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30/8 Presentazione LSG : per Ostuni Pop @Frida Art Caffè. Ostuni (BR)  
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“LASCIA STARE LA GALLINA” (Bompiani) è in libreria

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(2° edizione agosto 2015)

Arguto come un racconto di Flaiano, vorticoso come un trip di Irvine Welsh

 Style-Corriere della Sera

Un film in attesa di essere girato

La Repubblica

 Un romanzo italiano tra i migliori degli ultimi anni

Wired

Dopo “La Ferocia” di Nicola Lagioia un nuovo romanzo accende i riflettori sulla parte di società meridionale in cui bene e male sono indistinguibili

Il Giornale

Un affresco morale sul potere nell’italia di oggi

Venerdì di Repubblica

Un racconto a più voci che non dà tregua. Un linguaggio brillante, che elettrizza, inchioda alla lettura. Una scrittura serrata, ironica in maniera sorprendente

Io Donna- Corriere della sera

Un vero professionista della parola scritta (…) Violenza tanta, energia moltissima. Sesso, droga, e dance hall.

Quotidiano di Lecce

Non è solo un thriller ma anche una commedia tragicomica sulle impudenze (e gli impuniti) della scalata al potere.

DonnaModerna

Un libro totem che ogni salentino dovrebbe leggere

Lecce Prima

Un breaking bad salentino formato cartaceo

Finzioni

“Lascia stare la gallina” è nella decina finalista del

Premio-sila-49

LASCIA STARE LA GALLINA è in tutte le librerie e su:

Amazon

Ibs

Feltrinelli

Tour di presentazione #gallinaovunque

GALLINAOVUNQUE

#gallinaovunque

Prossime date:

30.08 Ostuni- Ostuni pop Caffè frida ore 20.30

04.09 Treviso – HOME Festival

Date passate

Torino 17 maggio- h 15. 00 Stand Ibs.it – Salone del libro Host: Madaski ( Africa unite)

Milano 26 maggio h. 18. 30  Santeria. Host: Marco Alfieri

Prato 27 maggio h. 18  Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci. Incontro per la serie Changes “Da inchieste a storie: il futuro del giornalismo” Host: David Allegranti

Firenze 3 giugno Feltrinelli P.zza della repubblica h.18.30 host Mario Cristiani

Bologna 5 giugno Feltrinelli due torri h 18 host Ivano Porpora

Roma 10 giugno h 19.30 Giufà host Gipi

Milano 13 giugno h.18.30 Open ( questa non è una presentazione del mio libro ma parlerò assieme ad Andrea Girolami del suo di libro, che è molto bello anche se non ha una gallina in copertina e non succedono cose turpi)

Bolzano 18 giugno h.19 Pippo stage host: Fabio Gobbato

Trento 19 giugno h 18 Bookique Trento feat Anansi

Lecce 27 giugno Feltrinelli

Cosenza 28 luglio Libreria Mondadori  (premio sila 49)

Gubbio – Doc Fest 9 agosto

Torre dell’Orso (le) 11 Agosto La Casaccia

San Cataldo (le) 18 Agosto Lido York

 

per richieste di organizzazione di presentazioni o incontri   quitthedoner@mail.com

 

IMG_2661(Torre dell’Orso. Uno dei luoghi del romanzo)

 

giornali

LA DISTANZA SIDERALE DEI GIORNALI ITALIANI DALLA REALTÀ

Poche cose riescono ad essere al tempo stesso così sbagliate e anacronistiche come la campagna stampa su giovani, droghe e discoteche che molti media italiani, soprattutto cartacei, hanno imbastito quest’estate.

 

1. DISTANZA DAI FATTI

Il primo livello di errore, che già di per sé basterebbe per chiudere baracca e burattini, è quello fattuale: in Italia non esiste alcuna emergenza droga da discoteca,  lo dimostrano i dati: da noi si consumano meno droghe che negli altri paesi europei, l’uso è in calo e l’ecstasy non è certo la più letale delle sostanze psicotrope.

Qui però, subdola e ricattatoria come una vecchia zia che dice “vedi che ti ho fatto la lasagna” quando sei a dieta, entra in gioco la “presupposta bontà della causa”.

Come ci ha da tempo abituato la nostra tradizione giornalistica, alla mancanza di un riscontro fattuale si sopperisce con la volontà, così profondamente italiana, di recitare in pubblica piazza le nostre buone intenzioni. Il sottinteso è che da sole bastano per renderci persone migliori.

Un po’ come nel vecchio caso della campagna sui femminicidi (un problema inesistente sotto forma di emergenza statistica, come dimostrai a suo tempo qui) chi vorrebbe vedere dei ragazzini morti per droga per causa della spectre delle discoteche, notoriamente il vero potere forte che comanda il Paese?

(Deve essere per lo strapotere della lobby del ballo, ad esempio, che uno dei più grossi festival europei-il Rototom Sunsplash- si è dovuto spostare dal Friuli alla Spagna. Ben fatto, potente lobby!)

Nel paese del giornalismo come opinione superficiale scritta possibilmente da ex sessantottini o piccoli statisti figli del ‘77, il fatto che una causa appaia genericamente giusta è purtroppo più che sufficiente a bypassare quello scomodo orpello chiamato “realtà”.

