, è uno dei personaggi principali più feroci mai visti sullo schermo, eppure è difficile non empatizzare con lui. Ci sto riflettendo in questo periodo e la spiegazione che mi sono dato fino a questo momento è che il personaggio funziona perché per quanto cattivo quelli attorno a lui sono anche peggio, e in genere se compie atti apparentemente ingiustificabili come uccidere un innocente è sempre per effetto di un ricatto”.

Si muovono i confini, il buono e il cattivo si scambiano i ruoli, tutto diventa meno netto, più simile, cioè, alla realtà, ma l’equilibrio morale complessivo della storia non cambia davvero. In questa concezione delle storie è difficile non pensare che ci sia profondo retaggio americano, Gottschall però non è d’accordo “Ho studiato storie di provenienti da molte culture diverse, non solo da quella americana, e il risultato è sempre lo stesso, le grandi narrazioni se analizzate in profondità hanno sempre alla base una forte idea di bene e di male”. La sua tesi è che su questo si fondi la loro funzione evolutiva, sulla capacità, cioè, di delineare un mondo morale, distinguere il giusto dallo sbagliato, funzione necessaria alla prosecuzione della specie. Ma se le storie servono a dare i contorni alla verità quali sono i rischi in mondo in cui siamo raggiunti ogni giorno da decine se non centinaia di microstorie su telefoni, computer, televisori e altri apparecchi?

“Effettivamente non c’è mai stata una simile abbondanza di storie. Basta accendere un computer e ne hai quante ne vuoi, gratis, immediatamente. Non sono mai state così a buon mercato. Al tempo stesso le storie ben narrate sono in grado di alterare i giudizi, i politici e le aziende sono sempre più consci di questa potenzialità. Uno dei rischi quindi è sicuramente quello della manipolazione” Ma non è il solo, c’è un punto nel finale del suo libro in cui Gottschall riflette sul futuro delle storie applicate al gaming e coltiva il dubbio che forse, sì, il romanzo è morto ma al tempo stesso non lo sono le storie che saranno sempre più integrate dentro dispositivi di realtà virtuale. “In questo c’è ovviamente un altro tipo di rischio. Basta pensare al ponte-ologrammi di Star Trek the next generation: quella storia è un’utopia quindi i protagonisti a un certo punto escono dalla realtà virtuale e tornano alla loro vita, ma nella realtà chi lo farebbe davvero? Chi, potendo fare quello che vuole in un mondo immaginario, sceglierebbe di andare a lavorare da Burger King?”. Nonostante l’inscindibile legame fra vita umana e storie, è bene infatti ricordare che si tratta di due cose bene diverse “La storia è una struttura che rimodella elementi della vita in un insieme dotato di senso, cosa che spesso non di può dire della vita ”.Esattamente quello che sosteneva Truman Capote quando diceva che  “La differenza tra realtà e finzione è che la finzione deve essere coerente”. Forse era questo quello che il padre di Hemon non riusciva a sopportare.

 

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IL RETROSCENA DEL RETROSCENA DEL RETROSCENA. VIAGGIO NEL GIORNALISMO PARLAMENTARE. (minima&moralia)

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“Non ce la faccio più” spiega un collega giovane e sveglio che fa cronaca parlamentare da molti anni, a mo’ d’incoraggiante introduzione nel magico mondo della politica vista da vicino. Siamo seduti su un divano del transatlantico della Camera, il luogo dove si fabbricano quelle 5-10 pagine dei quotidiani in cui i politici si mandano messaggi a vicenda sulla testa dei lettori. Da questo salone lungo e discretamente sfarzoso arrivano la maggior parte dei retroscena, spesso anche quelli più irrilevanti, visto che le informazioni buone e esclusive ci sono metodi migliori per comunicarle, strategie visionarie e clandestine tipo: mandare un sms. Qui lo struscio di politici, giornalisti e commessi non conosce sosta e si confabula alacremente. La ripartizione spaziale del potere è abbastanza intuitiva: le figure importanti stazionano in un punto, quelle medie si coagulano attorno a loro, i cazzoni alla base della piramide sociale (io) vanno avanti e indietro. Continua a leggere su minima&moralia

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Intervista a Paolo Barberis (Venerdì di Repubblica)

 

Sul Venerdì di Repubblica della scorsa settimana ho intervistato il consigliere per l’innovazione di Matteo Renzi. Abbiamo parlato di Webtax, burocrazia online e occupazione.

