Oltre la fiaba del matrimonio indiano in Puglia

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Un reportage fra elefanti foggiani, politici italiani e miliardari globali

La storia del matrimonio indiano è finita sotto i miei occhi in un bar del Salento a fine agosto. Stavo mangiando un pasticciotto, una delle pochissime attività che compio in estate assieme alle torsioni sul mio asse per evitare le piaghe da decubito, e ricordo ancora perfettamente l’occhiello pieno di understatement di Repubblica Bari:

“IL MATRIMONIO DEL SECOLO”

Il pezzo si riferiva ai due ricchi giovani indiani che avevano scelto per motivi misteriosi di sposarsi a pochi chilometri da Fasano. Continua a leggere su Linkiesta

 

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Quattro titoli per evitare David Foster Wallace (Linkiesta)

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Nel solo 2012 in Italia sono stati pubblicati 64mila libri, un dato sorprendente, se non altro perché presuppone un numero almeno pari di persone in grado di leggere e scrivere. Grazie a questo ciclo continuo di abbattimento delle foreste, culto dell’ombelico borghese e produzione di saggi su Renzi, una libreria assomiglia sempre più a una donna che sapevate brillante e a cui volevate molto bene ma che ormai butta la maggior parte del proprio tempo dietro a mode che durano un mese e il cui acuminato spirito critico ha finito con il tempo per smussarsi nella tondeggiante forbice per bambini del conformismo.

Eppure la libreria come luogo ha ancora tutto il potenziale per rivelarsi il miglior punto di partenza per la vostra estate, tutto sta nel saper titillare i giusti scaffali, ed evocare così il vecchio splendore di quando essa era il vertice mancante del triangolo d’amore fra voi e il divano.

Ognuno di noi ha dei preferiti, dei libri fondamentali, libri che ama e sa perfettamente quant’è bassa la percentuale d’innamoramento nella foresta dei 64mila. Il rischio all’ombra delle torri di cellulosa è sempre quello di perdersi (a 18 euro a tentativo) e finire per mancanza di idee a leggere roba tipo David Foster Wallace, idolo incontrastato delle persone che organizzano corsi di scrittura creativa nonostante sia — o forse proprio per questo — uno degli autori più sopravvalutati da quel mattino in cui Gutenberg si svegliò con un paio di idee sui caratteri mobili che forse valeva la pena di provare.

Emancipandomi per una volta dalla dittatura del nuovo che sempre affligge la pratica delle recensioni, in questo pezzo segnalerò quattro libri non recentissimi ma che potranno darvi grandi soddisfazioni sotto l’ombrellone. Libri che hanno il pregio di non sforzarsi di sembrare intelligenti e complessi per convincere un ventenne che scrivere racconti sia un lavoro preferibile ad amministrare il patrimonio immobiliare di famiglia, ma di esserlo.

Il che non è male, specie se vivete in affitto.

Apocalisse da camera

di Andrea Piva

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Quando nelle conversazioni con amici vengono fuori i nomi di alcuni fra gli scrittori italiani più in voga sono spesso costretto a emettere i gradevoli ultrasuoni di spaesamento e angoscia del gatto gettato in lavatrice. In questi casi la reazione più comune delle persone che sono con me, oltre ad aggiungere del coccolino e assicurarsi che io stia sotto i 40° se no scolorisco, è chiedere:
«Allora dimmene uno tu». (continua a leggere su Linkiesta) 

 

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Il giorno in cui l’emozione superò la notizia (Linkiesta)

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Sulle prime, il sorpasso dell’emozione sulla notizia generò un certo grado di scandalo, commenti caustici, battute ironiche, sdegno, predicozzi, annunci d’imminenti apocalissi, la maggior parte dei quali su Facebook ma in qualche caso anche fra persone con un lavoro.
La svolta in realtà era nell’aria da tempo. L’emozione, scalpitante, subdola e già segretamente al comando, innervava la cronaca da decenni, accontentandosi però di dettare con lo spietato automatismo di chi non deve certo spiegare cose ovvie, la scelta degli aggettivi e degli avverbi, generando prese di posizione evidenti, ma astutamente accucciate alle spalle dei sostantivi e dei fatti, con l’atteggiamento complottante dello studente medio che si prepara a uno scherzone ai danni delle coscienze degli italiani.
Così la vittima del pirata della strada era per definizione “innocente” anche se magari fra le mura di casa torturava furetti tenerosi, in banca possedeva azioni di aziende di armi e in cucina non asciugava mai bene i piatti dopo averli lavati. La vita dell’accusato di un omicidio particolarmente infame e degradante veniva all’opposto scandagliata alla ricerca di qualsiasi cosa che per quanto ovvia e diffusa fosse in grado, forte del nuovo contesto di linciaggio sociale, di generare feroci vampate di sdegno popolare, alzate di forconi e la sensazione di possedere una, per quanto ridotta all’osso e assai generica, superiorità civica.

“Grazie alle analisi costate 24 milioni di euro e una serie poliziesca interpretata da una muta di cani antropomorfi su canale 5, gli inquirenti hanno trovato sul computer del presunto killer di Castenedolo le prove che nel 2004, 9 anni prima del delitto, il signor Nunzio Capro avrebbe guardato un porno”

Egli dunque non solo era un assassino ma anche era proprio come noi, un motivo in più per odiarlo.

“Il filmetto pornografico rinvenuto sul computer dell’operaio specializzato del bresciano, sarebbe inoltre di particolare scabrosità, (nel titolo c’è la parola Hardcore, in inglese “zozzissimo”), un tenore che il Fatto quotidiano è in grado di ricostruire nello specchietto-inchiesta di Beatrice Borromeo.

IL VIDEO ZOZZISSIMO DELL’ASSASSINO di B. Borromeo
Tutto inizia con l’arrivo del ragazzo delle pizze (timido quattordicenne introverso che ascolta solo Dente), ma a sorpresa quello parallelo alla sua gamba non è un ombrello…

Tuttavia tutto questo mischiare la cronaca con il commento non solo peggiorava la prima e prosciugava di originalità il secondo, ma richiedeva un sacco di sforzo che in molti incominciavano a subodorare essere inutile. Le prime sperimentazioni per l’ambizioso obbiettivo lavoro zero si mossero sulle orme ideologiche del Quizzy, il giustamente dimenticato telecomando per rispondere ai quiz da casa inventato dal pioniere della Silicon Valley, Mike Bongiorno. (continua a leggere su Linkiesta)

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Linkiesta e le dimissioni di Alfieri

linkiesta_logoRicordo perfettamente quando Marco Alfieri mi telefonò nell’agosto del 2013. Mi trovavo in Salento per un reportage e la prima cosa che notai fu quanto suonava indiscutibilmente milanese la sua voce. Subito dopo pensai “chissà cosa vuole da me questo giornale di economisti”. Più tardi scoprì che Marco era di Varese e allora pensai “chissà cosa vuole da me questo giornale di economisti con il direttore di Varese”.

