Dicono di QUITALY

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Una splendida capacità di vedere le cose e una scrittura così brillante da trasformare più o meno tutte le mostruosità in ritratti acuti e divertenti

Il Sole 24 ore

Il libro mostra il talento di questo immersive journalist dalla scrittura veloce e le idee chiare

Internazionale

Una voce brillante e originale che coglie alla perfezione lo spirito dei tempi

La Repubblica

Si è fatto conoscere grazie a inchieste insolite e irriverenti per un eccezionale senso dell’humour, per l’acutezza dello sguardo, per la felicità della scrittura

Goffredo Fofi su Lo Straniero

Non perdetevi questo libro

Huffington Post

Reportage fra l’ironico e il narrativo sul modello del giornalismo americano o forse del libello settecentesco alla Candide

L’Unità

Un fenomeno in rete racconta un paese narcisista ed eccessivo

Panorama

Disponibile in libreria e online su:

 

Ibs

Feltrinelli

Amazon

Hoepli

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Intervista a Paolo Barberis (Venerdì di Repubblica)

 

Sul Venerdì di Repubblica della scorsa settimana ho intervistato il consigliere per l’innovazione di Matteo Renzi. Abbiamo parlato di Webtax, burocrazia online e occupazione.

Per ingrandire cliccare sull’immagine

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Pubblicato in è un duro lavoro ma qualcuno dovrà pur farlo | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

La libertà d’espressione è sempre a rischio

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È davvero curioso che il coraggio fisico possa essere tanto diffuso nel mondo, e il coraggio morale tanto raro”.

Mark Twain

L’empatia umana, quel tipo di sensazione che tendiamo a dimenticare in guerra, allo stadio e alle riunioni di condominio, mi ha investito subdola e incontrollabile di fronte alle immagini dell’assalto alla redazione di Charlie Hebdo.

Mi sono chiesto per ore  perché  i terroristi non avevano colpito il ministero della difesa o un obiettivo militare ma la redazione di Charlie Hebdo, un giornale che attaccava ugualmente i poteri occidentali e gli estremisti islamici, un piccolo emblema di chi, spesso sbagliando a sua volta, prova a trovare dappertutto quegli sbagli che ci rendono umani.

Un giornale che, per quello che faceva, poteva trovarsi solo in una delle poche parti molto libere del mondo e anche lì non viveva mai sonni tranquilli, anche se nessuno avrebbe mai pensato di colpire fisicamente i suoi giornalisti.

Il punto è che le menti critiche o anche quelle più semplicemente volte all’umorismo  sono storicamente sempre a rischio, e questo perchè la maggior parte degli uomini ha il bisogno biologico di credere in qualcosa di più grande di sé : Dio, lo Stato, la Rivoluzione, il denaro, i soffritti, Paolo Fox.

Ora non tutte le credenze sono uguali, dato che ad oggi la cipolla tagliata fine non ha ancora bombardato nessuno, e non credo che Paolo Fox sappia  portare missili ad alto potenziale sotto le ascelle. Alcune però sono molto più pericolose delle altre. Il secolo dei lumi ci ha dato la possibilità di scegliere quella che preferiamo, almeno finché la nostra scelta non interferisce con quella degli altri. Questa almeno è la teoria, la pratica è stata sempre un po’ più complicata. Sin dall’inizio  c’è voluto qualche aggiustamento dato che l’univocità del concetto di ragione tendeva a creare parecchio mercato per le gigliottine, alla lunga un problema per tutti quelli con un collo.

Scoperto che anche la ragione poteva diventare come una religione abbiamo sviluppato  teorie di pensiero debole che predicano la tolleranza, accettano la rissa verbale che si risolve in un’altra rissa verbale e un’altra rissa verbale e poi è finito il vino.  Teorie affascinanti che arrivano alla fine di percorsi millenari, ma non bisogna mai dimenticare che dire “Combattete con noi per la libertà di dire quello che vi pare, patetiche teste di cazzo” funziona istintivamente un po’ meno bene che “obbedisci a dio e tutto andrà bene, fratello”.Aggiungici il solito sottointeso “l’amico segreto di dio sono io e solitamente mi comunica il suo volere per via mentale, per questo indosso vestiti buffi” e hai un quadro abbastanza fedele dell’eterno potere delle religioni.

Il problema di essere in contatto diretto con dio però, a parte che costa uno sproposito in zuccheri per lo sforzo mentale, è che è probabilmente non sarete molto disposti ad ascoltare le opinioni altrui, per questo, come avrebbe potuto dirvi Giordano Bruno se fosse stato ignifugo, le religioni monoteiste hanno da sempre qualche piccolo problema a rapportarsi con il concetto di tolleranza.

La libertà d’espressione occidentale è quindi per sua natura sempre in pericolo. D’altro canto è proprio in questa libertà che abita la capacità, unica, di riflettere su quello che siamo e dove stiamo andando. E’ è questa libertà, tra l’altro, che ci permette di parlare di come la razionalità come principio regolatore del mondo abbia anche dei lati oscuri. Di come ad esempio abbia aperto la strada al dominio incontrastato della tecnica e con essa al nichilismo, riducendo ogni  credenza radicale sull’esistenza a poco più di un rito folkloristico inglobato nel meccanismo di consumo.  Oggi abbiamo libertà, ma per molti anche assenza di senso. È questo quello che racconta da sempre uno scrittore come Michel Houellebecq,  in uscita proprio il giorno della strage in Francia con “Sottomissione”, una satira sull’islam in Francia.

Il mondo occidentale che predica i principi di uguaglianza e libertà è lo stesso che si assicura il controllo delle risorse necessarie alle sue economie attraverso la propria superiorità assieme tecnologica, militare ed economica (l’occidente è un po’ il robot Bimby delle forme politiche). Il dominio del più forte è la legge universale della geopolitica dai tempi in cui gli ateniesi razziarono l’isola di Melo ma nessuno prima dell’Illuminismo aveva pensato di dipingere l’egemonia come l’affermazione della giustizia e della ragione universale.

