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LA DISTANZA SIDERALE DEI GIORNALI ITALIANI DALLA REALTÀ

Poche cose riescono ad essere al tempo stesso così sbagliate e anacronistiche come la campagna stampa su giovani, droghe e discoteche che molti media italiani, soprattutto cartacei, hanno imbastito quest’estate.

 

1. DISTANZA DAI FATTI

Il primo livello di errore, che già di per sé basterebbe per chiudere baracca e burattini, è quello fattuale: in Italia non esiste alcuna emergenza droga da discoteca,  lo dimostrano i dati: da noi si consumano meno droghe che negli altri paesi europei, l’uso è in calo e l’ecstasy non è certo la più letale delle sostanze psicotrope.

Qui però, subdola e ricattatoria come una vecchia zia che dice “vedi che ti ho fatto la lasagna” quando sei a dieta, entra in gioco la “presupposta bontà della causa”.

Come ci ha da tempo abituato la nostra tradizione giornalistica, alla mancanza di un riscontro fattuale si sopperisce con la volontà, così profondamente italiana, di recitare in pubblica piazza le nostre buone intenzioni. Il sottinteso è che da sole bastano per renderci persone migliori.

Un po’ come nel vecchio caso della campagna sui femminicidi (un problema inesistente sotto forma di emergenza statistica, come dimostrai a suo tempo qui) chi vorrebbe vedere dei ragazzini morti per droga per causa della spectre delle discoteche, notoriamente il vero potere forte che comanda il Paese?

(Deve essere per lo strapotere della lobby del ballo, ad esempio, che uno dei più grossi festival europei-il Rototom Sunsplash- si è dovuto spostare dal Friuli alla Spagna. Ben fatto, potente lobby!)

Nel paese del giornalismo come opinione superficiale scritta possibilmente da ex sessantottini o piccoli statisti figli del ‘77, il fatto che una causa appaia genericamente giusta è purtroppo più che sufficiente a bypassare quello scomodo orpello chiamato “realtà”.

Insomma il refrain della moglie del reverendo Lovejoy “ma nessuno pensa ai bambini?”, sul quale cristianamente e un po’ paraculamente si chiudono nell’età della senescenza anni e anni di grossolane rivendicazioni sociali, ha la meglio sulla realtà e nasce così, inesorabile e violenta, una campagna stampa estiva.

A0R731 E Ecstasy pills or tablets close up studio shot methylenedioxymethamphetamine. Image shot 2004. Exact date unknown.

(ecstasy “la nuova droga” vecchia di decenni)

Per campagna stampa s’intende una sorta di dispositivo in parte emanazione di direttive editoriali, in parte azione d’accodamento inconscio dell’anonimo giornalista alla periferia della macchina editoriale. Un meccanismo per azione del quale tutti i fatti riguardanti, o anche solo potenzialmente riguardanti, un singolo tema, di norma marginale o del tutto ignorabile, vengono risucchiati nelle prime pagine dall’aspirapolvere dell’emergenza.

Il motivo per cui magicamente appena parte un’emergenza di questo tipo appaiono ragazzi morti ovunque, tanto che quando torni a casa saresti tentato di guardare sospettosamente dietro il divano caso mai se ne stesse nascosto uno pure lì, è che cambia il sistema di raccolta e di prioritizzazione delle notizie.

Fatti di questo tipo il più delle volte non aumentano realmente, è solo il loro avanzare nella gerarchia interna alle pagine dei giornali e il loro essere riuniti sotto lo stesso cappello, ad aumentare la percezione della loro importanza e della loro incidenza statistica.

Questo è un fenomeno interessante soprattutto perché tanto banale quanto normalmente sottovalutato.

Nel corso di questo processo un ampio numero di eventi vengono ascritti al tema ben prima che ci siano prove a riguardo, con esiti talvolta tragici, torturando senza ombra di umana pietà le vite e la dignità delle persone coinvolte.

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(Ops.)

In altri termini l’attualità emergenziale è un’onda arbitraria, un moto magmatico di melassa paternalista non giustificata dai fatti, e come tale, spoiler alert, una degenerazione del giornalismo.

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Reportage: DISRUPT

 

Whatever form it takes, the underlying propellant is an inexhaustible thirst for knowledge.