Insomma il refrain della moglie del reverendo Lovejoy “ma nessuno pensa ai bambini?”, sul quale cristianamente e un po’ paraculamente si chiudono nell’età della senescenza anni e anni di grossolane rivendicazioni sociali, ha la meglio sulla realtà e nasce così, inesorabile e violenta, una campagna stampa estiva.

A0R731 E Ecstasy pills or tablets close up studio shot methylenedioxymethamphetamine. Image shot 2004. Exact date unknown.

(ecstasy “la nuova droga” vecchia di decenni)

Per campagna stampa s’intende una sorta di dispositivo in parte emanazione di direttive editoriali, in parte azione d’accodamento inconscio dell’anonimo giornalista alla periferia della macchina editoriale. Un meccanismo per azione del quale tutti i fatti riguardanti, o anche solo potenzialmente riguardanti, un singolo tema, di norma marginale o del tutto ignorabile, vengono risucchiati nelle prime pagine dall’aspirapolvere dell’emergenza.

Il motivo per cui magicamente appena parte un’emergenza di questo tipo appaiono ragazzi morti ovunque, tanto che quando torni a casa saresti tentato di guardare sospettosamente dietro il divano caso mai se ne stesse nascosto uno pure lì, è che cambia il sistema di raccolta e di prioritizzazione delle notizie.

Fatti di questo tipo il più delle volte non aumentano realmente, è solo il loro avanzare nella gerarchia interna alle pagine dei giornali e il loro essere riuniti sotto lo stesso cappello, ad aumentare la percezione della loro importanza e della loro incidenza statistica.

Questo è un fenomeno interessante soprattutto perché tanto banale quanto normalmente sottovalutato.

Nel corso di questo processo un ampio numero di eventi vengono ascritti al tema ben prima che ci siano prove a riguardo, con esiti talvolta tragici, torturando senza ombra di umana pietà le vite e la dignità delle persone coinvolte.

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(Ops.)

In altri termini l’attualità emergenziale è un’onda arbitraria, un moto magmatico di melassa paternalista non giustificata dai fatti, e come tale, spoiler alert, una degenerazione del giornalismo.

 

 

2. L’INCREDIBILE ANACRONISMO

Il secondo errore di una campagna di questo tipo è metodologico, ed è forse ancora più tragico, perché alla profondità dell’errore si aggiunge quella refrattarietà ai mutamenti ambientali che sempre accompagna le forme più cieche e terminali di arroganza.

Il punto che sfugge a chi imbastisce, agevola o contribuisce con riflesso istintivo a queste campagne, è che là fuori non è il 1996:

Nel 2015 esiste internet

Una rimozione che per altro è un po’ più semplice da capire, ricordando le parole pronunciate qualche anno fa da un manager di un grosso gruppo editoriale:

“Internet è una moda destinata a passare”.

Gruppo editoriale che recentemente ha fatto una serie pesantissima di licenziamenti, non capisco perché.

In altri termini nel 2015 la larga maggioranza dei giornalisti italiani sembra davvero ancora credere che si possa creare e cavalcare una campagna tematica arbitraria del tipo di quella sulle discoteche, senza incappare in una radicale distruzione della propria credibilità sui canali digitali.

Canali tutt’altro che marginali visto che, esclusa la tv, sono statisticamente quelli su cui si informano la maggioranza degli italiani e, in maniera quasi esclusiva, gli under 40 in grado di usare uno smartphone senza sbatterlo contro una pietra per vedere se per caso esce l’internet.

Si tratta proprio di quella credibilità che sola potrebbe generare una propensione all’acquisto da parte di un pubblico che ha già tutte le informazioni del mondo gratis, e che se proprio dovesse decidere di darti dei soldi è probabile, anche se su questo mi prendo il rischio di non citare alcuno studio, non lo faccia per farsi prendere per il culo.

L’arroganza di chi si rifiuta di prendere atto delle mutate condizioni qui è l’altro nome della nostalgia per i tempi in cui il giornalista era lo snodo unico delle informazioni.

Un tempo irrimediabilmente finito in cui senza trovare una sponda nel mondo editoriale classico, un fatto non sarebbe semplicemente mai diventato una notizia.

Oggi sappiamo dall’enorme filmografia che coinvolge gatti soriani che non è così. Online però non ci sono solo gatti e moffette buffe, ma anche una quantità senza precedenti d’informazioni che hanno un reale valore giornalistico.

A onor del vero bisogna anche concedere ai giornalisti anziani che il lutto per una perdita di potere di questa magnitudo non deve essere facile da gestire, come sempre è passare dal “Segnami sul conto spese un altro martini, Edgardo” al “Scarpina 40 minuti sotto il sole per fare un’intervista ad un buttafuori cocainomane chiamato “Caterpillar”, trova un taglio che lo inserisca in un più ampio sistema di senso e spera che la gente lo condivida su facebook”, ma sono ormai passati dieci anni dall’avvento dei primi social e almeno 5 da quando hanno una parte fondamentale nella diffusione delle news: sarebbe ora di uscire dalla fase di negazione.

Per capire che il mondo è cambiato e molto di più sta per succedere, non c’è bisogno di vedere giornali e telegiornali che firmano ogni giorno un po’ di più la loro condanna a morte pubblicando screenshot tratti da twitter o quotando status di Facebook, probabilmente in ossequio alla più cieca e controproducente delle politiche di tagli lineari.