Per ingrandire cliccare sull’immagine

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La libertà d’espressione è sempre a rischio

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È davvero curioso che il coraggio fisico possa essere tanto diffuso nel mondo, e il coraggio morale tanto raro”.

Mark Twain

L’empatia umana, quel tipo di sensazione che tendiamo a dimenticare in guerra, allo stadio e alle riunioni di condominio, mi ha investito subdola e incontrollabile di fronte alle immagini dell’assalto alla redazione di Charlie Hebdo.

Mi sono chiesto per ore  perché  i terroristi non avevano colpito il ministero della difesa o un obiettivo militare ma la redazione di Charlie Hebdo, un giornale che attaccava ugualmente i poteri occidentali e gli estremisti islamici, un piccolo emblema di chi, spesso sbagliando a sua volta, prova a trovare dappertutto quegli sbagli che ci rendono umani.

Un giornale che, per quello che faceva, poteva trovarsi solo in una delle poche parti molto libere del mondo e anche lì non viveva mai sonni tranquilli, anche se nessuno avrebbe mai pensato di colpire fisicamente i suoi giornalisti.

Il punto è che le menti critiche o anche quelle più semplicemente volte all’umorismo  sono storicamente sempre a rischio, e questo perchè la maggior parte degli uomini ha il bisogno biologico di credere in qualcosa di più grande di sé : Dio, lo Stato, la Rivoluzione, il denaro, i soffritti, Paolo Fox.

Ora non tutte le credenze sono uguali, dato che ad oggi la cipolla tagliata fine non ha ancora bombardato nessuno, e non credo che Paolo Fox sappia  portare missili ad alto potenziale sotto le ascelle. Alcune però sono molto più pericolose delle altre. Il secolo dei lumi ci ha dato la possibilità di scegliere quella che preferiamo, almeno finché la nostra scelta non interferisce con quella degli altri. Questa almeno è la teoria, la pratica è stata sempre un po’ più complicata. Sin dall’inizio  c’è voluto qualche aggiustamento dato che l’univocità del concetto di ragione tendeva a creare parecchio mercato per le gigliottine, alla lunga un problema per tutti quelli con un collo.

Scoperto che anche la ragione poteva diventare come una religione abbiamo sviluppato  teorie di pensiero debole che predicano la tolleranza, accettano la rissa verbale che si risolve in un’altra rissa verbale e un’altra rissa verbale e poi è finito il vino.  Teorie affascinanti che arrivano alla fine di percorsi millenari, ma non bisogna mai dimenticare che dire “Combattete con noi per la libertà di dire quello che vi pare, patetiche teste di cazzo” funziona istintivamente un po’ meno bene che “obbedisci a dio e tutto andrà bene, fratello”.Aggiungici il solito sottointeso “l’amico segreto di dio sono io e solitamente mi comunica il suo volere per via mentale, per questo indosso vestiti buffi” e hai un quadro abbastanza fedele dell’eterno potere delle religioni.

Il problema di essere in contatto diretto con dio però, a parte che costa uno sproposito in zuccheri per lo sforzo mentale, è che è probabilmente non sarete molto disposti ad ascoltare le opinioni altrui, per questo, come avrebbe potuto dirvi Giordano Bruno se fosse stato ignifugo, le religioni monoteiste hanno da sempre qualche piccolo problema a rapportarsi con il concetto di tolleranza.

La libertà d’espressione occidentale è quindi per sua natura sempre in pericolo. D’altro canto è proprio in questa libertà che abita la capacità, unica, di riflettere su quello che siamo e dove stiamo andando. E’ è questa libertà, tra l’altro, che ci permette di parlare di come la razionalità come principio regolatore del mondo abbia anche dei lati oscuri. Di come ad esempio abbia aperto la strada al dominio incontrastato della tecnica e con essa al nichilismo, riducendo ogni  credenza radicale sull’esistenza a poco più di un rito folkloristico inglobato nel meccanismo di consumo.  Oggi abbiamo libertà, ma per molti anche assenza di senso. È questo quello che racconta da sempre uno scrittore come Michel Houellebecq,  in uscita proprio il giorno della strage in Francia con “Sottomissione”, una satira sull’islam in Francia.