MICHAEL MORITZ

Walking around San francisco, it strikes me that this cannot end well, that combination of magical thinking, easy money, greedy investors, and amoral founders represent a recipe for disaster

DAN LYONS

Il primo dice proprio «Con questa invenzione cambieremo il mondo», come in Silicon Valley la serie HBO su un gruppo di startupper americani. Fa niente che l’olandese sul palco, qui al Tech Crunch Disrupt di Londra, stia presentando una doccia elettronica. Certo, dotata di tecnologia digitale, e di un filtro autopulente che in teoria dovrebbe permettere di farvi la doccia sette volte con la stessa acqua – una specie di fontana pubblica 2.0 –, ma la chiusa suona comunque un po’ sopra le righe. La propensione all’iperbole, solo apparentemente politico-morale, riflette in pieno lo spirito dell’economia delle startup e dell’evento organizzato da Tech Crunch, uno dei più influenti – e competenti – siti tecnologici al mondo.

Per arrivare qui, ieri sera sono atterrato in un aeroporto fuori Londra dove tutta la procedura d’ingresso è automatizzata come in una puntata di Black Mirror. Un percorso forzato dentro delle transenne mi ha diretto dentro dei tornelli, lì una telecamera nascosta dietro un vetro ha analizzato il mio volto, mentre un’altra scannerizzava il mio passaporto, infine, con un lieve rumore pneumatico, la barriera si è aperta permettendomi l’ingresso in Gran Bretagna senza che nel processo avessi avuto a che fare con alcun essere umano.

Ora Jordan Crook, una ragazza che ricorda la standup comedian Amy Schumer e che alla veneranda età di ventisette anni è presentatrice e senior writer di Tech Cruch, prende in giro con ironici modi da maschiaccio il pubblico per lo scarso entusiasmo. I presenti in effetti ascoltano attentamente e prendono appunti sui loro MacBook (entrare qui costa 600 euro al giorno, più IVA), ma non ruggiscono in maniera primordiale ogni volta che qualcuno mostra una nuova funzionalità su uno schermo. Non c’è insomma il clima a metà fra un sabba e un discorso di Mel Gibson in Braveheart che contraddistingue i Keynote Apple. Siamo in Europa, e si sente. Atteggiamenti della platea a parte, il Disrupt del titolo starebbe a significare che qui le cose si cambiano sul serio, si ricomincia da zero, si cambia il mondo. «In meglio» è un postulato automatico che non deriva da valutazioni filosofiche, politiche o da bar, ma in modo molto lineare dal successo sul mercato dell’azienda con propositi rivoluzionari: se il nuovo servizio genera profitti e diventa «un unicorno», ovvero supera la valutazione di un miliardo di dollari – il famigerato billion sotto il quale qui non sei nessuno – allora il cambiamento è stato necessariamente per il meglio e per l’umanità tutta, non solo per quelli che hanno visto il miliardino, reale o teorico, depositarsi fragrante sui loro IBAN. Nei discorsi dietro le porte della Copper Box Arena, al centro del Queen Elizabeth Park, il resto dell’umanità esiste solo ed esclusivamente in forma di consumatore. Migliorare il mondo significa realizzare servizi digitali che le persone vogliano usare, un utilizzo che è considerato la più assoluta forma di consenso. Altro non serve, anzi è un impedimento che va superato, tanto meglio se chi lo pone è un vecchio dinosauro analogico: quando capirà da dove è arrivato il meteorite, per lui sarà già troppo tardi. Giornalisti, albergatori e tassisti ne sanno qualcosa. Tutto questo è Disruption.  (CONTINUA  SU STORIE DAL MONDO NUOVO (ADELPHI))

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Contro gli scrittori impegnati (IL Magazine- Sole 24 ore)

 

 

Impazza il dibattito su perché, come e in quali ore del giorno gli scrittori italiani dovrebbero essere impegnati politicamente. Impazza, naturalmente, si fa per dire, perché nel mondo contemporaneo i dibattiti di pubblica rilevanza sono ben altri. Coloro che si agitano per la necessità di incidere le molli carni di una società malata armati di penne-bisturi, tutte singolarmente organizzate attorno alla stessa agenda, rappresentano una nicchia spesso tendente all’autoreferenziale proprio quando si appella all’ universale. Non è forse, chiede la voce della nicchia, compito imprescindibile dello scrittore prendere posizione politica, anche a costo di sbagliare?
Rispondere a questa domanda è singolarmente facile: No.