Internet ovviamente non è la terra promessa, la policentricità, anzi la sostanziale ubiquità e l’immediatezza dell’informazione, pongono una serie di problematiche che trascendono di molto la mera questione del giornalismo e chiamano in causa il futuro stesso delle forme politiche, in primis quelle democratiche.

Ma nel campo più ristretto dell’industria culturale l’era del digitale richiede primariamente alcuni cambiamenti radicali nel modo di concepire i “filtri” perché essi possano pensare di continuare ad esistere e non da qui a un secolo ma nei prossimi 5-10 anni.

I cambiamenti necessari sono principalmente due: una maggiore rigorosità e la capacità di mettere sul campo professionalità tali da superare di gran lunga quelle del lettore-produttore di contenuti occasionali.

L’articolo banalotto e di generico “buon senso” di 20 righe che è la misura dell’opinione giornalistica italiana, è un format che non ha alcun futuro, superato in tromba  dagli status su facebook di quelli che una volta erano solo lettori e che ora sono benissimo in grado da soli di dare, attraverso i social, dignità di pubblicazione ai propri discorsi da bar .

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(Un lettore che sfoglia le edizioni online dei giornali italiani, immortalato qualche istante prima che gli cadano i coglioni)

Cambiamento dei filtri significa purtroppo per alcuni più lavoro e che scrivere “sballo”, “pasticche della nuova droga ecstasy” non solo non può in alcun modo configurarsi come un prodotto premium, ma è anche ampiamente sotto la soglia di competenza semantica e fattuale di un produttore occasionale di contenuti.

Nel mondo reale e nella storia della lingua italiana, possiamo essere ragionevolmente certi che nessuno ha mai pronunciato frasi come:

Vado a cercare una pasticca di ecstasy”

E la questione linguistica non è irrilevante perché è spia di una visione del mondo.

LA QUESTIONE LINGUISTICA: IL GIORNALESE

LA PSEUDOLINGUA AZZITTENTE

I giornali cartacei hanno la tendenza, che si amplifica durante le campagne emergenziali, a parlare un italiano che non esiste, fatto di parole che nessuno nella vita reale userebbe mai nemmeno sotto tortura, se non in accezione satirica, cose come:

Sballo, Movida, pasticche di ecstasy, ma uscendo dal tema anche aberrazioni linguistiche del calibro di “Bomba d’acqua” nei confronti delle quali nessun dio, neppure quelli della mitologica nordica, potrà mai essere sufficientemente severo

“Odino sto parlando a te!”
“Scusami Quit, il telefono prende male, fuori c’è una bomba d’acqua”

 

Gli scopi che generano la pseudolingua giornalese sono fondamentalmente due:

1.Fomentare lo scandalo

2. Creare una gerarchia (detta in termini tecnici agenda) grossolana quanto immediata all’interno del flusso delle informazioni

Entrambi gli scopi sono superati dal tempo, lo scandalo costruito è infatti espressione di un modo di ragionare tipico dei tempi dell’oligarchia informativa. Nell’era dell’informazione digitale diffusa quello che accade è piuttosto una selezione naturale dei contenuti con più potenziale comunicativo, in un’accezione sostanzialmente darwiniana.

Ne consegue che la maggior parte di quelli che i giornalisti italiani considerano scoop, lo sono ormai solo per loro. I giornali cartacei tengono cioè in vita un sistema di valori che è già morto nei fatti, da qui la loro crescente irrilevanza e il trend, terribile e apparentemente senza fine, della diminuzione delle vendite.

Credere davvero che una qualche rivelazione di medio cabotaggio, magari politica o legata al mondo delle istituzioni e riportata in maniera sintetica e sibillina, possa di per sé generare un aumento delle vendite è un altro indice di mancata comprensione del mutato contesto informativo. Le nuove regole del gioco sono molto diverse.

Per quanto riguarda invece le esigenze gerarchiche che portano all’uso del giornalese, in quest’ottica la pseudolingua non ha mai avuto davvero altri scopi se non quello di assolvere la funzione di gergo caserma da usare all’interno alle redazioni e quello di fornire una forte riconoscibilità commerciale ad un tema.

Il digitale però oggi offre sistemi di ricerca intertestuale molto avanzati, basta avere un’alfabetizzazione davvero minima nell’uso di Google o consultare un sito con un sistema di tag anche solo mediocre, e l’accesso ad un filone di notizie ci è comodamente permesso senza bisogno alcuno da parte di chi le scrive di stravolgerne il senso attraverso nomi generici. Termini generali per i quali in ogni caso non ci sarebbe mai stato davvero bisogno di utilizzare il giornalese, anche durante la passata era analogica.

L’uso di parole in giornalese è una forma di prepotenza sulla realtà che, pur non essendo mai stata deontologicamente corretta, oggi non ci si può più assolutamente permettere anche da una prospettiva commerciale, nella misura in cui una definizione in giornalese esprime uno scarto incolmabile con la realtà che si vuole raccontare e là fuori ci sono milioni di persone pronte a ridicolizzare questo scarto in pochi istanti, comodamente dal loro telefono.