L’odio di tanti immigrati di seconda generazione in occidente è in parte figlio di questa promessa di uguaglianza mancata e per il restante di una domanda di senso che non trova risposta in una realtà totalmente mercificata. La via al nichilismo positivo è infatti lunga e perigliosa e non si percorre facilmente in condizioni di povertà, di sopraffazione e violenza.

Una violenza che scorre in forme diverse ovunque: l’Occidente sterilizza il conflitto schierando sopra Afghanistan e Pakistan 9mila droni di metallo che a volte rimangono sospesi per ore sopra un obiettivo prima di colpirlo, il fronte islamico risponde con la violenza  primordiale e fisica di corpi che uccidono altri corpi, facendosi saltare in aria o sparando come è successo oggi a Parigi, una lotta militarmente già persa che si celebra in nome di un dio e di un fine ultraterreno. Niente soffritti e autoironia, anche se a quanto pare i terroristi all’inizio avevano anche sbagliato indirizzo, cosa che sarebbe stata ottima per una vignetta di Charlie Hedbo se solo subito dopo non ne avessero trovato quello giusto.

 Alla base di tutte le faccende umane, è bene non dimenticarlo mai, c’è sempre la lotta per il potere, per il predominio sui territori, sulle risorse, sugli uomini e sopra di essa la lotta per un trovare un senso, per animare i cuori.

Raccontare realtà tanto complesse e mai univoche è un compito che si può provare ad affrontare solo con la garanzia della libertà d’espressione e di stampa. Ben prima di questo attentato era già evidente il fatto che la libertà d’espressione fosse oggi il figlio scapestrato del sistema occidentale: prima di tutto perché essere liberi costa un sacco di soldi, lo stesso Charlie Hebdo aveva problemi economici, e perché la satira, la risata, è da sempre l’avversario per eccellenza del potere che si ammanta di sacro, vizio a cui anche il potere occidentale non è del tutto immune.

Passata l’indignazione di queste ore, si alzeranno le voci di chi dirà che in fondo in fondo quelli di Charlie Hebdo “se la sono cercata”. Una prevedibile unione incestuosa fra le voci illiberali di oriente ed occidente. Il rischio, ben illustrato dai primi distinguo che sono emersi nelle prime ore sui giornali economici internazionali, è che il principio della libertà d’espressione venga difeso a parole ma non nei fatti e che quello che sia davvero importante sia salvare il flusso del denaro sul mercato globale.

Il rischio è che si ritenga tacitamente doveroso rinunciare ad un po’ di libertà d’espressione (che è come dire a tutta) non solo per la paura del terrore ma anche perché offende una parte dei consumatori. Una tendenza che già vediamo in atto con i meccanismi di censura secondo criteri arbitrari e non pubblici, utilizzati delle grandi corporation del web. Leggi più restrittive e oscure di quelle dello Stato, dalla libertà d’espressione uguale per tutti e decisa dalle istituzioni alle quella concessa dalle policy aziendali, quella che si compie è un’altra deriva oscurantista.

Per questo di fronte ad un attacco di straordinaria violenza come questo è necessario lottare su tutti i fronti, interni ed esterni per ribadire il diritto a criticare e se necessario ad offendere le idee, le opinioni e le religioni altrui.

Altrimenti l’imperfetto, spesso ipocrita, ma in ogni caso sempre più libero di una teocrazia, Occidente avrà davvero smarrito sé stesso e i terroristi avranno ottenuto quello che volevano.

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Intervista Serpico (Repubblica)

Oggi su Repubblica in edicola

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Perchè ho amato The Newsroom (Internazionale)

the-newsroomProvare a immaginare quello che vogliono gli spettatori e poi provare a soddisfarlo è generalmente una cattiva ricetta per ottenere qualcosa di buono.–Aaron Sorkin

Ci sono molti insegnamenti che si possono ricavare da The Newsroom, la splendida serie Hbo di Aaron Sokin che si è conclusa il 14 dicembre: il primo, il più ovvio, e forse il meno interessante dei quali, è che se massacri il giornalismo probabilmente non sarà poi così facile trovare tutti questi giornalisti pronti a tessere le tue lodi. Questo è solo uno e non certo l’unico motivo per cui The Newsroom è stata fra le opere di Sorkin più amate dal pubblico, ma al tempo stesso quella che ha diviso maggiormente la critica, che non le ha risparmiato stroncature, rivolte soprattutto contro la prima stagione.

Che non sarebbe stato uno show dalle mezze misure si era capito subito dal famoso monologo iniziale che affrontava uno dei più grandi tabù d’oltreoceano: l’America non è necessariamente il miglior paese del mondo.(Continua a leggere su Internazionale)

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FENOMENOLOGIA DI VALENTINA NAPPI (Linkiesta)

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Valentina Nappi mi ricorda quel tipo di ragazza che dopo un inizio titubante con il sesso, magari dopo essersi sentita bruttina per un po’, si dà una sistemata e incomincia a guardarsi allo specchio con maggiore fiducia proprio mentre scopre la magica legge del maschio italiano ( basta che me la dia, nda) e ne approfitta per uscire dal cono d’ombra grazie a una spregiudicatezza maggiore di quella delle amiche.

Questo genere di ragazze di solito ci prendono parecchio gusto e nel luna park di uomini che scoprono di avere a disposizione, al tutto sommato modico prezzo della propria disponibilità e della disapprovazione di Massimo Boldi, ottengono botte di autostima che si mischiano all’antica verità che, anche se non è il caso di farlo sapere a una certa categoria di femministe, scopare piace anche alle donne.

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Fino a qui tutto bene. Il problema si pone quando il sesso diventa l’unico motivo di vita e, in contemporanea, si ha la pensata che tutto questo, condito con quattro citazioni modaiole in croce poste lì ermeticamente a significare “cultura” possa dare a una donna, il cui unico merito è di avere una vagina particolarmente attiva, uno spessore intellettuale di alcun tipo. Non ha funzionato con Rocco Siffredi, costantemente ignorato dall’accademia che assegna i Nobel, non funziona nemmeno per le donne. È la parità dei sessi (questa, non quella della Nappi). (Continua a leggere su Linkiesta)

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Obama, le castratrici di maiali repubblicane e il peso della riflessività (Linkiesta)

 Obama e la sconfitta della politica di ampio respiro (Da linkiesta.it)Schermata 2014-11-09 alle 14.22.20

Nel mese appena trascorso ho seguito la campagna elettorale di Midterm dagli Stati Uniti. Che la parabola del primo presidente nero stesse volgendo verso una fine non contenuta nelle premesse sembrava inevitabile come i mugolii e i sospiri introduttivi che, nonostante la scarsa abitudine degli americani alla comunicazione non verbale, ottenevo nominando Obama a scrittori e intellettuali liberal, gli stessi che l’hanno comunque sempre sostenuto a spada tratta.

