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Reportage: L’epidemia di Xylella in Salento (Internazionale)

 

Narra il mito che quando Poseidone e Atena si sfidarono per il dominio sull’Attica, il primo percosse il terreno con il suo tridente e fece sgorgare dell’acqua salata, la dea invece scelse di piantare un ulivo. Quel giorno si decise a furor di popolo non solo che il nome della città destinata a sorgere in quel luogo sarebbe stato Atene – non Poseidonia e nemmeno Poseidonopoli – ma si strinse anche e soprattutto il legame tra gli antichi greci e la pianta dell’ulivo, con le sue molteplici virtù e la sua nodosa maestosità.

Nella Bibbia la fine del diluvio è annunciata dal ritorno della colomba che porta un ramo di ulivo, nell’antica Roma a capodanno i giovani bussavano alle porte dei vicini per offrire in dono rami di, indovinate un po’ di cosa, esatto, di ulivo. Dal canto mio, uno dei miei primi ricordi d’infanzia è la scena in cui mio nonno, con un analogo sebbene indubbiamente più modesto intento simbolico, pone un me di forse tre o quattro anni età, nipote cicciotto frutto di incrocio con le nordiche genti, alla guida di un aratro legato a una mula in mezzo ai suoi ulivi.

La cosa a sorpresa non degenera in incidente agricolo e articolo di cronaca sul Quotidiano di Lecce, ma sopravvivo e ne scaturisce una foto. Da qui, probabilmente, la nitidezza un po’ artefatta del ricordo. Anche se da tempo, per la mia famiglia, gli ulivi hanno smesso di rappresentare un lavoro e sono andati dispersi tra le infinite sorelle di mio padre (riproduzione endemica, ancestrale vizio delle famiglie cattoliche), ne possediamo ancora un centinaio, il che, considerato che in Salento ce ne sono undici milioni, mi rende potenziale ereditiero dello 0,009 per cento del patrimonio olivicolo leccese. Al lordo delle mie, di sorelle.

Oggi queste piante si trovano dentro la cosiddetta zona infetta dal batterio xyllela, la peste degli ulivi arrivata probabilmente su una pianta ornamentale dalla Costa Rica. Ho imparato percorrendo il Salento in lungo e in largo che xylella e quello che ci gira attorno sono questioni molto complesse, ma due punti preliminari vanno chiariti subito: il primo è che per il batterio da quarantena al momento non esiste una cura e non si intravvede nemmeno la possibilità di raggiugerne una a breve termine. Il secondo è che zona infetta non significa che tutti gli alberi siano infetti, ma che la provincia di Lecce è stata definita dalle autorità zona dove non ci si aspetta più di riuscire a eradicare il batterio perché ormai l’infezione è troppo diffusa.

Non è quindi solo con lo spirito del cronista ma anche con quello del nipote che vede minacciate le proprie radici e quello del microproprietario terriero afflitto dalle circostanze avverse, che raggiungo il Salento in auto con mio padre: io per capire cos’è esattamente xylella, quanto è grave la situazione, cosa si può fare, lui per curare i suoi ulivi, per il momento ancora sani, come fa regolarmente da quando tanti anni fa ha lasciato il sud.

Per raggiungerli attraversiamo una Lecce il cui viale dell’Università è stranamente al buio, involontaria anticipazione del clima di lutto che si respira per le strade.

Un lutto in larga parte inespresso, strisciante, nascosto sotto la narrazione dominante sui mass media, classici, online e social, che è quella del complotto. Su facebook riscuotono like, la nuova unità di misura della verità, a migliaia, gli appelli di guaritori, dell’insospettabile agronoma Sabina Guzzanti, del noto scienziato in forza ai Sud Sound System Nandu Popu, dei comitati più disparati che si diffondono sul territorio al diffondersi della malattia, e di fantomatici untori, dai più classici a quelli che esprimono un maggior grado di delirio, a sentire l’internet è tutta colpa della Monsanto, degli alieni, dei baresi, delle catene inglesi di alberghi o, come ha sostenuto un sito cattolico, di un dio che prende una deriva da antico testamento e si appresta a punire il suo popolo per le sue manchevolezze morali, o chissà, viene il sospetto, per aver votato un presidente di regione omossessuale.