Ma è un “No” in fondo pronunciato nell’interesse della penna bisturi. Se l’affilata biro chirurgica nei suoi anni migliori si dedica tipicamente ad un efficace critica del neoliberismo e dei meccanismi cannibali del capitalismo, perché fermarsi lì? Perché non dovrebbe rivolgere la sua sapidità anche verso l’imperfetta umanità di chi la critica antisistema costruisce ed imbastisce? E, magari, in un momento particolarmente epifanico, anche contro se stessa? Non dovrebbe, in quanto penna bisturi, non in quanto prezzolato reazionario, sia ben chiaro, porsi delle domande nei confronti delle narrazioni manichee della realtà tipiche degli intellettuali impegnati di ogni tempo ed ogni epoca? Dovrebbe forse far suonare qualche campanello d’allarme il fatto che i linguaggi anti-sistemici di oggi sono incredibilmente simili ai quelli dei cartoni animati degli anni Ottanta e al linguaggio, falso per definizione, del marketing? Autori che puntano alla liberazione dell’umanità tramite un’opera in quattro ristampe, benché, si capisce, sostanziose, sembrano spesso sussurrare nelle segrete stanze “il fine giustifica i mezzi”. Dovremmo avere abbastanza esperienza, giunti a questo punto della storia, per sapere come va a finire con questo genere di propositi. La penna bisturi, sempre che non voglia perdere il suo certificato di acciaio inox, non dovrebbe piuttosto vedere, sulla scorta di quel tizio che non a caso finì ad abbracciare i cavalli, cose umane ahi troppo umane laddove altri ne vedono di ideali ? Stendhal diceva che in un’opera letteraria la politica «è come un colpo di pistola nel bel mezzo di un concerto, qualcosa di rozzo». Ne faceva cioè una questione apparentemente estetica, dico apparentemente perché si può leggere quel “rozzo” anche come riferito a una mancanza di profondità esplorativa. In fondo, se proprio vogliamo dare uno scopo alla letteratura – cosa che bisognerebbe accuratamente evitare ma è un peccato che in questa sede compirò per amore di dibattito – forse è proprio questo: una narrazione della realtà che non ammette prigionieri né limiti invalicabili. Continua a leggere su IL

Porcellum: il Parlamento italiano è illegittimo?

IL RETROSCENA DEL RETROSCENA DEL RETROSCENA. VIAGGIO NEL GIORNALISMO PARLAMENTARE.

 

«Non ce la faccio più» spiega un collega giovane e sveglio che fa cronaca parlamentare da molti anni, a mo’ d’incoraggiante introduzione nel magico mondo della politica vista da vicino. Siamo seduti su un divano del Transatlantico, il luogo dove si fabbricano quelle cinque, dieci pagine dei quotidiani in cui i politici si mandano messaggi a vicenda sulla testa dei lettori. Da questo salone lungo e discretamente sfarzoso arrivano la maggior parte dei retroscena, spesso quelli più irrilevanti, visto che per comunicare le informazioni buone ed esclusive ci sono metodi migliori, strategie visionarie e clandestine come: mandare un sms. Qui lo struscio di politici, giornalisti e commessi non conosce sosta, e si confabula alacremente. La topografia del potere è abbastanza intuitiva: le figure importanti stazionano in un punto, quelle medie si coagulano attorno a loro, i cazzoni alla base della piramide sociale (io) vanno avanti e indietro.Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

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RACCONTARE – Un corso di scrittura gratuito e sexy

Si può imparare a scrivere con un corso? Intendo scrivere in modo da esprimere qualcosa di più di un’esigenza comunicativa base come:

“1. 23 etti di prosciutto crudo/3 euro e quaranta-Coop adriatica grazie e a presto”,

oppure

“stai zitto gatto del cazzo o ti prendo a ciabattate, sono le sei di mattina”,

“memeeeeeooooowwww (trad: crocchette, subito, o qualcuno morirà).”

Bè, dipende.

Sicuramente si può cercare di limitare i danni, e compatibilmente con il materiale umano provare a fare anche qualcosa di accettabile.

(Per mia madre: adesso sai perché non avrei mai potuto fare il pubblicitario.)