Era grossomodo il 2006, o 140 anni fa in tempo dei media, quando Obama era solo un senatore nero dell’Illinois che si vociferava potesse concorrere alla presidenza degli Stati Uniti. Allora si trattava di uno scenario improbabile quanto elettrizzante, circa un gradino sotto Chris Rock che diventa presidente in uno di quei film in cui l’uomo della strada arriva per vie inaspettate alla Casa Bianca, salva il pianeta, legalizza l’erba, bacia la first lady e la telecamera gli gira attorno salendo verso il cielo. Poi però di solito si accendono le luci in sala e fuori c’è ancora George W. Bush a chiedere conto di tutta quella facile serotonina opponendo il solito reazionario principio di realtà. Insomma nulla di realmente fattibile.

Due anni dopo però Obama è diventato l’inaspettata rockstar definitiva che firma assegni post datati alla banca mondiale del cambiamento, fa discorsi a Berlino, incassa Nobel sulla fiducia e introduce la rucola presso un popolo per il quale un’alimentazione sana generava dubbi sulla tua sessualità.

Il fatto che Obama fosse nero, o quantomeno più nero di un bianco, veniva visto da buona parte del mondo come inevitabile segno del cambiamento, un’equazione che con il senno di poi sembra scontare una visione degna più di uno spot anni Novanta di Oliviero Toscani che di un analista politico. Ci sono poche cose che si possono vendere più facilmente del cambiamento e della speranza, e Obama ha sfruttato la propensione della specie umana all’ottimismo con sapienza, carisma, talento e una discreta dose di coolness afro-americana, generando un’aspettativa che ha preso in fretta dimensioni globali.

Dopo 4 anni di governo, Obama ha rivinto le elezioni con una campagna che per entusiasmo ricordava la precedente come le pizzate di ex compagni classe che lavorano in banca e ricordano i tempi del liceo. Il grande cambiamento era infatti ancora da venire e il clima parecchio ingrigito. Altri due anni e i repubblicani, in un’elezione trasformata in un referendum sulla presidenza (domenica su un giornale della Pennsylvania una vignetta riportava un uomo triste davanti alla cabina elettorale intento a sospirare “ho nostalgia di quando le elezioni avevano qualcosa a che fare con i candidati che si votavano”) sbancano, anche oltre le previsioni, che di default danno l’opposizione sempre avvantaggiata nelle tornate di midterm.

Nell’onda repubblicana che ha posto definitivamente fine al grande cambiamento ci sono una serie di personaggi notevoli, il mio preferito dei quali è questo:

Joni Ernst, neo senatrice dell’Iowa, che spiega come sia cresciuta castrando maiali in una fattoria e come sia intenzionata a portare questo suo know how in Senato per fare “grugnire” (di dolore ovviamente) i suoi colleghi, sottintendendo la loro natura maialesca con una grazia tale da far apparire Beppe Grillo un fine umanista Continua a leggere su Linkiesta

 

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I giovani emigrati italiani non fanno i minatori (Linkiesta)

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“Pane e cioccolata” è un film di Franco Brusati con Nino Manfredi che racconta le vicende di un immigrato italiano in Svizzera, un dramma con frequenti momenti comici e una memorabile scena grottesco-satirica ambientata in pollaio umano, una sequenza capace di disturbare lo spettatore e di farlo per un motivo. Pane e cioccolata è stato girato nel 1973 ed è un bel film che narra la parabola senza fine di un uomo alla ricerca di un posto in una nazione che non è la sua, e nel farlo non risparmia nessuno: i biondi e disumani svizzeri, i connazionali italiani che accettano tutto tanto “noi teniamo il sole e il mare”, e, non ultimo, il protagonista stesso.

L’ho visto per la prima volta l’altra sera in un cinema di Manhattan poco lontano da Central Park, in una sala piena d’italiani che rappresentavano abbastanza fedelmente una certa parte del nostro Paese, quella che comanda: tutti di una certa età (io, un mio amico e degli studenti americani di cinema eravamo gli unici sotto i 45) e tutti vestiti di modo che da quattro isolati di distanza si potesse dire “ehi guarda laggiù, un italiano coi soldi!”.

Alla fine della proiezione, al momento del temibile dibattito, una signora italiana alza la manina ingioiellata e in un buon inglese osserva che in fondo questi poveri immigrati in Svizzera di una volta assomigliano molto a nostri giovani italiani che vengono in America per trovare lavoro, anche se questi ultimi hanno alle spalle delle famiglie benestanti (testuali parole).

Sono poco avvezzo a trovare epifaniche delle singole frasi, ma in questa stupenda, aerodinamica e sibilante cazzata credo fosse magnificamente racchiuso un mondo, e penso che a patto di essere coraggiosi a sufficienza sia interessante provare a esplorarlo. Continua a leggere su Linkiesta

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Quando i Griffin incontrano i Simpson (Linkiesta)

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Chris: «Un crossover tira sempre meglio il fuori di ogni show, di certo non è un gesto di disperazione, le priorità sono sempre creative, non dipendenti dal marketing…»
Stevie: «ok, basta così»
L’incipit di «The Simpson guy» la dice lunga sul tipo di aspettativa al ribasso che ha accompagnato l’arrivo dell’episodio crossover fra Family guy (i Griffin) e i Simpson, e con il senno di poi si può dire che ci fosse più di qualche ragione.
Ora se siete di quelli che guardano le serie quando arrivano in Italia tradotte, buona fortuna, godetevi l’avvincente season finale di Dallas, questo pezzo non fa per voi. Se invece vivete nella contemporaneità globale e capite quanto «spoiler» diversi giorni dopo la messa in onda sia una parola priva di senso, forse vi interesserà sapere che l’episodio affidato alla scrittura di Patrick Meigha (ex membro della writers room dei Simpson) con cui si è aperta la 13° stagione della serie ambientata a Quahog è stato a tutti gli effetti una puntata di Family Guy, con un’apparizione della famiglia Simpson il più volte costretta a fare cose che un Simpson, come lo conosciamo da 26, anni non farebbe mai. Continua a leggere su Linkiesta
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Reportage Italian graffiti (Quit per il Venerdì di Repubblica)