A settembre mi invitò in redazione e quando mi propose di fare qualcosa per loro risposi “se vuoi ho già pronta l’ultima parte di un reportage che per motivi che non si potranno spiegare in un pezzo scritto un anno dopo, chi ha commissionato non vuole più pubblicare” poi sussurrai “maneggialo con cura, contiene dei tamarri” e rimasi lì indeciso se aggiungere anche un “e terùni” con un accento sbagliato e magari un’invocazione al dio Po o alla necessità inderogabile delle delocalizzazioni. In quel tempo infatti lo spirito guida dell’affitto da pagare aleggiava ancora potente sul mio cammino, emanando indistinti raggi di accondiscendenza canina verso tutte le potenziali fonti di contanti. Il giorno precedente, ad esempio, avevo espresso un lungo e accorato apprezzamento per le ultime misure della BCE ad un bancomat di via Ugo Bassi, piaggeria per altro caduta inspiegabilmente nel vuoto. Negli uffici di via Melone de Linkiesta, però una corazza morale sorta tutto attorno a me, inaspettata come un eritema solare sulla pelle di un kenyota, rifletté lontano la mefitica influenza psicologica dell’indigenza e finii per tacere . Alfieri lesse il pezzo in questione e disse “e che problema c’è?”

Io dissi “ah bene”, un’antica espressione quasi dimenticata che significa “non è poi tanto male questo giornale di economisti con il direttore di Varese”.

In seguito non ebbe nessun problema a pubblicare un mio pezzo su  Odifreddi che nella maggior parte delle redazioni italiane avrebbe comportato l’emanazione nei miei confronti di un provvedimento restrittivo a vita, qualcosa come mantenere una distanza minima di 50 metri da tipografie, ciclostile e tutte le forme conosciute d’inchiostro, polpi compresi. Un pezzo del genere da molte altre parti avrebbe soprattutto causato crocifissioni in sala mensa per tutti coloro che nella catena di comando avessero omesso di censurarlo. Si trattava infatti dell’ attacco argomentato di un trentenne a due firme di un grande giornale su una questione epistemologica. A chi nella vita non facesse il giornalista e magari pensasse che è anche di queste cose che si alimenta il pubblico dibattito democratico, è necessario spiegare che nell’ambiente giornalistico italiano una situazione del genere assomiglia più a un servo della gleba che prende l’imperatore a schiaffi dopo aver insultato pubblicamente la sua virilità e avere urinato sulla sua collezione di pizzi (tendo sempre a immaginare che Riotta abbia una collezione di pizzi).

Abituato a scrivere comunque negli articoli quello che i miei complicati schemi di carta 9 metri per 9 mi danno l’illusione sia giusto, scoprii con un certo stupore e sollievo che i provvedimenti punitivi di indicazione geografica tipica in via Melone non erano in uso. A Linkiesta se, e sottolineo se, ci furono problemi chi di dovere formò un solido muro fra l’autore e il lamentante.

Una sola volta, non Marco Alfieri ma un membro della redazione, di cui non farò il nome se non chiamandolo Giulio D.A. o anzi meglio G. D’Antona, mi chiese di levare un “cagato in faccia” dalla prima riga di un pezzo. Interpellato Alfieri disse “beh se vuoi tienilo ma se lo puoi levare forse è meglio”. Questo è il livello della persecuzione poliziesca e illberale a Linkiesta: uno non può mettere “cagato in faccia” nella prima riga di un pezzo d’apertura, e loro subito ti consigliano timidamente di sostituirlo. Dannati fascisti.

La frase per la cronaca la tolsi quando mi convinsi che avevano ragione loro, e in effetti senza l’overture defecatoria il periodo girava meglio. Fu in quell’occasione che mi resi definitivamente conto di aver sottovalutato la città di Varese e l’accento longobardo incominciò a sembrarmi la lingua della libertà, l’equivalente adulto di quello che è il francese nell’adolescenza, quando oltre a non sapere un cazzo non sei mai stato neanche per sbaglio in una banlieue e sostieni indomito tesi ardite come la potabilità del Bacardi Breezer e l’idea lineare che i francesi sono più civili perché almeno loro hanno fatto una rivoluzione. Così ogni volta che leggo frasi come questa sul manifesto [1]

“E invece, inse­guendo in rete le tracce delle bur­ra­scose vicende de Linkiesta.it, si leg­gono sto­rie di epu­ra­zioni, di finan­zieri che cer­cano sponde in poli­tica, di edi­tori che pre­mono sulla linea edi­to­riale”. 

mi chiedo di che giornale stiano parlando. Può darsi che le cose stiano così,  scrivo per via Melone dal settembre 2013, non posso quindi parlare per la situazione precedente, ma avendo lavorato anche per altri giornali, da alcuni dei quali sono tuttora trattato in maniera perfettamente professionale, quello che posso dire con assoluta certezza è che non ho mai incontrato un grado di libertà così radicale come quello che ho trovato a Linkiesta sotto la direzione di Alfieri.

Ho voluto scrivere queste cose nonostante sia perfettamente conscio che un giornalista italiano “propriamente detto” con il suo insostenibile senso dell’opportunità non le avrebbe mai scritte.

I malpensanti che nella categoria con il tesserino marrone abbondano potrebbero pensare che scrivo queste cose per ingraziarmi Alfieri. A parte l’astuzia volpina contenuta nel blandire un direttore uscente, il punto è che, e non so come metterla giù senza sembrare un rapper di Miami, se anche i vostri pezzi online avessero fatto due milioni di lettori in due anni, sapreste che non avete bisogno di leccare il culo né di farvi proteggere da nessuno. Il fatto piuttosto è che mi è dispiaciuto vedere messo in cattiva luce non solo il lavoro di Marco Alfieri, ma anche quello dei ragazzi della redazione de Linkiesta che a mio parere è stato buono e in alcuni casi (che dovranno diventare la norma se vogliamo sopravvivere) eccellente. I risultati in termini di numeri si sono visti, dato che il giornale è cresciuto moltissimo passando a picchi di 2 milioni di utenti unici al mese e a un dato stabilizzato di 1,2milioni di lettori, dati che forse Alfieri avrebbe potuto citare nel suo famoso editoriale, ma l’uomo è talvolta un po’ troppo modesto. Peccato che le tabelle della pubblicità si aggiornino a ritmi da cartaceo e lo sforzo sia risultato per il momento inutile, senza dimenticare come  la precedente gestione abbia lasciato delle eredità economiche pesantissime. È quindi un paradosso che un giornale che cresce a ritmi altissimi perda il suo direttore, ma ci può stare, sono le regole del gioco che sono più complicate del semplice, si fa per dire, farsi leggere.