Ad esempio qualsiasi articolo titoli utilizzando la parola “sballo” intesa in accezione non critica, è un pezzo che rinuncia sin dall’inizio ogni pretesa di veridicità. Sorry.

Eppure c’è un motivo se il giornalese è ancora lingua corrente.

IL GIORNALESE: FARTI STARE ZITTO MENTRE TI FACCIAMO PARLARE

 

La caratteristica principale del giornalese, è la sua natura di lingua azzittente.

Nel momento in cui il giornalista riporta le parole che gli sono riferite -o che ascolta in un determinato contesto- e le riconduce a delle formule tipiche del giornalese, quello che sta compiendo è una forma di violenza al termine della quale io, fonte, sono stato azzittito proprio mentre parlavo.

Sempre che poi ci si rechi davvero in quel determinato contesto, rimanere saldi in albergo senza rischiare nulla, men che meno di lavorare, è infatti un altro degli scopi tipici della lingua giornalese, perfetta per comunicare il pregiudizio senza onere della verifica.

Le persone abitano le lingue che parlano, e, indipendentemente dalle classi sociali e dai livelli d’istruzione, ogni parola che pronunciano è potenzialmente in grado di aprire un mondo. Tutto sta nell’essere lì ad ascoltarle e non a pensare come travisarle in un titolo scandalistico.

Questo dovrebbe essere il grado zero di chiunque (giornalista, autore, scrittore) voglia provare a raccontare le vite degli altri.

Al contrario, prima o poi chiunque abbia a che fare con dei giornalisti sa che arriverà il momento in cui ne troverà uno che gli farà dire cose che nella realtà non ha mai detto.

Magari non formalmente sbagliate da un punto di vista legale, ma sbagliate da un punto di vista sostanziale, avrà cioè usato una parola di giornalese, là dove tu invece avevi pronunciato una parola di una lingua viva, di quelle che usano le persone nel mondo che ci circonda.

Ogni volta che questo accade si scava più a fondo il solco (mai riempibile del tutto, ma ci sono gradi intermedi) fra realtà e rappresentazione.

Quando il fossato diventa una fossa delle Marianne, di solito significa che siete arrivati in Italia; in tal caso potete anche essere abbastanza certi che questa fossa è prima di tutto una fossa generazionale, e poi una divisione netta fra analogico e digitale

IL VERO NICHILISMO IN ITALIA È QUELLO DELLE GENERAZIONI PIÙ ANZIANE

 

Il giornalese-lingua azzittente è un codice usato comunemente dalle generazioni più vecchie per stracciarsi pubblicamente le vesti e chiedersi com’è possibile che non si riesca a comunicare con questi giovani chenonsicapiscebenecos’hannointestaeperchènonpossonoridereanchelorodelleamachediMicheleSerra.

L’intero spettacolo è talmente autoreferenziale, talmente grossolano nelle metodologie (davvero vogliamo ancora tirare fuori la “notizia del tampax all’alcool” che gira da anni e spostarla in Salento?), che a un qualsiasi lettore sotto i quaranta, e confido anche a quelli un po’ aperti mentalmente sopra quest’età, la fossa delle Marianne appare in tutta la sua cupa nerezza come il più grosso problema sociale dell’Italia contemporanea.

A nessuno sembra venire in mente che un dialogo si fa in due, e ogni giorno ci sono pagine e pagine di sordi che sbraitano chiedendosi cos’hanno fatto di male per meritarsi una generazione di figli che non gli parla.

Gente, per capirsi, a cui sembra perfettamente normale dare a una persona morta l’appellativo zoologico di topino e mettersi a giudicare presupposti “pompini” adolescenziali, una vena di pruderie che manco in una telenovela sulle suore.

Come osservato praticamente sul 50% dei siti italiani negli ultimi giorni, espressioni come quelle contenute nel già citato articolo di Alessandra Zinitti, che dovrebbe essere di cronaca, assomigliano di più al sermone di un parroco di un secolo fa.

“Era particolarmente inquieta questa ragazzina di 16 anni con il viso sfigurato da cinque piercing, compreso una perla sulla lingua, il lobo dell’orecchio destro sfondato, i capelli cortissimi rasati alle tempie a darle un aspetto ancor più mascolino così come l’abbigliamento, jeans larghi, maglietta nera e scarpe da tennis.”

Questo processare in pubblico sempre e solo l’altro assolvendosi di default anche quando si fa finta d’interrogarsi sulle proprie responsabilità (ma farlo da soli significa comunque assolversi, anche quando ci si condanna), questo non provare mai a interrogarsi sui sistemi di valori e simbolici dell’altro, ma giudicare sempre secondo i capi più sommi che si riescono a trovare, è la pubblica dimostrazione del più grande fallimento italiano.

Ieri sera in una trattoria su una tv accesa senza volume, ho intravisto uno show di Aldo Giovanni e Giacomo, e la pubblicità di un altro spettacolo con Gerry Scotti.

Gerry Scotti e Aldo Giovanni e Giacomo. Nel 2015.

Sui giornali, nel cinema e nelle lettere la situazione non cambia. C’è un vuoto di rappresentanza delle nuove generazioni non solo diretta ma anche indiretta.

Chi può davvero raccontare con competenza linguistica un certo tipo di realtà sui mezzi d’informazione?