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Dal Venerdì di Repubblica del 3/10/2014

(Immagini originali scattate durante  il reportage, copyright Venerdì di Repubblica)

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"Quitaly" un anno di reportage- Indiana editore
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Oltre la fiaba del matrimonio indiano in Puglia

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Un reportage fra elefanti foggiani, politici italiani e miliardari globali

La storia del matrimonio indiano è finita sotto i miei occhi in un bar del Salento a fine agosto. Stavo mangiando un pasticciotto, una delle pochissime attività che compio in estate assieme alle torsioni sul mio asse per evitare le piaghe da decubito, e ricordo ancora perfettamente l’occhiello pieno di understatement di Repubblica Bari:

“IL MATRIMONIO DEL SECOLO”

Il pezzo si riferiva ai due ricchi giovani indiani che avevano scelto per motivi misteriosi di sposarsi a pochi chilometri da Fasano. Continua a leggere su Linkiesta

 

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Quattro titoli per evitare David Foster Wallace (Linkiesta)

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Nel solo 2012 in Italia sono stati pubblicati 64mila libri, un dato sorprendente, se non altro perché presuppone un numero almeno pari di persone in grado di leggere e scrivere. Grazie a questo ciclo continuo di abbattimento delle foreste, culto dell’ombelico borghese e produzione di saggi su Renzi, una libreria assomiglia sempre più a una donna che sapevate brillante e a cui volevate molto bene ma che ormai butta la maggior parte del proprio tempo dietro a mode che durano un mese e il cui acuminato spirito critico ha finito con il tempo per smussarsi nella tondeggiante forbice per bambini del conformismo.

Eppure la libreria come luogo ha ancora tutto il potenziale per rivelarsi il miglior punto di partenza per la vostra estate, tutto sta nel saper titillare i giusti scaffali, ed evocare così il vecchio splendore di quando essa era il vertice mancante del triangolo d’amore fra voi e il divano.

Ognuno di noi ha dei preferiti, dei libri fondamentali, libri che ama e sa perfettamente quant’è bassa la percentuale d’innamoramento nella foresta dei 64mila. Il rischio all’ombra delle torri di cellulosa è sempre quello di perdersi (a 18 euro a tentativo) e finire per mancanza di idee a leggere roba tipo David Foster Wallace, idolo incontrastato delle persone che organizzano corsi di scrittura creativa nonostante sia — o forse proprio per questo — uno degli autori più sopravvalutati da quel mattino in cui Gutenberg si svegliò con un paio di idee sui caratteri mobili che forse valeva la pena di provare.

Emancipandomi per una volta dalla dittatura del nuovo che sempre affligge la pratica delle recensioni, in questo pezzo segnalerò quattro libri non recentissimi ma che potranno darvi grandi soddisfazioni sotto l’ombrellone. Libri che hanno il pregio di non sforzarsi di sembrare intelligenti e complessi per convincere un ventenne che scrivere racconti sia un lavoro preferibile ad amministrare il patrimonio immobiliare di famiglia, ma di esserlo.

Il che non è male, specie se vivete in affitto.

Apocalisse da camera

di Andrea Piva

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Quando nelle conversazioni con amici vengono fuori i nomi di alcuni fra gli scrittori italiani più in voga sono spesso costretto a emettere i gradevoli ultrasuoni di spaesamento e angoscia del gatto gettato in lavatrice. In questi casi la reazione più comune delle persone che sono con me, oltre ad aggiungere del coccolino e assicurarsi che io stia sotto i 40° se no scolorisco, è chiedere:
«Allora dimmene uno tu». (continua a leggere su Linkiesta) 

 

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Il giorno in cui l’emozione superò la notizia (Linkiesta)

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Sulle prime, il sorpasso dell’emozione sulla notizia generò un certo grado di scandalo, commenti caustici, battute ironiche, sdegno, predicozzi, annunci d’imminenti apocalissi, la maggior parte dei quali su Facebook ma in qualche caso anche fra persone con un lavoro.
La svolta in realtà era nell’aria da tempo. L’emozione, scalpitante, subdola e già segretamente al comando, innervava la cronaca da decenni, accontentandosi però di dettare con lo spietato automatismo di chi non deve certo spiegare cose ovvie, la scelta degli aggettivi e degli avverbi, generando prese di posizione evidenti, ma astutamente accucciate alle spalle dei sostantivi e dei fatti, con l’atteggiamento complottante dello studente medio che si prepara a uno scherzone ai danni delle coscienze degli italiani.
Così la vittima del pirata della strada era per definizione “innocente” anche se magari fra le mura di casa torturava furetti tenerosi, in banca possedeva azioni di aziende di armi e in cucina non asciugava mai bene i piatti dopo averli lavati. La vita dell’accusato di un omicidio particolarmente infame e degradante veniva all’opposto scandagliata alla ricerca di qualsiasi cosa che per quanto ovvia e diffusa fosse in grado, forte del nuovo contesto di linciaggio sociale, di generare feroci vampate di sdegno popolare, alzate di forconi e la sensazione di possedere una, per quanto ridotta all’osso e assai generica, superiorità civica.

“Grazie alle analisi costate 24 milioni di euro e una serie poliziesca interpretata da una muta di cani antropomorfi su canale 5, gli inquirenti hanno trovato sul computer del presunto killer di Castenedolo le prove che nel 2004, 9 anni prima del delitto, il signor Nunzio Capro avrebbe guardato un porno”

Egli dunque non solo era un assassino ma anche era proprio come noi, un motivo in più per odiarlo.