Quello che ho fatto fatica a tollerare è il gioco di specchi deformanti del quale ho fatto esperienza, ovvero l’enorme differenza nella percezione delle cose che avevo parlando con chi il giornale lo fa e quella che si poteva derivare  dagli articoli di altre testate sulla situazione de Linkiesta.

Un’esperienza in cui ho dovuto imparare a capire come ragionano i giornalisti italiani su queste cose. È stato più o meno come cercare di capire i principi cardine del comportamento di animali preistorici, in via di estinzione ma ancora sommamente feroci.

Primo: non lasciare vicino a loro il tuo panino con la porchetta. Lo mangeranno. Specie se loro sono G. D’Antona o Giulio D.A. Secondo: se sei una public company gli rode il culo a un sacco di gente e il giorno in cui le cose si mettono male tutti saranno felici che sia stato dimostrato che un’altra via non era possibile. Per molti sarà un occasione di tirare un lungo e appagante sospiro di sollievo. Terzo: se la prosa di tanti articoli italiani è sovente così scarsa e deludente, spesso è perché chi l’ha composta ha speso metà della sua giornata a consumarsi in dietrologie. Parola sommamente orrida di estrazione giornalistica che compie il ciclo completo e finisce per dimostrarsi tagliata su misura per descrivere proprio il mondo da cui nasce. Dietrologia è un termine che traccia perfettamente il perimetro di tanta, troppa, parte del giornalismo in questo Paese, un’attività interamente, o quasi, consumata dalla necessità di mandarsi messaggi cifrati fra le righe in un gigantesco postulato a mezzo stampa dell’alto principio filosofico e stella polare ermeneutica univocamente applicata al reale:

“Tanto sono tutti delle merde”

Ne consegue che non si dice mai la verità, soprattutto se si parla di sé stessi, e si mandano segnali di fumo incrociati sulla testa dei lettori.

In questo panorama l’oggetto Linkiesta purtroppo è un po’ troppo libero e sincero e questo manda in crisi i paradigmi interpretativi maliziosi. Tu dici “guarda che a me nessuno mi ha toccato una riga” e quelli sentono “ahah ha paura che lo licenzino”.

Si dice che il tempo è galantuomo, non lo so, non sono solito fornire attributi morali a una cosa che con il suo semplice scorrere uccide un sacco di gente, ma spero che per Alfieri e Linkiesta questo detto abbia valore.

Mi spiace che il giornale ad oggi sia riuscito per molti motivi ad applicare solo in parte tutti i discorsi sul giornalismo digitale che risuonavano da mesi in redazione, da parte di Alfieri ma non solo. Per questo, d’altro canto, sono le persone che rimangono che mi fanno ben sperare, mi auguro che chi seguirà nel posto che è stato di Marco abbia la stessa voglia di sperimentare e investire risorse sui contenuti che ha avuto lui, perché quel che certo è che la strada è tutta da tracciare, siamo dentro un cambio di paradigma epistemologico e le opportunità sono almeno pari ai rischi, per questo i discorsi monodirezionali di questi giorni francamente lasciano il tempo che trovano, il futuro non deve essere gattini ma manco editoriali da 5 visualizzazioni, tanto per capirsi.

C’è una cosa però per cui desidero ringraziare Marco Alfieri, e non è la libertà, né i mezzi, nemmeno i lunghi discorsi teorici che abbiamo fatto molte volte sul giornalismo e sulla scrittura, queste sono cose che tutto sommato in un mondo non dico ideale ma quantomeno abitabile, dovrebbero fare parte di un giornale. Quello per cui voglio ringraziarlo è di essere una persona per bene, di quelle che quando ne incontri, ti fanno sentire un po’ più fiduciosi per il futuro.

In bocca al lupo

Q.

 


[1] (giornale che prende contributi pubblici, il che per quanto mi riguarda è ok, ma forse poi non è il caso di fare i soloni su chi cerca di stare in piedi da solo)

 

 

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La pratica del negro sacrificale (Linkiesta)

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Prima di tutto una piccola deviazione dal sentiero del giornalismo nostrano, è infatti necessaria una breve ricostruzione dei fatti. Perdonate la maleducazione.

Italia-Uruguay, primo tempo. L’Italia tiene palla pressoché sempre, pur senza combinare niente di rilevante. Balotelli fa un po’ di sponde, viene buttato a terra diverse volte, non riceve nessuna palla utile. Con uno scopo che intravede solo lui, salta un metro e mezzo e infila i tacchetti nella spalla di un avversario. Ammonito. Minchiata, ma insomma non che sia proprio un dramma tipo De Rossi che dà una gomitata a cazzo di cane e si fa sbattere fuori per quattro giornate.

Quattro giornate di squalifica per una gomitata in faccia?
Maturità calcistica del campione

Pirlo sbaglia molti più palloni del solito, Immobile è inesistente, Verratti fa una serie di numeri sulla linea di difesa che gelano il sangue a mezza Italia ma gli dice bene, gli altri sostanzialmente non pervenuti. L’Uruguay sembra quello che è: una squadra modesta, l’Italia una squadra un po’ meno modesta e tuttavia in controllo della partita.

Secondo tempo. Balotelli non c’è più, chissà cos’è successo nello spogliatoio a saldo controllo geriatrico dell’Italia ma sta di fatto che senza di lui la nazionale sparisce dal campo. Poi l’arbitro si inventa senza motivo l’espulsione di Marchisio, rimaniamo ingiustamente in dieci, prendiamo gol, perdiamo, siamo eliminati dai mondiali.

Sei lì che aspetti di sentire il rumore di vesti strappate e commentatori che chiedono il cuore su una picca di tutti i dirigenti della federazione, Abete che corre a dipingere di sangue la porta delle casa del suo primogenito per salvarlo dalla piaga che sta per generarsi inarrestabile. Il popolo di calciomaniaci risvegliatosi dentro lo stesso incubo del 2002, defraudato in mondo visione come una squadretta qualsiasi, non come la seconda nazione sul pianeta per numero di coppe vinte, chiederà giustizia.

E invece nel club dei lord dove sembra essersi trasferita l’opinione pubblica italiana, prendersela con l’arbitro sembra all’improvviso incredibilmente inelegante.

« Well, diciamo che ce la siamo meritata questa sconfitta, non possiamo prendercela con l’arbitro, non sarebbe sportivo»
«Oh oh , vecchio mio, certo che no, non sarebbe affatto un comportamento da italiani, siamo noti nel mondo per accettare il verdetto del campo in qualsiasi modo esso sia stato ottenuto. Contegno vecchio mio, contegno, ne va del nostro buon nome»
«Puoi dirlo forte vecchia canaglia, dell’altro brandy?»
«Volentieri, ma poi dovremmo anche pensare a trovare il negro sacrificale»
«Temo, in effetti, che sia necessario, che ne diresti di questo?»