Al di là di tutti i discorsi metodologici, anche il più aggiornato e ben disposto (quindi puramente immaginario) inviato cinquantenne del Corriere della sera cosa può capire di una realtà come il Cocoricò?

Quanto ai pochi giovani presenti dentro le industrie mediatiche, spesso sono selezionati proprio in base alla loro capacità di ragionare per schemi anacronistici, o per la loro volontà di riprodurli obtorto collo, o, ancora, sono comunque privi delle risorse necessarie per fare bene il proprio lavoro.

La generazione del potere in Italia rifiuta la sua senescenza, la sua inadeguatezza che certo non sarà totale ma si estende cristallina su una quantità sempre maggiore di contesti.

Una generazione che si sbrodola continuamente addosso, acclama libri moralisti ed autoassolutori e non riesce ad accettare i propri fallimenti, sotto gli occhi di tutti, né tantomeno i cambiamenti che l’accelerazione tecnologica sta imprimendo al mondo.

Quel che è peggio crede che basti fare una faccia sdegnata per salvarsi, il che è ovviamente il modo migliore per venire travolti.

Un dramma che è destinato ad aggravarsi perché l’innovazione digitale procede in maniera esponenziale, il che significa che i cambiamenti tecnologici che abbiamo visto fra il 2005 e il 2010 sono una frazione di quelli che abbiamo visto fra il 2010 e il 2015 e questi ultimi sono una parte veramente minima di quelli che vedremo nei prossimi 5 anni. La curva si sta impennando, i veri temi del futuro sono questi, cose come la disoccupazione per via dell’automazione o la minaccia alla specie rappresentata dalla singolarità tecnologica.

Lasciare un intero paese nelle mani di una classe mediatica, politica ed economica incapace anche solo di concepire il cambiamento significa, in questo momento storico, consegnarsi ad un declino inesorabile che assumerà presto le sembianze di un tracollo vertiginoso e inarrestabile: economico, sociale e politico.

Questa forse è l’unica inesorabile certezza del nostro tempo.

Tornando al campo mediatico, il mezzuccio del titolo in giornalese fatto oggi da un furbetto, distrugge il futuro di tutti domani.

Per evitare una sorte che sembra segnata, l’unica, a questo punto debole, speranza è superare la melassa moralista e autoreferenziale della vecchia classe giornalistica italiana e aprirsi ad una prospettiva di futuro che parta da un nuovo rapporto con la realtà, basato su un maggiore sforzo ermeneutico, su una rinnovata attenzione ai linguaggi e una predominanza del racconto sullo slogan.

Un paio di anni fa andai con il fotografo Alex Caroppi sia al Guendalina che alla Baia Verde a Gallipoli. Ne seguirono tre articoli virali, idolatrati da alcuni, odiati ferocemente da altri. Dopo i primi due l’allora presidente della provincia di Lecce si sentì in dovere di rilasciare una dichiarazione contro di noi, contenente una massiccia dose di paternalismo. Ognuno può naturalmente pensare quello che vuole di quei servizi, che anticiparono di due anni un tema di portata nazionale, ma se non altro allora, al contrario di quello che accade in questi giorni, compimmo almeno lo sforzo (da un prospettiva ovviamente soggettiva) di entrare nel sistema di senso che quelle realtà esprimevano (soprattutto nel caso della baia verde che al tempo rappresentava una maggiore novità) in maniera talvolta non proprio accomodante, per usare un eufemismo.

Vivo infatti nella convinzione che raccontare realtà, anche con un codice proprio, individuale, non significhi necessariamente approvarle, né tantomeno condannarle, e che la cosa veramente grave e da non fare in nessuna occasione sia piuttosto privarle a priori di qualsiasi forma di razionalità.

Dipingerle cioè come una mera espressione della follia, del Kaos, dell’emergenza, dei tempi che non sono più quelli di una volta ohgesùosignora.

Quando si mettono a tacere le ragioni altrui, anche se opposte alle proprie, nasce il giornalese, la movida, lo sballo, la lingua dei morti, l’escamotage linguistico e umano che tiene la mano ben stretta sulla bocca di una parte sempre più grande di questo Paese, quella che vive nel presente e prova a pensare ad un futuro perché crede che avrà l’onere di viverlo al finire delle urla.

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SE FACEBOOK SI MANGIA TUTTO

Come Facebook vuole inglobare l’informazione – (articolo pubblicato sul “Venerdì di Repubblica” del 31 luglio)

“Chi è l’editore di questo o quel giornale?”

era una domanda che fino a qualche anno fa non presentava un alto grado di complessità, oggi però non è più così. “Facebook istant articles”, l’ultima trovata dell’azienda di Menlo Park, è stata presentata come un’opportunità per tutte le parti in causa, ma potrebbe essere solo l’inizio di un’ulteriore rivoluzione, dove per rivoluzione s’intende un cambiamento in cui alla fine i produttori di contenuti saranno più deboli e le aziende della Silicon valley più forti.

Niente di particolarmente nuovo, questo è infatti lo spirito del tempo.

L’idea è relativamente semplice: Facebook offre agli editori una piattaforma interna al social network dove pubblicare i propri articoli senza bisogno di ridirigere il lettore su un sito esterno. Per ora si tratta di testate del calibro del New York Times e del National Geographic, ma in futuro il servizio potrebbe aprirsi ad altre realtà editoriali.