In genere l’aspetto più creativo dei corsi di scrittura creativa è rappresentato dalle gigantesche aspettative costruite dai reparti marketing allo scopo di giustificare rette che vanno da “costose” a “passatempo per annoiata ereditiera di oligarca russo”, per cui eviterò di chiamare così il nostro progetto, anche se alla fine si tratta almeno in parte un subdolo artificio retorico.

Quello che sto cercando di dirvi è che assieme ad Arci Ragazzi Bolzano – e con il patrocinio della provincia autonoma di Bolzano e del giornale Alto Adige– ho messo in piedi Raccontare, un percorso formativo per chi vuole provare a imparare a scrivere professionalmente.

In breve: 12 posti. Costo: zero (beccati questo Baricco).

Studieremo sia dei biechi trucchetti narrativi che alcuni aspetti pratici del mondo editoriale.  L’obbiettivo di quest’ultima parte della formazione è arrivare  in un futuro non lontano ad uscire dalle riunioni (che, spoiler alert, in questo settore si chiamano pranzi di lavoro) senza la sensazione di essere stati rispettati quanto una schiava del sesso thailandese.

In breve mi piacerebbe se alla fine di Raccontare sapeste scrivere anche solo un po’ meglio di prima e aveste un’idea un po’ più simile alla realtà riguarda alla professione dello scrittore, giusto per decidere lucidamente se immolarvi o preferire senza rimpianti quel posto in banca di cui vostra madre vi parla da sempre. Il corso sarà diviso in fiction e non fiction e potrete decidere liberamente a quale specialità dedicarvi. Ne ho parlato un po’ più estesamente qui.

Infine abbiamo preso accordi con l’Alto Adige: se dal corso uscirà un reportage degno di pubblicazione (e sarà meglio che sia così o assaggerete la mia frusta) finirà stampato sulle loro pagine.

Per partecipare a Raccontare dovete fare solo due cose:

1. Inviarci un testo di massimo 10mila battute, che può essere alternativamente o un racconto breve o un reportage da dove volete voi su quello volete voi (animali buffi inclusi ma non caldeggiati. A meno che non si tratti di diavoli della Tasmania, ovviamente).

2. Essere residenti in Alto Adige.

Assieme alle lezioni tenute dal sottoscritto avremo degli ospiti che terranno delle lectio magistralis, anche queste gratuite ma aperte anche al pubblico che non partecipa al corso (qui non controlleremo la residenza sulla carta d’identità).

Gli ospiti saranno:

Claudio Giunta, che quest’estate mentre leggevo un libro di Joan Didion mi ha quasi fatto piangere con questo pezzo, perché sul momento non mi ero accorto di quanto fossero effettivamente tremendi passaggi come:

“La tocchi – ha detto il signor Reclamation –, e io ho eseguito: per un bel pezzo sono rimasta così, con le mani sulla turbina. È stato un momento speciale, ma talmente esplicito da non suggerire altro che se stesso”

(Caro Giunta mi devi una coperta termica e un tè caldo, anche se era agosto ed ero al mare).

Il giovane (erano anni che sognavo di dirlo di qualcun altro) Luca Ravenna, tra le altre cose autore della nuova stagione di “Quelli che il calcio” ma soprattutto uno stand up comedian che mi ha fatto scoprire una nuova leva di comici italiani che non sembrano usciti da una gara di scorregge ambientata negli anni 80, un gruppo di ragazzi stranamente al passo con i tempi e di cui lui è un esponente di spicco.

Matteo Codignola, l’editor di Adelphi con cui mi sono azzuffato per “Storie dal mondo nuovo”,  l’inventore della “biblioteca minima” e l’autore di famose traduzioni, una fra tutte quella de La versione di Barney . Matteo ci parlerà dei segreti del mestiere di “fare” libri.

Chiuderà il corso Francesco Montanari attore con un curriculum infinito fra teatro cinema e tv, che i più ricordano per l’angelica interpretazione del Libanese in “Romanzo Criminale – La serie” che ci parlerà del rapporto fra autori e attori.

Per iscriversi basta cliccare qui. Fate in fretta, iniziamo il 5 dicembre.

 

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Domani alle 17 sarò alla triennale di Milano per parlare con Andrew O'Hagan del suo libro "La vita segreta" @adelphiedizioni durante #studiointriennale. Ne avevo scritto tempo fa su @TuttoLibri quitthedoner.com/andrew-ohaga…

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