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(Esemplare di negro sacrificale con Ferrari. Si noti che l’auto rende la sua figura o “figurina” (cit.) il 75% più infiammabile in occasione di roghi pubblici. Poiché il popolo non solo non è negro ma tiene la 500L a rate e la 500L a rate sotto sotto non ci piace a nessuno)

Con evidente sfregio del fatto che Balotelli quando abbiamo preso il gol dall’Uruguay non era nemmeno in campo, la coscienza nazionale individua come un sol uomo il capro espiatorio perfetto: lui.

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(mo’ te lo spiego)

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Il cittadino senatore Pepe e il complotto perpetuo

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La strage di Motta Visconti? Tutta colpa del Mose. Teorie complottiste di cittadini in Senato

Tutto sommato ha ragione il cittadino senatore Pepe, personaggio portato a Palazzo Madama dal Movimento 5 stelle (ma passato al gruppo Misto, ndr) per salvare un’istituzione altrimenti piena di inetti, quando cita il guru dei complottisti Franceschetti sul suo Facebook. Dietro la strage di Motta Visconti non può che esserci il Mose, i segnali in questo senso appaiono evidenti a vista d’occhio.

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Per questo io dico che è ora di mettere da parte il sistema logico deduttivo, le tecniche d’indagine poliziesche e medioevali come il test del Dna e rispolverare la cabala e gli anagrammi. Di sicuro sarebbe un bel risparmio per i cittadini visto che per i test del Dna eseguiti per le indagini sull’omicidio di Yara sono stati spesi 2 milioni e 800 mila euro, e, per quanto possa costare una firma di Repubblica, probabilmente con Bartezzaghi avremmo risparmiato.

Aggiungici che alcuni casi non c’è neppure bisogni di anagrammare. Prendiamo ad esempio il nome del luogo dove Olindo e Rosa hanno ucciso quattro persone, il nome del paese è “Erba” . In certi brutti giri “Erba” è sinonimo di “droga”. Pensateci.

Il delitto di Garlasco? Il nome del vero colpevole sta ovviamente nel cognome del principale indiziato “Alberto STASI”. Ora da dove viene la Merkel? Esatto: dalla Germania dell’est. Una nazione illiberale il cui servizio segreto si chiamava guarda un po’ proprio Stasi. Non basta. La Poggi era una che durante i mondiali guardava le partite di calcio dell’Italia. E indovina quale altra nazione ha una nazionale di calcio? Esatto, la Germania. Ma non è tutto (Continua a leggere su Linkiesta )

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Il SISTEMA DELLE MAREE (LINKIESTA)

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Da ragazzino ero affascinato dalle piazze di spaccio, piccoli ecosistemi d’illegalità all’interno di stati di diritto. Le vedevo al tempo stesso come una prova di forza criminale e come un’espressione di un permessivismo del potere. Scoprii poi che le cose erano un po’ più complicate di così.

Quel tipo di piazze ha una particolarità, la loro apparente extraterritorialità è spesso interrotta dalle retate, un rito fatto di urla, violenze e perquisizioni, con cui il potere dialoga a sberloni con il contropotere. Ogni tanto, magari perché c’è scappato il morto, magari perché è arrivato un nuovo questore o perché è imminente la visita in città del sottosegretario alle famiglie monogamiche e timorate di dio, sta di fatto che arriva sempre il giorno in cui da ogni direzione arrivano volanti, furgoni, poliziotti grossi come rugbysti che corrono con il distintivo a tracolla, la pistola in mano, e alla fine in genere spunta anche un cane lupo con gli stessi gusti di un teknoraver in fatto di droghe. Se va bene vengono fatti un po’ di arresti, il commissario della mobile o il capitano dei carabinieri si fanno fotografare sui giornali locali e il giorno dopo si può tornare felicemente a comprare tutto quello che serve esattamente nello stesso posto, o male che vada 100 metri più in là.

Al netto delle storie, talvolta drammatiche, delle persone che sostanziano i due sistemi, legalità e illegalità dialogano e coabitano nella misura in cui ci sono delle esigenze ambientali più ampie: il bisogno, in mancanza di mezzi, di circoscrivere il fenomeno del commercio di droga in un luogo piuttosto che un altro o, in zone dove la criminalità organizzata controlla il territorio, la necessità di non irritare chi è grado di spostare pacchetti di voti attraverso l’economia illegale. Sistemi insomma o in cerca di una difficile ma necessaria convivenza, oppure addirittura simbiotici.

La corruzione e la lotta alla corruzione sono fenomeni per molti aspetti diversi (non c’è un mercato ritenuto illegale bensì l’alterazione di un mercato legale) ma seguono lo stesso andamento ciclico, le stesse dinamiche ondivaghe e lasciano nell’intervallo fra un’emergenza e l’altra l’economia sana alla mercé dell’arbitrio del più forte. (CONTINUA A LEGGERE SU LINKIESTA)

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Intervista a Greenwald: anatomia di uno scandalo (linkiesta)

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Glenn Greenwald arriva con cinque minuti di ritardo, si siede e chiede scusa.

«È facile perdersi a Milano» osserva.

Non lo so, forse. Io non mi sono mai perso ma come tutti quelli che credono che la tecnologia sia il male di solito mi faccio guidare da una app sul telefono. Ciò che invece sono sicuro non sia affatto facile, è fare quello che ha fatto quest’uomo negli ultimi dodici mesi. E adesso se ne sta qua davanti a me, ed è al tempo stesso alla mano e professionale come solo certi pro americani sanno essere.

Greenwald, per chi avesse come unica fonte d’informazione gli sms del Tgcom, è uno dei protagonisti principali, assieme ad Edward Snowden e Laura Poitrais, di quello che è stato uno dei più importanti scoop della storia del giornalismo. Uno scoop da immaginario collettivo, di quelli che restituiscono il senso a una parola che ormai si usa per indicare notizie fuori dalla norma quel tantino che basta per eccitare l’animo dei giornalisti ma che mia nonna, leggendo il suo unico quotidiano, non avrebbe mai notato fra le altre.