Più grave ancora dell’immaginifica caccia all’untore è la negazione della malattia, perché agevola la diffusione dell’epidemia. Una parte importante del Salento oggi è paragonabile a un malato quasi terminale, che invece di percorrere la strettissima e complicata via per combattere la diffusione del morbo, strada resa ancora più angusta da uno stato che non mette sul tavolo i soldi necessari, si rivolge a maghi e sciamani, come da peggiore tradizione italica.
Se lutto c’è, qui siamo ancora largamente nella fase di negazione, un rifiuto figlio di pregiudizi antichi veicolati con i mezzi digitali del nostro tempo. Il risultato è un terreno paludoso in cui le istituzioni preposte a gestire l’emergenza annaspano visibilmente.

L’unica fragile barriera, frutto di lunghe trattative e compromessi, che le istituzioni hanno provato a porre al diffondersi dell’epidemia è stato il piano del commissario Silletti, reso pubblico proprio durante i giorni del mio viaggio in Salento, e che oggi, a poche settimane di distanza, mentre sistemo le ultime righe di questo reportage, è bloccato dal tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio. Il pronunciamento arriva poco dopo una nuova decisione in sede europea, proprio alla vigilia dell’entrata nella seconda, fondamentale, parte delle operazioni fitosanitarie. Per capire cosa significhi tutto questo è necessario tornare a quei giorni in cui il piano era appena stato approvato, e io mi aggiravo tra gli ulivi salentini. Continua a leggere su Internazionale

 

 

 

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UNA MODESTA PROPOSTA: SOPPALCHIAMO IL SALENTO

(La spiaggia di Torre dell’Orso il 15 agosto 2016)

(dal Nuovo Quotidiano di Puglia- Lecce del 19.08.2016)

Il 15 agosto ho osservato la spiaggia di Torre dell’orso dall’alto, era circa l’una di pomeriggio, gli ombrelloni s’infilavano inesorabili fino alla pineta e nessuno, nemmeno un chirurgo, sarebbe riuscito ad aggiungerci un altro spillo. Poco più in là, a Roca, la piscina naturale della Poesia, altra icona salentina, ricordava una di quelle foto di cinesi in ferie al fiume uno accanto all’altro, a contatto praticamente epidermico. Può darsi che nascano interessanti e inaspettate storie d’amore- o delle epidemie- ma di fronte a queste scene mi sembra chiaro che per sostenere ulteriormente il modello di sviluppo turistico “a branco di Gnù” che il Salento ha imboccato negli ultimi anni servono delle innovazioni tecnologiche.È assolutamente necessario per poter continuare ad celebrare ogni anno aumenti del 10, 20, 30, mille mila per cento delle presenze, anche senza l’aiuto dei peggiori, ma fra i più efficaci, tour operator della storia: i fondamentalisti islamici.

Si tratta quindi di essere creativi. Propongo quindi come prima cosa di soppalcare le spiagge, in questo modo non solo si raddoppierebbe la capienza ma si risparmierebbe in ombrelloni, perché al piano terra non ce ne sarebbe bisogno, mentre chi volesse prendere il sole potrebbe salire al piano superiore con delle comode scale a chiocciola che per ridurre l’impatto ambientale realizzerei in alluminio anodizzato, materiale molto amato dalle tartarughe che nidificano da queste parti.

Potrebbe rimanere scomodo raggiungere il mare e, una volta giunti al bagnasciuga, farsi largo fra i bagnanti fino a riuscire ad aprire le braccia e nuotare. Per risolvere questo problema propongo l’istituzione di comode catapulte che scaglino i turisti verso le boe dei trecento metri, ottimizzando così lo spazio balneabile. Certo si dovrebbero prevedere esenzioni per gli anziani e malati di cuore, ma pensiamo per un istante anche al divertimento per i più piccoli, sempre affamati di tuffi. Senza considerare che poi il caratteristico rumore di catapulta – e di bagnante in volo-, all’incirca “CLONK-uarruahrhegrgghhhhh” potrebbe diventare la rilassante colonna sonora dell’estate.