“Il filmetto pornografico rinvenuto sul computer dell’operaio specializzato del bresciano, sarebbe inoltre di particolare scabrosità, (nel titolo c’è la parola Hardcore, in inglese “zozzissimo”), un tenore che il Fatto quotidiano è in grado di ricostruire nello specchietto-inchiesta di Beatrice Borromeo.

IL VIDEO ZOZZISSIMO DELL’ASSASSINO di B. Borromeo
Tutto inizia con l’arrivo del ragazzo delle pizze (timido quattordicenne introverso che ascolta solo Dente), ma a sorpresa quello parallelo alla sua gamba non è un ombrello…

Tuttavia tutto questo mischiare la cronaca con il commento non solo peggiorava la prima e prosciugava di originalità il secondo, ma richiedeva un sacco di sforzo che in molti incominciavano a subodorare essere inutile. Le prime sperimentazioni per l’ambizioso obbiettivo lavoro zero si mossero sulle orme ideologiche del Quizzy, il giustamente dimenticato telecomando per rispondere ai quiz da casa inventato dal pioniere della Silicon Valley, Mike Bongiorno. (continua a leggere su Linkiesta)

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Linkiesta e le dimissioni di Alfieri

linkiesta_logoRicordo perfettamente quando Marco Alfieri mi telefonò nell’agosto del 2013. Mi trovavo in Salento per un reportage e la prima cosa che notai fu quanto suonava indiscutibilmente milanese la sua voce. Subito dopo pensai “chissà cosa vuole da me questo giornale di economisti”. Più tardi scoprì che Marco era di Varese e allora pensai “chissà cosa vuole da me questo giornale di economisti con il direttore di Varese”.

A settembre mi invitò in redazione e quando mi propose di fare qualcosa per loro risposi “se vuoi ho già pronta l’ultima parte di un reportage che per motivi che non si potranno spiegare in un pezzo scritto un anno dopo, chi ha commissionato non vuole più pubblicare” poi sussurrai “maneggialo con cura, contiene dei tamarri” e rimasi lì indeciso se aggiungere anche un “e terùni” con un accento sbagliato e magari un’invocazione al dio Po o alla necessità inderogabile delle delocalizzazioni. In quel tempo infatti lo spirito guida dell’affitto da pagare aleggiava ancora potente sul mio cammino, emanando indistinti raggi di accondiscendenza canina verso tutte le potenziali fonti di contanti. Il giorno precedente, ad esempio, avevo espresso un lungo e accorato apprezzamento per le ultime misure della BCE ad un bancomat di via Ugo Bassi, piaggeria per altro caduta inspiegabilmente nel vuoto. Negli uffici di via Melone de Linkiesta, però una corazza morale sorta tutto attorno a me, inaspettata come un eritema solare sulla pelle di un kenyota, rifletté lontano la mefitica influenza psicologica dell’indigenza e finii per tacere . Alfieri lesse il pezzo in questione e disse “e che problema c’è?”

Io dissi “ah bene”, un’antica espressione quasi dimenticata che significa “non è poi tanto male questo giornale di economisti con il direttore di Varese”.

In seguito non ebbe nessun problema a pubblicare un mio pezzo su  Odifreddi che nella maggior parte delle redazioni italiane avrebbe comportato l’emanazione nei miei confronti di un provvedimento restrittivo a vita, qualcosa come mantenere una distanza minima di 50 metri da tipografie, ciclostile e tutte le forme conosciute d’inchiostro, polpi compresi. Un pezzo del genere da molte altre parti avrebbe soprattutto causato crocifissioni in sala mensa per tutti coloro che nella catena di comando avessero omesso di censurarlo. Si trattava infatti dell’ attacco argomentato di un trentenne a due firme di un grande giornale su una questione epistemologica. A chi nella vita non facesse il giornalista e magari pensasse che è anche di queste cose che si alimenta il pubblico dibattito democratico, è necessario spiegare che nell’ambiente giornalistico italiano una situazione del genere assomiglia più a un servo della gleba che prende l’imperatore a schiaffi dopo aver insultato pubblicamente la sua virilità e avere urinato sulla sua collezione di pizzi (tendo sempre a immaginare che Riotta abbia una collezione di pizzi).

Abituato a scrivere comunque negli articoli quello che i miei complicati schemi di carta 9 metri per 9 mi danno l’illusione sia giusto, scoprii con un certo stupore e sollievo che i provvedimenti punitivi di indicazione geografica tipica in via Melone non erano in uso. A Linkiesta se, e sottolineo se, ci furono problemi chi di dovere formò un solido muro fra l’autore e il lamentante.

Una sola volta, non Marco Alfieri ma un membro della redazione, di cui non farò il nome se non chiamandolo Giulio D.A. o anzi meglio G. D’Antona, mi chiese di levare un “cagato in faccia” dalla prima riga di un pezzo. Interpellato Alfieri disse “beh se vuoi tienilo ma se lo puoi levare forse è meglio”. Questo è il livello della persecuzione poliziesca e illberale a Linkiesta: uno non può mettere “cagato in faccia” nella prima riga di un pezzo d’apertura, e loro subito ti consigliano timidamente di sostituirlo. Dannati fascisti.

La frase per la cronaca la tolsi quando mi convinsi che avevano ragione loro, e in effetti senza l’overture defecatoria il periodo girava meglio. Fu in quell’occasione che mi resi definitivamente conto di aver sottovalutato la città di Varese e l’accento longobardo incominciò a sembrarmi la lingua della libertà, l’equivalente adulto di quello che è il francese nell’adolescenza, quando oltre a non sapere un cazzo non sei mai stato neanche per sbaglio in una banlieue e sostieni indomito tesi ardite come la potabilità del Bacardi Breezer e l’idea lineare che i francesi sono più civili perché almeno loro hanno fatto una rivoluzione. Così ogni volta che leggo frasi come questa sul manifesto [1]

“E invece, inse­guendo in rete le tracce delle bur­ra­scose vicende de Linkiesta.it, si leg­gono sto­rie di epu­ra­zioni, di finan­zieri che cer­cano sponde in poli­tica, di edi­tori che pre­mono sulla linea edi­to­riale”. 

mi chiedo di che giornale stiano parlando. Può darsi che le cose stiano così,  scrivo per via Melone dal settembre 2013, non posso quindi parlare per la situazione precedente, ma avendo lavorato anche per altri giornali, da alcuni dei quali sono tuttora trattato in maniera perfettamente professionale, quello che posso dire con assoluta certezza è che non ho mai incontrato un grado di libertà così radicale come quello che ho trovato a Linkiesta sotto la direzione di Alfieri.