Questa storia invece, come gli americani chiamano le notizie importanti e come Greenwald continuerà a definire lo scoop durante tutta la nostra conversazione, riguarda il piano di sorveglianza globale messo in atto da organi del governo degli Stati Uniti (e da alcuni alleati) con la complicità volontaria o obbligata di tutte le più grosse corporation tecnologiche. Un programma omnicomprensivo il cui manifesto ideologico è contenuto nel motto “collect it all”, dove per it s’intende qualsiasi dato riguardante le comunicazioni digitali, mail, metadati su durata e destinazione delle chiamate, geolocalizzazione e all’occorrenza anche il contenuto delle conversazioni vocali. Potenzialmente siamo tutti sotto controllo, un Panopticon globale senza precedenti, e prima di Snowden e Greenwald non lo sapevamo. Continua a leggere su Linkiesta

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L’Italia come non la raccontereste ai vostri figli (VICE)

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Se ci ripenso adesso mi rendo conto che i problemi sono cominciati prima ancora che arrivassi sul luogo del primo reportage. Roma, un venerdì notte, io e Markus, il fotografo di quell’incarico e di molti degli altri che sarebbero seguiti, stavamo in piedi mentre un poliziotto scrutava dentro la nostra macchina con una torcia. Non era molto amichevole. Il problema era che la nostra auto, guidata da Markus, aveva infilato una corsia dei tram rischiando di far collassare la già precaria viabilità capitolina. L’altro fatto, ugualmente non benagurante, è che eravamo sbronzi. Visibilmente sbronzi. Colpa di un numero imprecisato di cocktail consumati in una San Lorenzo che fra torme di spacciatori, buttafuori e fuorisede assomigliava alla Libia della guerra civile ma con più deodorante axe e rimesse genitoriali.

E ora fosche nubi a forma di ritiro di patente e di lunghe frequentazioni del Sert si ammassavano al traballante orizzonte del buon Markus. Peggio ancora: senza macchina il mio amico avrebbe rischiato di perdere il lavoro. Insomma, si metteva male. Così male che per salvarlo mi ero dovuto giocare l’unica carta possibile, mi ero stretto nel professionale cappotto nero (con le tasche bucate ma questo lo sbirro non poteva saperlo) e avevo fatto filtrare che eravamo giornalisti arrivati nella capitale per una certa manifestazione politica del giorno seguente. Continua a leggere su VICE

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Il vero insegnamento di queste elezioni (Linkiesta)

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Che il clima creato dalla campagna #vinciamonoi fosse solo una bolla di marketing, adesso lo diranno tutti. Prima però il timore di dire quello che nonostante tutto la razionalità portava a pensare, ovvero che un movimento in grado di congelare nei sogni di dominio del suo leader otto milioni di voti durante la più nera delle crisi, non poteva aumentare i propri consensi, ci ha condizionato praticamente in blocco, giornalisti e lettori.

Forse è stato il timore di sbagliare ed essere messi alla berlina dai grillini, o forse il fatto che, comunque la pensiate politicamente, non si può dire che la razionalità sia stata il fattore decisivo delle elezioni degli ultimi vent’anni. Fra i fenomeni che ci contraddistinguono come popolo, la “razionalità politica” viene subito dopo “attraversare solo sulle strisce pedonali”. Fenomeno comunque interessante, da studiare, questa sopravvalutazione collettiva dei grillini che fa da contraltare alla sottovalutazione che avevano subito alle ultime politiche e di cui è sicuramente figlia, almeno in parte. Oltre al fatto che Casaleggio possiede La Forza, ovviamente. Continua a leggere su Linkiesta

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A SAN GIOVANNI NEL DISCOUNT DEL DISSENSO (Linkiesta)

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Cambiare tutto perchè non cambi nulla

(Tomasi di Lampedusa)

Sulla banchina della metro Termini adocchio l’unico gruppo di grillini e salgo con loro. Un ragazzo sui vent’anni indossa una t-shirt con lo slogan “L’onesta andrà di moda”, una di quelle posposizioni valoriali nel futuro che se fossi un borseggiatore leggerei come una tacita autorizzazione. I suoi compagn… scusate amici cittadini onesti invece hanno la bandiera del partito sulle spalle. Un uomo più anziano dice “attenti che poi dicono che siete fascisti” con il tono di chi ritiene con ogni evidenza una simile affermazione una bestialità, un’inflessione vocale conosciuta dai più come il “tono Andrea Scanzi” ma con meno specchi autoriflettenti. Prima ancora che io possa teorizzare sul supporto “dell’uomo della metro” ai grillini, quello si gira rendendo visibile uno spillone pro Grillo appuntato sulla maglia.

“Dove dobbiamo scendere?”

“A San Giovanni”

“Se è aperta… l’ultima volta avevano chiuso la stazione” aggiunge un terzo uomo del gruppo.

“BASTARDI!” sibila il primo.

Benvenuti alla tappa finale del, modesto già nelle intenzioni, #vinciamonoi tour, terra del complotto perpetuo, quella dove le misure standard di ordine pubblico applicate alle manifestazioni di tutte le parti politiche sono per riflesso pavloviano considerate una persecuzione ad movimentum. Continua a leggere su Linkiesta

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Internet non salverà il mondo – Intervista a Evgeny Morozov (Linkiesta)

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«Quando il saggio indica la luna, lo stolto si distrae e si fa convincere da Riotta a comprare i Google Glass». Forse il detto non recitava esattamente così ma il concetto è abbastanza chiaro: ogni tanto capita nella vita di incontrare qualcuno che ha delle cose intelligenti da dire e, al contrario dei filosofi francesi degli anni ’70, le dice anche bene.

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In casi come questo vale la pena di cercare di capire esattamente da che parte questo tizio stia puntando il ditone e non perdere tempo dietro allo stuolo di commentatori tecnologici ripieni di ottimismo monodirezionale. Evgeny Morozov, che prima di dimagrire in maniera quasi spaventosa aveva anche il grassottello physique du rôle del saggio, è esattamente uno di quei personaggi che vale la pena stare a sentire con attenzione, uno di cui labacklist di titoli va saccheggiata in un singolo giro in libreria.

Critico radicale, acuto, tagliente e impietoso, ha detto, meglio e più approfonditamente, quello che molti fra quelli che non hanno l’ansia di farsi invitare alla prossima conferenza stampa di Google già pensavano: non è mica detto che l’attuale sviluppo tecnologico debba essere univocamente considerato una cosa stupenda, anzi.

Una delle cose belle, però, è che non ve lo dice con il tono luddista irato del sessantenne che vi chiede quale razza di tasto fa partire ilvideoregistratore (il triangolo esprime moto, il quadrato stasi. Come hai fatto esattamente a sopravvivere fino a quest’età?), bensì scavando nelle conseguenze sociali, culturali ed economiche delle nuove tecnologie, indagandone il modo in cui cambiano le pratiche quotidiane, i rapporti di potere, mettendone in luce il forte substrato ideologico insito nelle scelte che ne indirizzano la ricerca e la produzione. Non si muove nel comodo alveo del discorso, ma lo mette in discussione in maniera radicale, talvolta irriverente. Non è sempre interamente condivisibile ma sempre sensato e ben argomentato.