Risolto così il problema delle spiagge pensiamo anche ad intrattenere il turista quando non sta sguazzando. A Ibiza, tedeschi e inglesi di tutte le età si riuniscono sulle spiagge per contemplare il tramonto e alla fine applaudono come un italiano all’atterraggio di un volo Ryanair. Per un turista nordico un tramonto sul mediterraneo è un evento raro e prezioso, seguendo questo principio di scarsità e declinandolo in accezione salentina, propongo l’istituzione di contemplazioni collettive di parcheggi liberi. Gruppi di persone che fissino a lungo qualche anfratto da cui sembra uscire una famiglia in 500. Mentre i nord europei alle Baleari applaudono il sole inabissato, qui si potrebbe concludere il rito con un catartico e collettivo “CHE STAI USCENDO?”.

Infine servono creatività e valorizzazione delle differenze. Pochi giorni fa cenando con amici in un noto ristorante del centro di Lecce, abbiamo ricevuto l’antipasto dopo le portate e, non essendo gli unici ad aver subito questa sorte, abbiamo anche assistito a plateali strigliate del proprietario al personale. Ora tutto questo può diventare una risorsa: immaginiamo campagne pubblicitarie internazionali ( una volta vidi- davvero- i faraglioni delle due sorelle in una stazione della metropolitana di New York) con il claim “Salento: genio e sregolatezza” oppure “Lecce, sovvertiamo l’ordine” e nell’immagine copiosi antipasti serviti ad un tavolo dove giacciono lische di pesce o ossa di costate ormai rosicchiate. Per coloro che si affidassero ancora alle guide turistiche e non ai sistemi di rating online, si potrebbero contattare gli editori per inserire specchietti culturali:
“L’urlo-Antica usanza. Apparentemente le proteste a voce alta del proprietario di un locale contro il suo personale sembrano una pezza peggiore del buco ma in Salento sono al contrario un portato ed una preziosa eredità dei borbonici “moti del fornello” violenti e caratteristici tenzoni fra i lavoratori delle cucine che, brandendo spiedi e coltellacci, si sfidavano fino alla morte di uno dei contendenti per decidere con quali contorni servire quel giorno il pesce. Era un periodo in cui la mortalità dei camerieri era particolarmente alta”. Insomma cari amici creiamo valore aggiunto, rimpolpiamo il substrato culturale o questa magnifica crescita infinita potrebbe concludersi e, dio non voglia, il Salento potrebbe tornare un giorno ad essere un posto dove quando vai in spiaggia vedi il mare.

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Lo scontro tra giustizia e scienza sulla xylella in Puglia (Internazionale)

Qualche giorno fa la procura di Lecce ha disposto il sequestro degli ulivi infettati dal batterio della xylella in Puglia destinati allo sradicamento nel tentativo di contenere il contagio, e ha indagato dieci persone, compreso il commissario speciale e alcuni ricercatori.

A ottobre lavorando per una rivista svizzera ero salito con due ricercatori dell’università di Bari e Joseph Marie Bové – uno dei più importanti botanisti del mondo, membro dell’accademia delle scienze di Parigi e maggior esperto mondiale della xylella degli agrumi – su un piccolo promontorio non molto lontano da Gallipoli. Da lì sopra il colpo d’occhio è qualcosa che difficilmente si scorda, una distesa di ulivi secchi, cuspidi grigie e spettrali, che si estende fino all’orizzonte. Dopo aver percorso in auto la zona dei primi focolai, Bové, una persona che per carattere ed età avanzata non le manda certo a dire, ha sentenziato: “Oggi questa è la peggior emergenza fitosanitaria al mondo”.

Più tardi, durante la visita in un campo, qualcuno gli ha riferito che una larga fetta dell’opinione pubblica non credeva ancora che il batterio xylella fosse la causa primaria del disseccamento, pensava piuttosto che ci fosse sotto un qualche tipo di complotto. Bovè allora ha sussurrato alcuni incredible con il suo inglese con un forte accento francese e infine ha scosso la testa torvo e ha chiesto: “Davvero pensano questo nel 2015?”. Davvero. (Continua a leggere su Internazionale)

Intervista Serpico

«Ehi, vaffanculo» sono le prime affettuose parole, in italiano, che mi rivolge Frank Serpico, quando mi vede arrivare sull’auto a noleggio. Poi scoppia a ridere. L’uomo che ha cambiato la storia del dipartimento di Polizia di New York, diventando così il più famoso simbolo mondiale della lotta alla corruzione, è un vecchietto magro in occhiali da sole. Se ne sta seduto con un sorriso sornione al tavolino di un piccolo diner sull’Hudson, ed è incazzato perché sono in ritardo.