Il vantaggio è che l’impaginazione dell’articolo è più bella, efficiente e si carica molto più in fretta, questo significa più traffico, quindi più pubblicità. Le condizioni per il momento sono anche vantaggiose: il 100% degli introiti pubblicitari per le inserzioni trovate dall’editore, il 70% per quelle gestite da Facebook.

Il punto di svolta però va ben oltre l’incrementata efficienza per il consumatore, si tratta di un cambiamento ben più ampio, i giornali non trattano più con il social network come soggetti esterni ma diventano di fatto produttori di contenuti interni al grande sito-mondo dove gli uomini e le donne della nostra epoca riversano spontaneamente i propri dati e costruiscono una parte sempre maggiore delle loro identità.

La maggior parte dei giornali ricevono già adesso più della metà del traffico da Facebook, e il social network ora si attrezza per inglobarli. Al tempo stesso non è da oggi che gli editori investono nella promozione delle proprie pagine Facebook per aumentare il lettorato, senza avere per altro alcuna garanzia che la sovrastruttura impalpabile sui cui spendono il loro denaro non cambi in futuro, ovviamente senza chiedere il permesso.

È già successo ad esempio quando l’algoritmo del social network ha smesso di mostrare a tutti i fan di una pagina ogni suo aggiornamento, selezionandone solo una parte sulla base dell’impatto della notizia. Semplificando molto sarebbe come un edicolaio che decidesse di spingere alcuni giornali ( ma sarebbe meglio dire singoli articoli) piuttosto che altri, sulla base delle successo che hanno appena vengono pubblicati o, alternativamente, perché viene pagato per farlo. Pubblicare direttamente su Facebook inoltre significa rinunciare a sviluppare i propri canali e a una buona fetta della propria autonomia.

Ed è qui che la domanda “chi è l’editore?” si complica. Il punto teorico è che il produttore di contenuti, lungi dall’aver ottenuto quella disintermediazione che è spesso eletta simbolo di internet, diventa in realtà sempre più dipendente da un singolo intermediario che ha una dimensione globale, un gigante che detta le condizioni e rifiutarle significa ogni giorno di più diventare invisibili. Nel frattempo il social network incamera dati sempre più precisi su quello che i lettori vogliono, e un giorno potrebbe anche decidere che arrivata l’ora di produrre le news da sé, avendo a disposizione una platea di utenti sempre più vicina a quella della popolazione mondiale.

Una platea di cui il social network sa tutto, età, gusti, e, se non sappiamo resistere al metterlo online, anche l’ultima volta che ci siamo sbronzati con indosso un capello da coniglio.

Chissà se allora serviranno ancora i produttori esterni, o se il sito-mondo sarà diventato editore, tipografo, giornalista e in un certo senso anche lettore.

Quel giorno noi saremo Facebook.

 

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LASCIA STARE LA GALLINA-ESTRATTI (EXPOST-MEDIUM ITALIA)

Illustrazioni di Alvaro Tapia

MARCO DE SANCTIS

ANTEFATTO Tempo di adulterio

31 luglio-6 agosto 2011, Frassanito (le)

Con Elena non facevamo altro che litigare. La notte precedente, appena tornati dalla dancehall in spiaggia mi aveva ammonito acida di pulirmi bene i piedi prima di entrare in tenda. Non voleva portassi dentro aghi, terra o altre cose di cui solo lei al mondo era in grado di preoccuparsi alle sei di mattina. Così senza replicare avevo estratto dalla tenda il mio materassino, l’avevo messo sotto il pino mediterraneo di fronte al nostro piccolo accampamento e mi ero addormentato lì pur di non sentire oltre la sua voce petulante. Dopo poche ore il sole era filtrato fra i rami e mi ero alzato fresco come una rosa — a ventidue anni “doposbronza” era una parola priva di significato. Quando mi ero affacciato in tenda l’avevo trovata vuota, la mia ragazza doveva già essere in spiaggia. Avrei potuto scommettere che stesse approfittando della mia assenza per starse- ne in topless, sapendo benissimo quanto mi desse fastidio.

Solo allora mi accorsi che il mio materassino era mezzo sgonfio, doveva essersi bucato con gli aghi di pino. Bestemmiai. Era un punto a favore delle regole naziste di Elena sulla pulizia interna alla tenda, ora mi toccava assolutamente trovare una pezza per camere d’aria e chiudere il buco prima che facesse ritorno. Nell’improbabi- le eventualità che poi se ne fosse accorta avrei sostenuto con calma e decisione che la toppa c’era sempre stata. Cosa voleva saperne lei di pezze per camere d’aria?

Soddisfatto del piano mi tastai i pantaloni in cerca delle sigarette. Trovai flyer tagliuzzati per farne filtri, monetine, un pacchetto di cartine, diversi accendini (ero un cleptomane di Bic), resti di sigarette spezzate che ordinai uno a fianco all’altro, sulla stuoia. Di lì a poco mi sarebbero serviti. Infine ripescai anche il pacchetto di Camel Lights morbide che stavo cercando e ne accesi una.