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Morozov, che ha all’attivo tre best seller, scrive per il New York Times, il New Yorker, Slate, New Republic, Frankfurter Allgemeine e ha scritto su Washington Post, Financial Times e Wall Street Journal, è nato in Bielorussia da una famiglia di minatori nel 1984. Una tipica storia italiana. Ah no.

I suoi articoli sul gotha dei giornali del pianeta sono l’esatta nemesi di quei pezzi tech arrendevoli ad ogni piano di dominio della Silicon Valley che di solito si concludono con assurde domande retoriche-bonarie-passive tipo “In un futuro non troppo lontano andremo quindi tutti sempre in giro con questo nuovo dispositivo digianale (magica unione di anale e digitale) prodotto da xxxyy infilato dove non batte il sole. Farà un po’ male all’inizio ma chissà quale eccitante rimedio la scienza svilupperà per le emorroidi. È il futuro, baby ”.

Oltre ai contenuti critici, Morozov possiede uno stile brillante, divertente e lucido fino all’eccesso, sfortunatamente non sempre percepibile nella versione italiana dei suoi pezzi perché per qualche motivo il Corsera, la testata che pubblica i suoi articoli nel nostro Paese, tende ad eliminare i passaggi divertenti, come si può vedere ad esempio confrontando questa colonna originaria a proposito del buon vecchio Andrew Smart su Slate con la traduzione in italiano.

Questo periodo fa ridere! Nein! Nein!
(ricostruzione totalmente arbitraria del reparto traduzioni di via Solferino)

Oltre agli articoli, Morozov ha scritto tre libri. Il primo è il best sellerL’ingenuità della rete (The Net Delusion) dedicato in buona parte a demolire il mito di internet come agente di diffusione della democrazia, mostrando come invece il web semplifichi parecchio il lavoro repressivo dei regimi dittatoriali, la “militanza da Facebook”sia irrilevante nel mondo reale, anzi controproducente, e il ruolo di Twitter nelle rivoluzioni sia soprattutto una bolla mediatica costruitaad hoc. Il secondo è il pamphlet Contro Steve Jobs, in cui viene demolito il carattere profetico e visionario del guru della Apple mettendone in luce la sconfinata povertà di pensiero.

«Rolling Stone gli fece una domanda sul futuro della tecnologia (…) Jobs fece roteare gli occhi “Sai, preferirei parlare di musica. Queste grandi domande sono soltanto zzzzzzzzz” disse, mettendosi a russare. Ecco, appunto il filosofo del XXI secolo»
(Contro Steve Jobs, pag. 102)

I primi due titoli sono stati tradotti in Italia da Codice, il più recenteTo save everything click here invece è edito da Mondadori Strade Blu che ha scelto il titolo Internet non salverà il mondo, più retorico e meno ironico dell’originale. L’ultima fatica di Morozov è un lungo e accorato attacco al soluzionismo digitale e alla tendenza della Silicon Valley a creare soluzioni a problemi che non esistono, riempire la vita di misurazioni digitali, mercificandola e controllandola fino nei suoi angoli più reconditi in nome di una maggiore efficienza, di un senso di giustizia e di trasparenza assoluto e distopico.

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Morozov descrive con sarcasmo, preoccupazione e grande capacità analitica anche gli esiti più inquietanti di questa tendenza: dalla polizia predittiva che non abita più solo in Minority Reportma attraverso l’utilizzo dei big data è realtà già presente in molte località degli Stati Uniti, alle tecnologie di riconoscimento facciale o biometrico, fino alla selezione all’ingresso dei locali o delle strutture pubbliche basato sull’accesso in tempo reale ai nostri dati condivisi sui social.

Il futuro di Morozov è claustrofobico, totalitario e in buona parte giàpresente. Al tempo stesso con una verve tipicamente americana (acquisita) non rinuncia a una pars construens, rifiutandosi di pensare che il web possa essere solo quello delle multinazionali ultra liberiste della Silicon Valley, e avanza dei propositi didisruption della disruption. Date tutte queste credenziali, quando ho saputo che era di passaggio a Milano sono corso ad intervistarlo.

Mentre lo aspetto in un elegante salottino tutto bianco della Maison Moschino, poco lontano dalla stazione di Porta Garibaldi, un’addetta stampa di Mondadori luma la mia copia originale di To save everything click here e sfogliandola scopre stupita i miei appunti a bordo pagina. Prima che mi chieda se sono davvero un giornalista, la mia copertura salti e io sia costretto a salvarmi spiegando che la mia prima domanda sarà «signor Morozov come mai è così dimagrito?», lo scrittore-editorialista-pensatore bielorusso fa il suo ingresso in sala con il suo rassicurante aspetto sano da persona che passa 23 ore al giorno a giocare a World of Warcraft e inizia l’intervista. ( Continua a leggere su Linkiesta )

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QUITALY DA OGGI IN LIBRERIA, ECCO COSA C’è DENTRO

quitaly“Cosa ti mancherà di più di Quit?”

“I momenti in cui non c’era”

Il più alto e magro dei due uomini si accese una sigaretta, pensoso

“Già. Ma anche quando diceva -Temo che dovremmo essere d’accordo sul non essere d’accordo- e se ne andava finalmente a dormire non era male”

“Quello è stato un bel Natale”

“Tecnicamente era già Santo Stefano. Erano le sette e un quarto di mattina”

“Diciamo pilatescamente che era un po’ ostinato” convenne allora quello più grosso dei due, un tizio con la barba nera e una felpa con il cappuccio.

“Ma non lo amavamo per questo?”

“No”

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#QUITALY – DAL 7 MAGGIO IN LIBRERIA

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Quit? Bravino anche se a volte lo prenderei a sberle

Mahatma Gandhi

Trovo che Quit riesca con grande abilità nel difficile compito di raccontare quelle parti della complessità del reale che di solito sfuggono allo sguardo dei media di massa, coniugando una raffinata verve satirica con una visione del mondo originale e intellettualmente stimolante

Justin Bieber

Non ridevo così tanto da quella volta all’after vicino Foggia assieme a Carlo Maria Rogito e l’etere buono proprio

Padre Pio

Questo libro di Quit è più divertente delle sue email personali. E lui è uno di quelli che rispondono speranzosi alle proposte di allungamento del pene

Barak Obama

SQUIT SQUIT SERVO DEI POTENTI KKKA$$$$$TA, VENDUTO, QUANDO VINCIAMO TI DEPORTIAMO IN SIBERIA PERKè IL PUOPOLO A FUAME E DEMOKRAZIA è QUANDO CASALEGGIO DICE CHE è DEMOKRAZIA. VEDREMO QUANDO NON CI SARANNO PIù I KONTRIBUTI PER LA STAMPA DELLE KOPIE CARTACEE DEI GIORNALI SE AVRAI ANCORA I SOLDI PER SKRIVERE SU GIORNALI CHE ESISTONO SOLO ONLINE!