Ho voluto scrivere queste cose nonostante sia perfettamente conscio che un giornalista italiano “propriamente detto” con il suo insostenibile senso dell’opportunità non le avrebbe mai scritte.

I malpensanti che nella categoria con il tesserino marrone abbondano potrebbero pensare che scrivo queste cose per ingraziarmi Alfieri. A parte l’astuzia volpina contenuta nel blandire un direttore uscente, il punto è che, e non so come metterla giù senza sembrare un rapper di Miami, se anche i vostri pezzi online avessero fatto due milioni di lettori in due anni, sapreste che non avete bisogno di leccare il culo né di farvi proteggere da nessuno. Il fatto piuttosto è che mi è dispiaciuto vedere messo in cattiva luce non solo il lavoro di Marco Alfieri, ma anche quello dei ragazzi della redazione de Linkiesta che a mio parere è stato buono e in alcuni casi (che dovranno diventare la norma se vogliamo sopravvivere) eccellente. I risultati in termini di numeri si sono visti, dato che il giornale è cresciuto moltissimo passando a picchi di 2 milioni di utenti unici al mese e a un dato stabilizzato di 1,2milioni di lettori, dati che forse Alfieri avrebbe potuto citare nel suo famoso editoriale, ma l’uomo è talvolta un po’ troppo modesto. Peccato che le tabelle della pubblicità si aggiornino a ritmi da cartaceo e lo sforzo sia risultato per il momento inutile, senza dimenticare come  la precedente gestione abbia lasciato delle eredità economiche pesantissime. È quindi un paradosso che un giornale che cresce a ritmi altissimi perda il suo direttore, ma ci può stare, sono le regole del gioco che sono più complicate del semplice, si fa per dire, farsi leggere.

Quello che ho fatto fatica a tollerare è il gioco di specchi deformanti del quale ho fatto esperienza, ovvero l’enorme differenza nella percezione delle cose che avevo parlando con chi il giornale lo fa e quella che si poteva derivare  dagli articoli di altre testate sulla situazione de Linkiesta.

Un’esperienza in cui ho dovuto imparare a capire come ragionano i giornalisti italiani su queste cose. È stato più o meno come cercare di capire i principi cardine del comportamento di animali preistorici, in via di estinzione ma ancora sommamente feroci.

Primo: non lasciare vicino a loro il tuo panino con la porchetta. Lo mangeranno. Specie se loro sono G. D’Antona o Giulio D.A. Secondo: se sei una public company gli rode il culo a un sacco di gente e il giorno in cui le cose si mettono male tutti saranno felici che sia stato dimostrato che un’altra via non era possibile. Per molti sarà un occasione di tirare un lungo e appagante sospiro di sollievo. Terzo: se la prosa di tanti articoli italiani è sovente così scarsa e deludente, spesso è perché chi l’ha composta ha speso metà della sua giornata a consumarsi in dietrologie. Parola sommamente orrida di estrazione giornalistica che compie il ciclo completo e finisce per dimostrarsi tagliata su misura per descrivere proprio il mondo da cui nasce. Dietrologia è un termine che traccia perfettamente il perimetro di tanta, troppa, parte del giornalismo in questo Paese, un’attività interamente, o quasi, consumata dalla necessità di mandarsi messaggi cifrati fra le righe in un gigantesco postulato a mezzo stampa dell’alto principio filosofico e stella polare ermeneutica univocamente applicata al reale:

“Tanto sono tutti delle merde”

Ne consegue che non si dice mai la verità, soprattutto se si parla di sé stessi, e si mandano segnali di fumo incrociati sulla testa dei lettori.

In questo panorama l’oggetto Linkiesta purtroppo è un po’ troppo libero e sincero e questo manda in crisi i paradigmi interpretativi maliziosi. Tu dici “guarda che a me nessuno mi ha toccato una riga” e quelli sentono “ahah ha paura che lo licenzino”.

Si dice che il tempo è galantuomo, non lo so, non sono solito fornire attributi morali a una cosa che con il suo semplice scorrere uccide un sacco di gente, ma spero che per Alfieri e Linkiesta questo detto abbia valore.

Mi spiace che il giornale ad oggi sia riuscito per molti motivi ad applicare solo in parte tutti i discorsi sul giornalismo digitale che risuonavano da mesi in redazione, da parte di Alfieri ma non solo. Per questo, d’altro canto, sono le persone che rimangono che mi fanno ben sperare, mi auguro che chi seguirà nel posto che è stato di Marco abbia la stessa voglia di sperimentare e investire risorse sui contenuti che ha avuto lui, perché quel che certo è che la strada è tutta da tracciare, siamo dentro un cambio di paradigma epistemologico e le opportunità sono almeno pari ai rischi, per questo i discorsi monodirezionali di questi giorni francamente lasciano il tempo che trovano, il futuro non deve essere gattini ma manco editoriali da 5 visualizzazioni, tanto per capirsi.

C’è una cosa però per cui desidero ringraziare Marco Alfieri, e non è la libertà, né i mezzi, nemmeno i lunghi discorsi teorici che abbiamo fatto molte volte sul giornalismo e sulla scrittura, queste sono cose che tutto sommato in un mondo non dico ideale ma quantomeno abitabile, dovrebbero fare parte di un giornale. Quello per cui voglio ringraziarlo è di essere una persona per bene, di quelle che quando ne incontri, ti fanno sentire un po’ più fiduciosi per il futuro.

In bocca al lupo

Q.

 


[1] (giornale che prende contributi pubblici, il che per quanto mi riguarda è ok, ma forse poi non è il caso di fare i soloni su chi cerca di stare in piedi da solo)

 

 

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La pratica del negro sacrificale (Linkiesta)

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Prima di tutto una piccola deviazione dal sentiero del giornalismo nostrano, è infatti necessaria una breve ricostruzione dei fatti. Perdonate la maleducazione.