Qualche ragione ce l’ha, anche se è stato lui a cambiare luogo dell’incontro poche ore prima, dopo giorni di chiamate, messaggi, mail, domande, dubbi. Anche se per tutto il tempo Frank non ha mai smesso di essere cortese, non capivo bene dove finisse la paranoia e dove iniziasse il personaggio, ma sapevo anche che alla fine le interviste le concede quasi sempre. Nella contrattazione a un certo punto si è aperto uno spiraglio.

«Mercoledì mi hanno invitato all’Onu,» mi ha detto al telefono «ma non so se ho voglia di andarci, sono tutti corrotti anche lì».

(CONTINUA  SU STORIE DAL MONDO NUOVO (ADELPHI))

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Reportage: I PROBLEMI SONO ALTRI

 

Il nome è la religione dei graffiti.

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Stringo il cappuccio della felpa e respiro l’odore chimico della bomboletta, una Montana hardcore, più di quindici anni dopo la fine della mia brevissima e mai particolarmente convinta carriera di writer. Avrò avuto sì e no sedici anni, e l’episodio culminante di quella breve epoca fu la fuga da una Punto piena di poliziotti in borghese. Eravamo tre, io scappai in bici prendendo in pieno un marciapiede alto trenta centimetri a quaranta all’ora e distrussi il cerchione davanti senza che questo riuscisse a fermarmi. Uno dei miei amici girato l’angolo si lanciò a pesce dentro un bidone dell’immondizia, mentre l’altro, quello più scuro (i casi della vita), venne fermato. O meglio, si lanciarono tutti su di lui, facilitandoci la fuga. Per sua fortuna venne fuori che era l’antidroga. Pensavano fossimo spacciatori e quando videro il graffito, un orribile puppett dai tratti che volevano essere loschi e gangsta, ma erano soprattutto brutti, si misero a ridere.

In compenso ancora oggi mio padre, che ignora la storia, sostiene che rompo le bici: «Come quando hai distrutto un cerchione perché sei troppo pigro per scendere quando incontri un marciapiede». Dopo tutto questo tempo potrei raccontargli la verità, ma in fondo sarebbe troppo faticoso, il che in un senso più ampio gli dà ragione.

Rispetto a quell’epoca d’incoscienza adolescenziale e pedalate adrenaliniche, l’operazione in cui mi ritrovo nell’autunno del 2014 ha più spiccati caratteri militari. Assieme a un writer e a un fotografo stiamo saltando dalla massicciata di un ponte direttamente dentro un deposito di Trenitalia, e tutto quello che riesco a pensare è un titolo, “Giornalista rimane paralizzato durante un servizio sul writing”. Eppure l’unico modo per entrare è quello. Marco, che ovviamente non si chiama davvero così, ha preparato tutto nei dettagli. Ha vent’otto anni, per sua stessa ammissione tanti per un writer ancora in attività sui treni. Siamo nella sua yard, e una delle richieste per acconsentire a farsi accompagnare è stata la riservatezza assoluta sul nome della città, Basti quindi dire che siamo nella pianura Padana. Dopo nemmeno dieci minuti Marco ha finito di tracciare il perimetro del pezzo, e si appresta a cominciare il riempimento. Con lo sfondo, la ridefinizione dei contorni a negativo e i riflessi, ci vorranno altri venti minuti buoni. Molto più tempo che c’è voluto per arrivare fino a qua, sui binari alle spalle di un writer in azione.

È iniziato tutto un paio di mesi prima. Chi non lavora per i giornali forse immagina che il reclutamento di un nuovo autore passi da una serie di auliche conversazioni su come giungere ad un’apollinea convergenza fra letteratura e informazione,e soddisfare così un pubblico ugualmente avido di novità e sperimentazione. Nella realtà le cose sono più sbrigative e brutali, simili a un dialogo fra idraulici. Idraulici cresciuti da un branco di lupi. Continua su STORIE DAL MONDO NUOVO ( ADELPHI)

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