Un grillino

Da che parte è l’Ucraina?

W. Putin

Nei prossimi giorni poi vi dico anche cosa c’è dentro. Adesso mi riposo un attimo che ci ho lavorato 14 mesi.

Q.

P.s.

La copertina è di Gipi, e sì, è un po’ troppo bella.

#quitaly dal 07-05-2014 in libreria o partendo da qui.

 

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Gomorra: “Ehi Hbo, abbiamo una serie!” (Linkiesta)

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Come un libro mediocre abbia potuto generare la migliore serie tv italiana comparsa fino a ora

Rileggere Gomorra di primo mattino è un po’ come alzarsi e picchiare il giornalismo d’inchiesta con un tubo Innocenti finché non sanguina la sua anima spezzata dal colon. Frase che fa schifo ma è l’effetto collaterale del rientrare in contatto nel 2014 con preziosi passaggi del best seller di Saviano come «un ano di mare che si allarga con grande dolore di sfinteri» che poi sarebbe il porto di Napoli, detto poco più avanti anche «un’appendice infetta mai degenerata in peritonite». Anni dopo, le pagine di Gomorra continuano a grondare metafore “sangue e merda” nel tentativo di fare sembrare il libro un reportage americano ma generando un effetto più simile a un’edizione cartacea di Lucignolo.

Così temevo il peggio mentre il treno sfrecciava verso Roma, direzione premiere di Gomorra la serie, e ripassavo il ritmo spezzato simil-Ellroy ma privo di ogni traccia di ironia della prosa di Saviano e i tanti momenti in prima persona poco credibili dentro il libro che ha venduto più di 10 milioni di copie e generato una nuova divinità laica per una parte di elettorato italiano e gli autori di Fabio Fazio.

Al di là dello stile difficilmente digeribile e delle esagerazioni assolutistiche tipiche di qualsiasi argomento Saviano si occupi («Non c’è stupefacente che venga introdotto in Europa che non passi prima dalla piazza di Secondigliano», sì, vabbè Roberto), Gomorra aveva anche avuto due meriti: parlare di una realtà che in pochi conoscevano e portare avanti la tesi, fino ad allora relegata ad aree movimentiste, che tutto sommato la grande criminalità organizzata non sia altro che capitalismo armato, feroce e più efficiente.

Contavo per ciò su questi due pregi, che offrivano ampio materiale narrativo, e nella fiducia nell’unico canale italiano che aveva osato trasmettere una serie con dei PERSONAGGI CATTIVI (Romanzo Criminale), ma nella vita non si sa mai. Metti che a un certo punto un cinese nella serie si fosse messo a parlare una lingua «sparata fuori dai denti come una mitraglietta» o che nella trama tutto fosse sembrato «chiaro, ovvio, suturato alla pelle del quotidiano». Erano rischi non da poco. Tuttavia per la gioia della mia vicina di sedile che non ce la faceva più a sentirmi mugugnare dolore ogni volta che incappavo nelle metafore pulp-Novella duemila di Saviano, la stazione Termini era ormai alle porte.

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L’orgoglio della nullafacenza (Linkiesta)

Nel saggio “In pausa” Andrew Smart teorizza la necessità dell’ozio e la libertà da Social Network

woman-sunbathing I dotti si vergognano dell’otium. L’ozio e l’oziare sono invece nobili cose. Se l’ozio è realmente il padre di tutti i vizi, si trova proprio per questo nelle immediate vicinanze di tutte le virtù; l’uomo ozioso è ancora un uomo migliore dell’attivo. Voi però non crederete mica che io con ozio e oziare mi riferisca a voi, vero, poltroni?

F. Nietzsche - Umano, troppo umano §284

Qualche giorno fa sono stato dal medico. Un tizio in gamba, della mia stessa età che conosce il mio mestiere (ok lo conosceall’incirca: gli devo aver detto che faccio il ghostwriter di Cirino Pomicino). Mi ha chiesto come andavano le cose e gli ho risposto che mi sarebbe piaciuto prendermi una settimana di ferie per riuscire a dormire un po’. Ha sorriso e mi ha detto che con gli ultimi tagli al personale anche lui fa dei turni impossibili ma ovviamente non può lamentarsi, perché è già tanto avere un lavoro di questi tempi eccetera eccetera. Ho annuito dal medesimo angolo impegnativo ma ancora privilegiato della tempesta. Alla fine l’ho salutato e gli ho promesso che sì, gli avrei salutato tanto l’onorevole. Uscito dall’ospedale ho chiamato un amico che lavora nell’immobiliare per chiedergli se aveva tempo per pranzare assieme, prima mi ha detto di no, cinque minuti dopo mi ha richiamato dicendo che era riuscito a incastrare due cose guadagnando quaranta minuti di tempo per alimentarsi. Durante il pranzo ha ricevuto cinque chiamate e un numero imprecisato di messaggi e mail e risolto una situazione abbastanza complicata fra l’insalata e il caffè. Io sono stato più fortunato, nel mentre ho ricevuto solo tre mail di lavoro. Alta aristocrazia rispetto a quando collaboravo con un quotidiano cartaceo che era solito spedire alle undici di sabato sera i compiti della settimana seguente. Sorprendentemente si aspettavano che rispondessi senza sbiascicare i caratteri e senza utilizzare vocativi zoologici di lontana derivazione religiosa.

Tornando a casa dall’ultimo reportage ho passato un paio di ore di autostrada ad ascoltare il fotografo, che fa anche il commerciale per un’azienda, parlare con capi e clienti. Erano le nove di sera di venerdì. A un certo punto qualcuno all’altro capo della linea gli ha chiesto di mandare un certo file entro domenica e il suo labiale ha preso sembianze molto simili alle mie mail irate che nei sabati della mia era cartacea poi rimanevano nelle bozze.

Questi non sono casi isolati, grossomodo funziona così per tutti i miei conoscenti sotto i cinquanta con un lavoro: ogni limite orario è stato tacitamente abolito e sostituito con monoliti neri che vibrano quando non dovrebbero. O così o puoi sempre unirti al resto dei tuoi amici che mandano curriculum e sguazzano nella fangosa depressione da stigma sociale sulla disoccupazione e noiosa nullafacenza priva di denaro. (la nullafacenza con il denaro invece è, come noto, fuck yeah). Continua a leggere su Linkiesta

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Perché Gipi è perfetto per il Premio Strega (Linkiesta)

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Perché Unastoria è, al limite, un po’ troppo bello per la competizione letteraria più discussa

Ci sono pochi autori che possono raccontare come sui volti degli uomini, un tempo perfettamente lisci, le cavità siano state segnate dalle lacrime di dolore, senza farti pensare d’istinto «ehi ciccio guarda che non sono mica una matricola del Dams a cui devi levare le mutandine». Gipi è uno di questi.