Aspirai il primo tiro e ripensai alla sera precedente: una volta io e Elena saremmo rotolati in tenda incuranti di trascinare dentro sabbia, foglie, serpenti, stercorari o capre rupestri. Una volta, quando la passione ci dominava. Sospirai, presi il barattolo del Nesquik e ne tirai fuori una cima diorange avvolta nella pellicola. In un campeggio come quello era un nascondiglio ridicolo per dell’erba ma per il viaggio aveva funzionato alla grande. Avevo persino richiuso il sigillo di freschezza con dell’Attack invisibile, creando una confezione a prova di cane tossico. Un sacco di gente si faceva beccare perché era sciatta nelle misure di sicurezza, diventare un emarginato però non faceva parte dei piani di Marco De Sanctis per il futuro. Il campeggio comunque era sicuro: il proprietario era un ex finanziere e godeva di un occhio di riguardo da parte dei vecchi colleghi e quel posto doveva la sua fama nell’ambiente del reggae proprio a questo. Presi dall’abside della tenda il Roor, il mio bong di vetro, e gli cambiai l’acqua usando una delle preziose bottiglie di Elena, una piccola malignità compensativa. Io e la mia dolce metà eravamo gli unici imbecilli in tutto il campeggio con due casse d’acqua fuori dalla tenda. Inutile specificare a chi toccasse il trasporto. Accesi il bong e tirai con studiata lentezza facendo sfavillare tutta la mista, poi sfilai il braciere e inspirai di colpo tutto il fumo che si era accumulato nel tubo.

Buongiorno, cazzo.


Espirai formando una piccola nuvola a mezz’aria fra la nostra tenda e quelle dei vicini arrivati la notte precedente. Quando finalmente il banco di nebbia d’agosto si disperse mi trovai di fronte a una visione: una ninfetta mora, con una spirale tatuata sulla spalla destra e i capelli a caschetto come Uma Thurman in Pulp Fiction, giocava a pochi metri da me con dei fili a cui erano legati due piccoli delfini di peluche.

Li faceva roteare ma non era molto brava: ogni tanto le corde s’ingarbugliavano e gli animali di pezza le sbattevano sulle gambe. Ci misi qualche secondo a capire che non si trattava di una creatura del thc, era una ragazza reale e soprattutto aveva un sedere perfetto, piccolo e ben incorniciato da un paio di culottes blu. Lo sforzo faceva intuire muscoli delle natiche tonici sotto la pelle brunita, particolare che apriva a scenari d’incontestabile sodezza. Guidato da una forza più subdola della gravità ma ugualmente definitiva, mi alzai dalla stuoia e a rischio della vita mi misi a portata di delfino sul cranio.

“Ciao” abbozzai.

La ragazza alzò lo sguardo impegnato e si produsse in un piccolo sorriso.

“Ciao.”

“È dura far volare i delfini?” e stavo per aggiungere “Voglio dire sono pesci. Cioè mammiferi. Ma insomma vivono nel mare comunque. O nei circhi acquatici. Ad ogni modo non volano” quando la parte sobria e minoritaria del mio cervello riuscì a impedirmelo.

“Abbastanza. Ho appena iniziato.”

Avrei voluto invitarla a fare colazione al bar, ma ero fidanzato e se lei dormiva in quella tenda doveva aver visto Elena. Mi sembrò sconveniente, benché fossero almeno cento anni che nessuno usava più quella parola. Così me ne stetti lì a guardarla qualche secondo di troppo, agevolato nel mio immobilismo da bambola di pezza anche dall’effetto dell’erba. Alla fine riuscii a chiamare a raccolta qualche neurone e chiesi:

“C’è un segreto particolare?” “Per cosa?” “Per fare roteare i cosi.” “Bolas.”

“Per far roteare i Bolas.”
Le Bolas.”
“Per far roteare le Bolas.”
“Se c’è non credo di averlo ancora scoperto.”
“C’è sempre un segreto per fare le cose.”
Che cazzata pazzesca. Invece lei fece planare i delfini all’altezza delle caviglie fermandone la rotazione e guardandomi sorrise nuovamente, questa volta in modo più netto.

“Dici?”

“Sì” mentii. Per un culo come quello avrei rinnegato dio se solo ci avessi creduto.

“Mi chiamo Martina” disse, porgendomi la mano.

Mi presentai a mia volta e scoprii che era di Milano e, come la maggior parte delle ragazze con cui avevo tradito Elena, studiava Lingue. Prima o poi avrei dovuto prendermi la briga di scoprire cosa diavolo scrivevano in quei libri per renderle così ben disposte al sesso occasionale. Le dissi che invece studiavo Scienze politiche ed ebbe il buon gusto di non dire “E cosa farai dopo?”, forse perché anche Lingue non assomigliava esattamente a un assegno circolare nel mondo del lavoro. Ad ogni modo fu un punto a suo favore. Non che ne avesse bisogno con quelle chiappe marmoree. Martina era in Salento con due amiche, avevano la macchina e “Chissà magari possiamo andare da qualche parte assieme.” Certo, come no. Dovevo solo trovare un posto dove seppellire il cadavere di Elena.

“Lo proporrò alla mia ragazza” dissi per puro dovere istituzionale e per farle capire fra le righe il motivo per cui non avevo ancora provato a leccarla.