Il mondo occidentale che predica i principi di uguaglianza e libertà è lo stesso che si assicura il controllo delle risorse necessarie alle sue economie attraverso la propria superiorità assieme tecnologica, militare ed economica (l’occidente è un po’ il robot Bimby delle forme politiche). Il dominio del più forte è la legge universale della geopolitica dai tempi in cui gli ateniesi razziarono l’isola di Melo ma nessuno prima dell’Illuminismo aveva pensato di dipingere l’egemonia come l’affermazione della giustizia e della ragione universale.

L’odio di tanti immigrati di seconda generazione in occidente è in parte figlio di questa promessa di uguaglianza mancata e per il restante di una domanda di senso che non trova risposta in una realtà totalmente mercificata. La via al nichilismo positivo è infatti lunga e perigliosa e non si percorre facilmente in condizioni di povertà, di sopraffazione e violenza.

Una violenza che scorre in forme diverse ovunque: l’Occidente sterilizza il conflitto schierando sopra Afghanistan e Pakistan 9mila droni di metallo che a volte rimangono sospesi per ore sopra un obiettivo prima di colpirlo, il fronte islamico risponde con la violenza  primordiale e fisica di corpi che uccidono altri corpi, facendosi saltare in aria o sparando come è successo oggi a Parigi, una lotta militarmente già persa che si celebra in nome di un dio e di un fine ultraterreno. Niente soffritti e autoironia, anche se a quanto pare i terroristi all’inizio avevano anche sbagliato indirizzo, cosa che sarebbe stata ottima per una vignetta di Charlie Hedbo se solo subito dopo non ne avessero trovato quello giusto.

 Alla base di tutte le faccende umane, è bene non dimenticarlo mai, c’è sempre la lotta per il potere, per il predominio sui territori, sulle risorse, sugli uomini e sopra di essa la lotta per un trovare un senso, per animare i cuori.

Raccontare realtà tanto complesse e mai univoche è un compito che si può provare ad affrontare solo con la garanzia della libertà d’espressione e di stampa. Ben prima di questo attentato era già evidente il fatto che la libertà d’espressione fosse oggi il figlio scapestrato del sistema occidentale: prima di tutto perché essere liberi costa un sacco di soldi, lo stesso Charlie Hebdo aveva problemi economici, e perché la satira, la risata, è da sempre l’avversario per eccellenza del potere che si ammanta di sacro, vizio a cui anche il potere occidentale non è del tutto immune.

Passata l’indignazione di queste ore, si alzeranno le voci di chi dirà che in fondo in fondo quelli di Charlie Hebdo “se la sono cercata”. Una prevedibile unione incestuosa fra le voci illiberali di oriente ed occidente. Il rischio, ben illustrato dai primi distinguo che sono emersi nelle prime ore sui giornali economici internazionali, è che il principio della libertà d’espressione venga difeso a parole ma non nei fatti e che quello che sia davvero importante sia salvare il flusso del denaro sul mercato globale.

Il rischio è che si ritenga tacitamente doveroso rinunciare ad un po’ di libertà d’espressione (che è come dire a tutta) non solo per la paura del terrore ma anche perché offende una parte dei consumatori. Una tendenza che già vediamo in atto con i meccanismi di censura secondo criteri arbitrari e non pubblici, utilizzati delle grandi corporation del web. Leggi più restrittive e oscure di quelle dello Stato, dalla libertà d’espressione uguale per tutti e decisa dalle istituzioni alle quella concessa dalle policy aziendali, quella che si compie è un’altra deriva oscurantista.

Per questo di fronte ad un attacco di straordinaria violenza come questo è necessario lottare su tutti i fronti, interni ed esterni per ribadire il diritto a criticare e se necessario ad offendere le idee, le opinioni e le religioni altrui.