Italia-Uruguay, primo tempo. L’Italia tiene palla pressoché sempre, pur senza combinare niente di rilevante. Balotelli fa un po’ di sponde, viene buttato a terra diverse volte, non riceve nessuna palla utile. Con uno scopo che intravede solo lui, salta un metro e mezzo e infila i tacchetti nella spalla di un avversario. Ammonito. Minchiata, ma insomma non che sia proprio un dramma tipo De Rossi che dà una gomitata a cazzo di cane e si fa sbattere fuori per quattro giornate.

Quattro giornate di squalifica per una gomitata in faccia?
Maturità calcistica del campione

Pirlo sbaglia molti più palloni del solito, Immobile è inesistente, Verratti fa una serie di numeri sulla linea di difesa che gelano il sangue a mezza Italia ma gli dice bene, gli altri sostanzialmente non pervenuti. L’Uruguay sembra quello che è: una squadra modesta, l’Italia una squadra un po’ meno modesta e tuttavia in controllo della partita.

Secondo tempo. Balotelli non c’è più, chissà cos’è successo nello spogliatoio a saldo controllo geriatrico dell’Italia ma sta di fatto che senza di lui la nazionale sparisce dal campo. Poi l’arbitro si inventa senza motivo l’espulsione di Marchisio, rimaniamo ingiustamente in dieci, prendiamo gol, perdiamo, siamo eliminati dai mondiali.

Sei lì che aspetti di sentire il rumore di vesti strappate e commentatori che chiedono il cuore su una picca di tutti i dirigenti della federazione, Abete che corre a dipingere di sangue la porta delle casa del suo primogenito per salvarlo dalla piaga che sta per generarsi inarrestabile. Il popolo di calciomaniaci risvegliatosi dentro lo stesso incubo del 2002, defraudato in mondo visione come una squadretta qualsiasi, non come la seconda nazione sul pianeta per numero di coppe vinte, chiederà giustizia.

E invece nel club dei lord dove sembra essersi trasferita l’opinione pubblica italiana, prendersela con l’arbitro sembra all’improvviso incredibilmente inelegante.

« Well, diciamo che ce la siamo meritata questa sconfitta, non possiamo prendercela con l’arbitro, non sarebbe sportivo»
«Oh oh , vecchio mio, certo che no, non sarebbe affatto un comportamento da italiani, siamo noti nel mondo per accettare il verdetto del campo in qualsiasi modo esso sia stato ottenuto. Contegno vecchio mio, contegno, ne va del nostro buon nome»
«Puoi dirlo forte vecchia canaglia, dell’altro brandy?»
«Volentieri, ma poi dovremmo anche pensare a trovare il negro sacrificale»
«Temo, in effetti, che sia necessario, che ne diresti di questo?»

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(Esemplare di negro sacrificale con Ferrari. Si noti che l’auto rende la sua figura o “figurina” (cit.) il 75% più infiammabile in occasione di roghi pubblici. Poiché il popolo non solo non è negro ma tiene la 500L a rate e la 500L a rate sotto sotto non ci piace a nessuno)

Con evidente sfregio del fatto che Balotelli quando abbiamo preso il gol dall’Uruguay non era nemmeno in campo, la coscienza nazionale individua come un sol uomo il capro espiatorio perfetto: lui.

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(mo’ te lo spiego)

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Il cittadino senatore Pepe e il complotto perpetuo

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La strage di Motta Visconti? Tutta colpa del Mose. Teorie complottiste di cittadini in Senato

Tutto sommato ha ragione il cittadino senatore Pepe, personaggio portato a Palazzo Madama dal Movimento 5 stelle (ma passato al gruppo Misto, ndr) per salvare un’istituzione altrimenti piena di inetti, quando cita il guru dei complottisti Franceschetti sul suo Facebook. Dietro la strage di Motta Visconti non può che esserci il Mose, i segnali in questo senso appaiono evidenti a vista d’occhio.

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Per questo io dico che è ora di mettere da parte il sistema logico deduttivo, le tecniche d’indagine poliziesche e medioevali come il test del Dna e rispolverare la cabala e gli anagrammi. Di sicuro sarebbe un bel risparmio per i cittadini visto che per i test del Dna eseguiti per le indagini sull’omicidio di Yara sono stati spesi 2 milioni e 800 mila euro, e, per quanto possa costare una firma di Repubblica, probabilmente con Bartezzaghi avremmo risparmiato.

Aggiungici che alcuni casi non c’è neppure bisogni di anagrammare. Prendiamo ad esempio il nome del luogo dove Olindo e Rosa hanno ucciso quattro persone, il nome del paese è “Erba” . In certi brutti giri “Erba” è sinonimo di “droga”. Pensateci.

Il delitto di Garlasco? Il nome del vero colpevole sta ovviamente nel cognome del principale indiziato “Alberto STASI”. Ora da dove viene la Merkel? Esatto: dalla Germania dell’est. Una nazione illiberale il cui servizio segreto si chiamava guarda un po’ proprio Stasi. Non basta. La Poggi era una che durante i mondiali guardava le partite di calcio dell’Italia. E indovina quale altra nazione ha una nazionale di calcio? Esatto, la Germania. Ma non è tutto (Continua a leggere su Linkiesta )

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Il SISTEMA DELLE MAREE (LINKIESTA)

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Da ragazzino ero affascinato dalle piazze di spaccio, piccoli ecosistemi d’illegalità all’interno di stati di diritto. Le vedevo al tempo stesso come una prova di forza criminale e come un’espressione di un permessivismo del potere. Scoprii poi che le cose erano un po’ più complicate di così.

Quel tipo di piazze ha una particolarità, la loro apparente extraterritorialità è spesso interrotta dalle retate, un rito fatto di urla, violenze e perquisizioni, con cui il potere dialoga a sberloni con il contropotere. Ogni tanto, magari perché c’è scappato il morto, magari perché è arrivato un nuovo questore o perché è imminente la visita in città del sottosegretario alle famiglie monogamiche e timorate di dio, sta di fatto che arriva sempre il giorno in cui da ogni direzione arrivano volanti, furgoni, poliziotti grossi come rugbysti che corrono con il distintivo a tracolla, la pistola in mano, e alla fine in genere spunta anche un cane lupo con gli stessi gusti di un teknoraver in fatto di droghe. Se va bene vengono fatti un po’ di arresti, il commissario della mobile o il capitano dei carabinieri si fanno fotografare sui giornali locali e il giorno dopo si può tornare felicemente a comprare tutto quello che serve esattamente nello stesso posto, o male che vada 100 metri più in là.