(…)

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ANGELA MERKEL È UNA VERA ATENIESE

Osservare la parabola con cui dai festeggiamenti per il “no” al referendum greco passando per il discorso di Tsipras all’Europarlamento la Grecia si è schiantata contro il muro della dura realtà dei rapporti di potere, mi ha fatto tornare in mente il noto dialogo, riportato da Tucidide, fra gli abitanti dell’Isola di Melo e i potenti ateniesi, solo che questa volta gli ateniesi erano interpretati dai tedeschi, in un  ricorso storico un po’ cinico, baro e, forse, coi calzetti bianchi. Allora si era nel corso della guerra del Peloponneso e la flotta ateniese approdò presso l’isola di Melo per spiegare ai suoi abitanti (coloni spartani) che la loro neutralità nel conflitto non sarebbe più stata tollerata. Non perché non fosse giusta, condivisibile o perché poco educata, ma perché da abitanti dell’isola di Melo quali erano, semplicemente, non potevano permettersela, se ad Atene la pensavano diversamente.

Spesso questo dialogo è considerato uno dei primi momenti storici in cui vengono esplicitate le forze che regolano i rapporti fra potenze.

Tucidide mette in bocca ai portavoce ateniesi e a quelli dell’isola di Melo tutte quelle valutazioni di forza che di norma si occultano dietro proclami di giustizia e diritto.

A questo proposito sono soprattutto gli ateniesi ad avere idee molto chiare:

«Poiché voi sapete tanto bene quanto noi che, nei ragionamenti umani, si tiene conto della giustizia quando la necessità incombe con pari forze su ambo le parti; in caso diverso, i più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano».

Oggi questa frase aiuta a illuminare quell’errore che è stato anche di Tsipras, aver cioè scelto di giocare una partita sui valori politici, partendo però da una posizione subordinata, in un contesto in cui non si vince per il miglior argomento retorico, ma per la capacità d’imporre la propria linea con qualsiasi mezzo. Continua a leggere su Rivista Il Mulino

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Reportage: Vita da Pokerista (Internazionale)


Quanto vale il poker online, chi sono i professionisti, dove girano più soldi. un reportage lungo un anno nella terra promessa del tavolo verde

 

Una coppia d’inglesi dalle pelli lattiginose getta pezzi di pane a un branco di cefali, le schiene argentee s’inarcano, l’acqua si solleva, un attimo dopo gli esemplari rimasti a digiuno scattano nervosi attorno al vuoto.

È giugno e sono seduto in un ristorante di Budva, in Montenegro. Un cameriere allampanato alliscia con qualche parola in italiano i clienti al tavolo di fronte, un gruppo di giocatori baresi di slot che parlano con il regolamentare tono di voce troppo alto. Sono appena arrivati con un volo charter assieme alle loro camicie floreali impossibili e agli occhiali da sole, ordinano vassoi di pesce che domani, dopo una notte di gioco in perdita, potrebbero generare inediti dubbi di opportunità. Alle nostre spalle montagne brulle, di fronte l’Adriatico, nel mezzo una statale nuova che unisce un agglomerato urbano irregolare fatto di casinò, sale scommesse e case vacanze per ricchi, nei parcheggi Porsche Panamera e Range Rover nere.

Questa mattina a Fiumicino, una giovane addetta Alitalia con il badge identificativo coperto da un foglietto che recitava “Odio tutti”, mi ha messo in mano il biglietto per il volo Roma-Podgorica e si è voltata prima che le facessi notare che i sentimenti più belli sono sempre quelli ricambiati. Un’ora scarsa di volo dopo, l’Embraer dell’Alitalia si è preparato all’atterraggio compiendo cerchi sempre più stretti sopra il lago paludoso alle porte di Podgorica; lì la pianura e l’acqua condividono una lunga terra di mezzo, in un’allegoria a buon mercato dell’economia del Montenegro.

All’aeroporto ragazzi in maglietta hanno lanciato le valigie sui cassoni di due trattori marca socialismo reale e dieci minuti dopo un tassista del casinò ha caricato su una Toyota Prius la mia unica valigia. Per un’ora di viaggio lui, grosso, rasato e silente, ha ascoltato dosi da centro sociale di ska balcanico, e io, medio, arruffato e sotto antibiotici, ho fissato lo schermo digitale che illustrava in tempo reale il funzionamento di un propulsore ibrido, ho guardato le case nuove di zecca con i tetti rossi di Sveti Stefan e mi sono appuntato che il primo taxi con il wifi che prendevo in vita mia copriva la tratta Podgorica- Budva.

A un certo punto, stupito dell’ottima qualità delle strade, ho chiesto: “Come va l’economia?”. “Male”. Poi di nuovo una lunga e ininterrotta distesa di ska balcanico.

Ora, seduto al ristorante, lancio a mia volta un pezzo di crosta lontano dal branco di cefali. Uno guizza nella mia direzione, il resto del gruppo gira a vuoto continuando a confidare negli aiuti da oltremanica. Se il livello della competizione si alza, prospera il più forte o colui che è in grado di vedere pezzi di pane dove fino a quel momento nessuno è stato in grado di scorgerli. A forse cento metri da qui, nel casinò di cui sono ospite, un centinaio di colleghi umani dei pesci satura un salone con il rumore incessante che fanno le pile di fiches quando le tormenti tra le dita. Continua a leggere su Internazionale

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