Unastoria è uno dei migliori libri che abbia letto nell’ultimo anno, ed è quindi con un certo stupore che ho appreso la notizia prima della sua candidatura e poi della sua entrata nella rosa ristretta di dodici titoli del premio Strega. Questo perché normalmente equiparo le fascette dei premi letterari ai puntini bianchi sul cappello dei funghi velenosi: il modo con cui l’ecosistema libraio mi comunica ciò da cui devo stare alla larga.

Mi rendo perfettamente conto che, per il gioco dei grandi numeri e delle anomalie della matrice, qualche volta può capitare l’accidente di un bel libro che vinca un premio e che io, muovendomi fra gli scaffali come un erbivoro timoroso dei grandi predatori editoriali, rischi di perdermelo. Eppure l’anarchico andare per librerie alla ricerca di un nuovo amore in mezzo a selve di carta ingiustamente strappata al suo destino di albero, e la sensazione di profonda comunanza umana che avverto quando scopro di potermi fidare dei consigli letterari di un amico, sono piaceri che ritengo, chissà perché, superiori rispetto alla cieca fede nell’indicazione degli avidi colossi dell’industria del libro. E poi toglimi il passatempo di cercare bei libri e di procurarmi, le volte che scopro un autore interessante, tutta la sua opera compresi i quaderni delle medie, e l’unico piacere che mi rimane è chiamare la polizia quando i bambini che giocano nel cortile sotto casa fanno troppo casino.

Per tutti questi motivi, più il mio odio per la palla avvelenata, ora che nella rosa del più importante premio letterario italiano c’è Unastoria ringrazio di averlo già letto. In realtà questo articolo mi gira in testa da qualche mese, ci ho messo un bel po’ a decidermi a scriverlo perché Gipi è un mio amico e inizialmente mi sono posto delle questioni di opportunità, spazzate infine via dalle quattro-cinque volte in cui ho riletto Unastoria ricevendo la stessa disarmante sensazione: la consapevolezza di essere di fronte a uno di quei libri in grado di parlarti con essenzialità, pulizia e poesia delle grandi forze che scorrono sotterrane nella vita. (continua a leggere su Linkiesta)

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Beppe Grillo, il baratro antidemocratico (Linkiesta)

Questo articolo su Linkiesta mi è valso l’inserimento nelle liste di proscrizione di  Grillo. Beppe é fatto così, non fai in tempo ad accusarlo di essere un fascista, che lui ti mette all’indice sul suo blog confermando tutto. In redazione hanno lanciato in risposta l’hashtag #iostoconquit contro le liste di proscrizione per i giornalisti, cosa di cui li ringrazio.

Q.

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Sabato scorso ho fatto colazione leggendo il reportage di Carlotta Gall sulla connivenza fra l’Isi, il servizio segreto pakistano, e Bin Laden. Un bel pezzo che racconta come degli apparati di sicurezza pakistani riescano da anni a giocare su due tavoli, avendo dall’altra parte non San Marino, ma la più grande potenza militare e tecnologica del mondo. Una volta finito di leggerlo, come sempre si fa con tutto il male che esce dalle pagine dei giornali, sia esso uno tsunami in Indonesia o un editoriale di Polito, ho riposto questa storia da qualche parte sul fondo della mente, sicuro che non ci avrei ripensato presto. Ero anche altrettanto sicuro che l’etichetta giusta per archiviare quei fatti fosse “cose che accadono dall’altra parte del mondo / riflessioni metodologiche sul giornalismo / fatti una vita Quit”.
La storia però è tornata fuori prima del previsto quando in serata (continua a leggere su Linkiesta)

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Perché True Detective non è la rivoluzione (Vice)

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In Quinto Potere di Sidney Lumet, una assistente sintetizza a una splendida Faye Dunaway, dirigente di un network televisivo americano, alcune sceneggiature. In ognuna delle quali c’è sempre un tizio “burbero ma dal cuore d’oro.”
Era il 1976.
Trentotto anni dopo, il mondo, o sarebbe meglio dire le bacheche di Facebook sulle quali una piccola parte della popolazione fa professione quotidiana di apostasia nei confronti dell’orrido “sceneggiato italiano” e le sue legioni di preti, medici e sbirri buoni, ha gridato a più voci alla rivoluzione e alla serie definitiva per l’arrivo di True Detective e per il “detective Rust”, “un burbero dal cuore d’oro” che ha letto più libri dei suoi omologhi un po’ scemi e alcolizzati degli anni Settanta.

Ora che la prima stagione di questa serie antologica è terminata (ogni anno storia, personaggi e location diverse, altra cosa che ha eccitato gli animi), si può tranquillamente affermare che la portata della sua tanto decantata visionarietà si limita al rinnovamento di un ambito ben specifico: quello del crime con potenzialità generaliste. Generaliste per gli standard di un Paese che sa produrre narrativa di qualità, ovviamente. In True detective non c’è nessuna tragedia contemporanea, né collettiva come in The Wire, né personale come in Breaking Bad: non siamo di fronte ad un capolavoro, ma a una serie interessante soprattutto per i suoi elementi di sperimentazione.

In True detective c’è l’eterna lotta fra il male e il bene che però occupano campi ben definiti, opposti e inconciliabili. Alla fine di un lungo percorso di morte si compie l’esorcismo e l’equilibrio si ricompone, la classica struttura del giallo.
Perché dunque tanto clamore? (Continua a leggere su Vice)

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Flaiano, Sorrentino e La grande bruttezza (Linkiesta)

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Da tempi non sospetti scrivo che La grande bellezza è un film sopravvalutato. Ovviamente ora che Sorrentino ha affiancato Gigi D’Alessio (1° nella chart di Billboard) nel cuore degli americani non ho cambiato idea, ma sono felice che il nostro Paese sia ancora in grado di esportare prodotti culturali di grande levatura come i versi immortali «con le tue braccia vivo e amo ancora/quante emozioni mi regali ancora» e i fenicotteri rosa.

La grande bellezza fallisce sotto una quantità di aspetti che avrebbero ucciso nella culla qualsiasi altro film privo del sostegno di quella corazzata cultural-mediatica che ne ha fatto una bandiera dell’Italia, che lo volessimo o meno.

Un articolo da Repubblica.it

(ma anche no)

Il film ha una struttura debole, una scrittura autocompiaciuta, spesso dozzinale e fa un uso sistematico di situazioni grottesche e immaginifiche ogni qual volta si infila in un vicolo cieco, là, cioè, dove altri, ingenui e banali, userebbero strumenti demodé come una sceneggiatura. Continua a leggere su Linkiesta

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