Al netto delle storie, talvolta drammatiche, delle persone che sostanziano i due sistemi, legalità e illegalità dialogano e coabitano nella misura in cui ci sono delle esigenze ambientali più ampie: il bisogno, in mancanza di mezzi, di circoscrivere il fenomeno del commercio di droga in un luogo piuttosto che un altro o, in zone dove la criminalità organizzata controlla il territorio, la necessità di non irritare chi è grado di spostare pacchetti di voti attraverso l’economia illegale. Sistemi insomma o in cerca di una difficile ma necessaria convivenza, oppure addirittura simbiotici.

La corruzione e la lotta alla corruzione sono fenomeni per molti aspetti diversi (non c’è un mercato ritenuto illegale bensì l’alterazione di un mercato legale) ma seguono lo stesso andamento ciclico, le stesse dinamiche ondivaghe e lasciano nell’intervallo fra un’emergenza e l’altra l’economia sana alla mercé dell’arbitrio del più forte. (CONTINUA A LEGGERE SU LINKIESTA)

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Intervista a Greenwald: anatomia di uno scandalo (linkiesta)

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Glenn Greenwald arriva con cinque minuti di ritardo, si siede e chiede scusa.

«È facile perdersi a Milano» osserva.

Non lo so, forse. Io non mi sono mai perso ma come tutti quelli che credono che la tecnologia sia il male di solito mi faccio guidare da una app sul telefono. Ciò che invece sono sicuro non sia affatto facile, è fare quello che ha fatto quest’uomo negli ultimi dodici mesi. E adesso se ne sta qua davanti a me, ed è al tempo stesso alla mano e professionale come solo certi pro americani sanno essere.

Greenwald, per chi avesse come unica fonte d’informazione gli sms del Tgcom, è uno dei protagonisti principali, assieme ad Edward Snowden e Laura Poitrais, di quello che è stato uno dei più importanti scoop della storia del giornalismo. Uno scoop da immaginario collettivo, di quelli che restituiscono il senso a una parola che ormai si usa per indicare notizie fuori dalla norma quel tantino che basta per eccitare l’animo dei giornalisti ma che mia nonna, leggendo il suo unico quotidiano, non avrebbe mai notato fra le altre.

Questa storia invece, come gli americani chiamano le notizie importanti e come Greenwald continuerà a definire lo scoop durante tutta la nostra conversazione, riguarda il piano di sorveglianza globale messo in atto da organi del governo degli Stati Uniti (e da alcuni alleati) con la complicità volontaria o obbligata di tutte le più grosse corporation tecnologiche. Un programma omnicomprensivo il cui manifesto ideologico è contenuto nel motto “collect it all”, dove per it s’intende qualsiasi dato riguardante le comunicazioni digitali, mail, metadati su durata e destinazione delle chiamate, geolocalizzazione e all’occorrenza anche il contenuto delle conversazioni vocali. Potenzialmente siamo tutti sotto controllo, un Panopticon globale senza precedenti, e prima di Snowden e Greenwald non lo sapevamo. Continua a leggere su Linkiesta

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L’Italia come non la raccontereste ai vostri figli (VICE)

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Se ci ripenso adesso mi rendo conto che i problemi sono cominciati prima ancora che arrivassi sul luogo del primo reportage. Roma, un venerdì notte, io e Markus, il fotografo di quell’incarico e di molti degli altri che sarebbero seguiti, stavamo in piedi mentre un poliziotto scrutava dentro la nostra macchina con una torcia. Non era molto amichevole. Il problema era che la nostra auto, guidata da Markus, aveva infilato una corsia dei tram rischiando di far collassare la già precaria viabilità capitolina. L’altro fatto, ugualmente non benagurante, è che eravamo sbronzi. Visibilmente sbronzi. Colpa di un numero imprecisato di cocktail consumati in una San Lorenzo che fra torme di spacciatori, buttafuori e fuorisede assomigliava alla Libia della guerra civile ma con più deodorante axe e rimesse genitoriali.

E ora fosche nubi a forma di ritiro di patente e di lunghe frequentazioni del Sert si ammassavano al traballante orizzonte del buon Markus. Peggio ancora: senza macchina il mio amico avrebbe rischiato di perdere il lavoro. Insomma, si metteva male. Così male che per salvarlo mi ero dovuto giocare l’unica carta possibile, mi ero stretto nel professionale cappotto nero (con le tasche bucate ma questo lo sbirro non poteva saperlo) e avevo fatto filtrare che eravamo giornalisti arrivati nella capitale per una certa manifestazione politica del giorno seguente. Continua a leggere su VICE

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Il vero insegnamento di queste elezioni (Linkiesta)

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Che il clima creato dalla campagna #vinciamonoi fosse solo una bolla di marketing, adesso lo diranno tutti. Prima però il timore di dire quello che nonostante tutto la razionalità portava a pensare, ovvero che un movimento in grado di congelare nei sogni di dominio del suo leader otto milioni di voti durante la più nera delle crisi, non poteva aumentare i propri consensi, ci ha condizionato praticamente in blocco, giornalisti e lettori.

Forse è stato il timore di sbagliare ed essere messi alla berlina dai grillini, o forse il fatto che, comunque la pensiate politicamente, non si può dire che la razionalità sia stata il fattore decisivo delle elezioni degli ultimi vent’anni. Fra i fenomeni che ci contraddistinguono come popolo, la “razionalità politica” viene subito dopo “attraversare solo sulle strisce pedonali”. Fenomeno comunque interessante, da studiare, questa sopravvalutazione collettiva dei grillini che fa da contraltare alla sottovalutazione che avevano subito alle ultime politiche e di cui è sicuramente figlia, almeno in parte. Oltre al fatto che Casaleggio possiede La Forza, ovviamente. Continua a leggere su Linkiesta

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