Altrimenti l’imperfetto, spesso ipocrita, ma in ogni caso sempre più libero di una teocrazia, Occidente avrà davvero smarrito sé stesso e i terroristi avranno ottenuto quello che volevano.

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Intervista Serpico (Repubblica)

Oggi su Repubblica in edicola

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Perchè ho amato The Newsroom (Internazionale)

the-newsroomProvare a immaginare quello che vogliono gli spettatori e poi provare a soddisfarlo è generalmente una cattiva ricetta per ottenere qualcosa di buono.–Aaron Sorkin

Ci sono molti insegnamenti che si possono ricavare da The Newsroom, la splendida serie Hbo di Aaron Sokin che si è conclusa il 14 dicembre: il primo, il più ovvio, e forse il meno interessante dei quali, è che se massacri il giornalismo probabilmente non sarà poi così facile trovare tutti questi giornalisti pronti a tessere le tue lodi. Questo è solo uno e non certo l’unico motivo per cui The Newsroom è stata fra le opere di Sorkin più amate dal pubblico, ma al tempo stesso quella che ha diviso maggiormente la critica, che non le ha risparmiato stroncature, rivolte soprattutto contro la prima stagione.

Che non sarebbe stato uno show dalle mezze misure si era capito subito dal famoso monologo iniziale che affrontava uno dei più grandi tabù d’oltreoceano: l’America non è necessariamente il miglior paese del mondo.(Continua a leggere su Internazionale)

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FENOMENOLOGIA DI VALENTINA NAPPI (Linkiesta)

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Valentina Nappi mi ricorda quel tipo di ragazza che dopo un inizio titubante con il sesso, magari dopo essersi sentita bruttina per un po’, si dà una sistemata e incomincia a guardarsi allo specchio con maggiore fiducia proprio mentre scopre la magica legge del maschio italiano ( basta che me la dia, nda) e ne approfitta per uscire dal cono d’ombra grazie a una spregiudicatezza maggiore di quella delle amiche.

Questo genere di ragazze di solito ci prendono parecchio gusto e nel luna park di uomini che scoprono di avere a disposizione, al tutto sommato modico prezzo della propria disponibilità e della disapprovazione di Massimo Boldi, ottengono botte di autostima che si mischiano all’antica verità che, anche se non è il caso di farlo sapere a una certa categoria di femministe, scopare piace anche alle donne.

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Fino a qui tutto bene. Il problema si pone quando il sesso diventa l’unico motivo di vita e, in contemporanea, si ha la pensata che tutto questo, condito con quattro citazioni modaiole in croce poste lì ermeticamente a significare “cultura” possa dare a una donna, il cui unico merito è di avere una vagina particolarmente attiva, uno spessore intellettuale di alcun tipo. Non ha funzionato con Rocco Siffredi, costantemente ignorato dall’accademia che assegna i Nobel, non funziona nemmeno per le donne. È la parità dei sessi (questa, non quella della Nappi). (Continua a leggere su Linkiesta)

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Obama, le castratrici di maiali repubblicane e il peso della riflessività (Linkiesta)

 Obama e la sconfitta della politica di ampio respiro (Da linkiesta.it)Schermata 2014-11-09 alle 14.22.20

Nel mese appena trascorso ho seguito la campagna elettorale di Midterm dagli Stati Uniti. Che la parabola del primo presidente nero stesse volgendo verso una fine non contenuta nelle premesse sembrava inevitabile come i mugolii e i sospiri introduttivi che, nonostante la scarsa abitudine degli americani alla comunicazione non verbale, ottenevo nominando Obama a scrittori e intellettuali liberal, gli stessi che l’hanno comunque sempre sostenuto a spada tratta.

Era grossomodo il 2006, o 140 anni fa in tempo dei media, quando Obama era solo un senatore nero dell’Illinois che si vociferava potesse concorrere alla presidenza degli Stati Uniti. Allora si trattava di uno scenario improbabile quanto elettrizzante, circa un gradino sotto Chris Rock che diventa presidente in uno di quei film in cui l’uomo della strada arriva per vie inaspettate alla Casa Bianca, salva il pianeta, legalizza l’erba, bacia la first lady e la telecamera gli gira attorno salendo verso il cielo. Poi però di solito si accendono le luci in sala e fuori c’è ancora George W. Bush a chiedere conto di tutta quella facile serotonina opponendo il solito reazionario principio di realtà. Insomma nulla di realmente fattibile.

Due anni dopo però Obama è diventato l’inaspettata rockstar definitiva che firma assegni post datati alla banca mondiale del cambiamento, fa discorsi a Berlino, incassa Nobel sulla fiducia e introduce la rucola presso un popolo per il quale un’alimentazione sana generava dubbi sulla tua sessualità.

Il fatto che Obama fosse nero, o quantomeno più nero di un bianco, veniva visto da buona parte del mondo come inevitabile segno del cambiamento, un’equazione che con il senno di poi sembra scontare una visione degna più di uno spot anni Novanta di Oliviero Toscani che di un analista politico. Ci sono poche cose che si possono vendere più facilmente del cambiamento e della speranza, e Obama ha sfruttato la propensione della specie umana all’ottimismo con sapienza, carisma, talento e una discreta dose di coolness afro-americana, generando un’aspettativa che ha preso in fretta dimensioni globali.

Dopo 4 anni di governo, Obama ha rivinto le elezioni con una campagna che per entusiasmo ricordava la precedente come le pizzate di ex compagni classe che lavorano in banca e ricordano i tempi del liceo. Il grande cambiamento era infatti ancora da venire e il clima parecchio ingrigito. Altri due anni e i repubblicani, in un’elezione trasformata in un referendum sulla presidenza (domenica su un giornale della Pennsylvania una vignetta riportava un uomo triste davanti alla cabina elettorale intento a sospirare “ho nostalgia di quando le elezioni avevano qualcosa a che fare con i candidati che si votavano”) sbancano, anche oltre le previsioni, che di default danno l’opposizione sempre avvantaggiata nelle tornate di midterm.

Nell’onda repubblicana che ha posto definitivamente fine al grande cambiamento ci sono una serie di personaggi notevoli, il mio preferito dei quali è questo:

Joni Ernst, neo senatrice dell’Iowa, che spiega come sia cresciuta castrando maiali in una fattoria e come sia intenzionata a portare questo suo know how in Senato per fare “grugnire” (di dolore ovviamente) i suoi colleghi, sottintendendo la loro natura maialesca con una grazia tale da far apparire Beppe Grillo un fine umanista Continua a leggere su Linkiesta

 

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I giovani emigrati italiani non fanno i minatori (Linkiesta)

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“Pane e cioccolata” è un film di Franco Brusati con Nino Manfredi che racconta le vicende di un immigrato italiano in Svizzera, un dramma con frequenti momenti comici e una memorabile scena grottesco-satirica ambientata in pollaio umano, una sequenza capace di disturbare lo spettatore e di farlo per un motivo. Pane e cioccolata è stato girato nel 1973 ed è un bel film che narra la parabola senza fine di un uomo alla ricerca di un posto in una nazione che non è la sua, e nel farlo non risparmia nessuno: i biondi e disumani svizzeri, i connazionali italiani che accettano tutto tanto “noi teniamo il sole e il mare”, e, non ultimo, il protagonista stesso.

L’ho visto per la prima volta l’altra sera in un cinema di Manhattan poco lontano da Central Park, in una sala piena d’italiani che rappresentavano abbastanza fedelmente una certa parte del nostro Paese, quella che comanda: tutti di una certa età (io, un mio amico e degli studenti americani di cinema eravamo gli unici sotto i 45) e tutti vestiti di modo che da quattro isolati di distanza si potesse dire “ehi guarda laggiù, un italiano coi soldi!”.

Alla fine della proiezione, al momento del temibile dibattito, una signora italiana alza la manina ingioiellata e in un buon inglese osserva che in fondo questi poveri immigrati in Svizzera di una volta assomigliano molto a nostri giovani italiani che vengono in America per trovare lavoro, anche se questi ultimi hanno alle spalle delle famiglie benestanti (testuali parole).

Sono poco avvezzo a trovare epifaniche delle singole frasi, ma in questa stupenda, aerodinamica e sibilante cazzata credo fosse magnificamente racchiuso un mondo, e penso che a patto di essere coraggiosi a sufficienza sia interessante provare a esplorarlo. Continua a leggere su Linkiesta

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Quando i Griffin incontrano i Simpson (Linkiesta)

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Chris: «Un crossover tira sempre meglio il fuori di ogni show, di certo non è un gesto di disperazione, le priorità sono sempre creative, non dipendenti dal marketing…»
Stevie: «ok, basta così»
L’incipit di «The Simpson guy» la dice lunga sul tipo di aspettativa al ribasso che ha accompagnato l’arrivo dell’episodio crossover fra Family guy (i Griffin) e i Simpson, e con il senno di poi si può dire che ci fosse più di qualche ragione.
Ora se siete di quelli che guardano le serie quando arrivano in Italia tradotte, buona fortuna, godetevi l’avvincente season finale di Dallas, questo pezzo non fa per voi. Se invece vivete nella contemporaneità globale e capite quanto «spoiler» diversi giorni dopo la messa in onda sia una parola priva di senso, forse vi interesserà sapere che l’episodio affidato alla scrittura di Patrick Meigha (ex membro della writers room dei Simpson) con cui si è aperta la 13° stagione della serie ambientata a Quahog è stato a tutti gli effetti una puntata di Family Guy, con un’apparizione della famiglia Simpson il più volte costretta a fare cose che un Simpson, come lo conosciamo da 26, anni non farebbe mai. Continua a leggere su Linkiesta
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Reportage Italian graffiti (Quit per il Venerdì di Repubblica)

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Dal Venerdì di Repubblica del 3/10/2014

(Immagini originali scattate durante  il reportage, copyright Venerdì di Repubblica)

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"Quitaly" un anno di reportage- Indiana editore
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Oltre la fiaba del matrimonio indiano in Puglia

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Un reportage fra elefanti foggiani, politici italiani e miliardari globali

La storia del matrimonio indiano è finita sotto i miei occhi in un bar del Salento a fine agosto. Stavo mangiando un pasticciotto, una delle pochissime attività che compio in estate assieme alle torsioni sul mio asse per evitare le piaghe da decubito, e ricordo ancora perfettamente l’occhiello pieno di understatement di Repubblica Bari:

“IL MATRIMONIO DEL SECOLO”

Il pezzo si riferiva ai due ricchi giovani indiani che avevano scelto per motivi misteriosi di sposarsi a pochi chilometri da Fasano. Continua a leggere su Linkiesta

 

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Quattro titoli per evitare David Foster Wallace (Linkiesta)

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Nel solo 2012 in Italia sono stati pubblicati 64mila libri, un dato sorprendente, se non altro perché presuppone un numero almeno pari di persone in grado di leggere e scrivere. Grazie a questo ciclo continuo di abbattimento delle foreste, culto dell’ombelico borghese e produzione di saggi su Renzi, una libreria assomiglia sempre più a una donna che sapevate brillante e a cui volevate molto bene ma che ormai butta la maggior parte del proprio tempo dietro a mode che durano un mese e il cui acuminato spirito critico ha finito con il tempo per smussarsi nella tondeggiante forbice per bambini del conformismo.

Eppure la libreria come luogo ha ancora tutto il potenziale per rivelarsi il miglior punto di partenza per la vostra estate, tutto sta nel saper titillare i giusti scaffali, ed evocare così il vecchio splendore di quando essa era il vertice mancante del triangolo d’amore fra voi e il divano.

Ognuno di noi ha dei preferiti, dei libri fondamentali, libri che ama e sa perfettamente quant’è bassa la percentuale d’innamoramento nella foresta dei 64mila. Il rischio all’ombra delle torri di cellulosa è sempre quello di perdersi (a 18 euro a tentativo) e finire per mancanza di idee a leggere roba tipo David Foster Wallace, idolo incontrastato delle persone che organizzano corsi di scrittura creativa nonostante sia — o forse proprio per questo — uno degli autori più sopravvalutati da quel mattino in cui Gutenberg si svegliò con un paio di idee sui caratteri mobili che forse valeva la pena di provare.

Emancipandomi per una volta dalla dittatura del nuovo che sempre affligge la pratica delle recensioni, in questo pezzo segnalerò quattro libri non recentissimi ma che potranno darvi grandi soddisfazioni sotto l’ombrellone. Libri che hanno il pregio di non sforzarsi di sembrare intelligenti e complessi per convincere un ventenne che scrivere racconti sia un lavoro preferibile ad amministrare il patrimonio immobiliare di famiglia, ma di esserlo.

Il che non è male, specie se vivete in affitto.

Apocalisse da camera

di Andrea Piva

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Quando nelle conversazioni con amici vengono fuori i nomi di alcuni fra gli scrittori italiani più in voga sono spesso costretto a emettere i gradevoli ultrasuoni di spaesamento e angoscia del gatto gettato in lavatrice. In questi casi la reazione più comune delle persone che sono con me, oltre ad aggiungere del coccolino e assicurarsi che io stia sotto i 40° se no scolorisco, è chiedere:
«Allora dimmene uno tu». (continua a leggere su Linkiesta) 

 

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Il giorno in cui l’emozione superò la notizia (Linkiesta)

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Sulle prime, il sorpasso dell’emozione sulla notizia generò un certo grado di scandalo, commenti caustici, battute ironiche, sdegno, predicozzi, annunci d’imminenti apocalissi, la maggior parte dei quali su Facebook ma in qualche caso anche fra persone con un lavoro.
La svolta in realtà era nell’aria da tempo. L’emozione, scalpitante, subdola e già segretamente al comando, innervava la cronaca da decenni, accontentandosi però di dettare con lo spietato automatismo di chi non deve certo spiegare cose ovvie, la scelta degli aggettivi e degli avverbi, generando prese di posizione evidenti, ma astutamente accucciate alle spalle dei sostantivi e dei fatti, con l’atteggiamento complottante dello studente medio che si prepara a uno scherzone ai danni delle coscienze degli italiani.
Così la vittima del pirata della strada era per definizione “innocente” anche se magari fra le mura di casa torturava furetti tenerosi, in banca possedeva azioni di aziende di armi e in cucina non asciugava mai bene i piatti dopo averli lavati. La vita dell’accusato di un omicidio particolarmente infame e degradante veniva all’opposto scandagliata alla ricerca di qualsiasi cosa che per quanto ovvia e diffusa fosse in grado, forte del nuovo contesto di linciaggio sociale, di generare feroci vampate di sdegno popolare, alzate di forconi e la sensazione di possedere una, per quanto ridotta all’osso e assai generica, superiorità civica.

“Grazie alle analisi costate 24 milioni di euro e una serie poliziesca interpretata da una muta di cani antropomorfi su canale 5, gli inquirenti hanno trovato sul computer del presunto killer di Castenedolo le prove che nel 2004, 9 anni prima del delitto, il signor Nunzio Capro avrebbe guardato un porno”

Egli dunque non solo era un assassino ma anche era proprio come noi, un motivo in più per odiarlo.

“Il filmetto pornografico rinvenuto sul computer dell’operaio specializzato del bresciano, sarebbe inoltre di particolare scabrosità, (nel titolo c’è la parola Hardcore, in inglese “zozzissimo”), un tenore che il Fatto quotidiano è in grado di ricostruire nello specchietto-inchiesta di Beatrice Borromeo.

IL VIDEO ZOZZISSIMO DELL’ASSASSINO di B. Borromeo
Tutto inizia con l’arrivo del ragazzo delle pizze (timido quattordicenne introverso che ascolta solo Dente), ma a sorpresa quello parallelo alla sua gamba non è un ombrello…

Tuttavia tutto questo mischiare la cronaca con il commento non solo peggiorava la prima e prosciugava di originalità il secondo, ma richiedeva un sacco di sforzo che in molti incominciavano a subodorare essere inutile. Le prime sperimentazioni per l’ambizioso obbiettivo lavoro zero si mossero sulle orme ideologiche del Quizzy, il giustamente dimenticato telecomando per rispondere ai quiz da casa inventato dal pioniere della Silicon Valley, Mike Bongiorno. (continua a leggere su Linkiesta)

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