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TINDER E LA DISSIPAZIONE DELL’ENERGIA

 

Ad ogni passaggio di livello trofico si perde approssimativamente il 90% dell’energia proveniente dal sole: quanta permette di risparmiarne Tinder e a che prezzo?

La natura non tende all’inazione ma non sembra apprezzare nemmeno gli sforzi eccessivi,  la struttura della vita segue soprattutto un principio: ottimizzare le risorse. Non per produrre di più (il surplus è roba da esseri umani decadenti, il che comunque è ok se un giorno volete poter usare degli antibiotici) quanto per la mera sopravvivenza.

Questo è solo uno dei tanti insegnamenti che si possono trarre dal dettagliatissimo, e divertente, L’ingegneria degli animali di Mark Denny e Alan McFadzean , un’indagine ingegneristica attorno alle strutture, le reti e le logiche insite nella vita sulla terra. Quali sono i modi diversi in cui animali di varie taglie gestiscono il calore? Come fa esattamente a muoversi una lumaca? Cosa rende un lupo un killer efficiente? Secondo quali esigenze animali diversi hanno sviluppato scheletri diversi?

Il libro inoltre illumina alcune questioni di fondamentale importanza per la vostra vita professionale e affettiva come ad esempio “quanto è infernale la vita di un colibrì?”. Soprattutto però, mette appunto in chiaro la costante propensione della natura all’ottimizzazione delle risorse, anche, e forse soprattutto, là dove i meccanismi ambientali sono ostili o semplicemente inefficienti.

Perdendo energia.

 Tanto per fare un esempio, ad ogni passaggio di livello trofico si perde approssimativamente il 90% dell’energia proveniente dal sole: le piante con la fotosintesi sono in grado di assorbire solo il 10% dell’energia presente nell’atmosfera e passano la stessa quota della propria energia agli erbivori e, ancora, la medesima proporzione regola il trasferimento fra questi ultimi e i carnivori. Questa dispersione avviene per via del secondo principio della termodinamica e per una serie d’inefficienze diffuse, ad esempio lo stesso atto di digerire gli amici del livello trofico inferiore dopo esserseli mangiati richiede una certa quota di energia.

Spostarsi costa a sua volta energia, e non tutte le specie hanno la stessa efficienza nel ciondolare in giro per il loro ambiente. Un giovanissimo Steve Jobs lesse uno studio su Scientific American che confrontava diversi animali proprio da questo punto di vista: il più efficiente nei movimenti era il Condor, l’uomo navigava a metà classifica, come un Bologna F.c. qualsiasi. Però l’uomo balzava primo in classifica se solo si muniva di bicicletta (il sorpasso a mezzo tecnologico sul condor è un fatto sul cui valore simbolico forse non ci si è interrogati abbastanza). Da quel giorno in poi Jobs dice di aver sempre pensato al computer come ad una “bicicletta della mente”.

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Nella foto un animale che non avrebbe avuto speranze contro Girardengo

C’è però anche un altro possibile approccio al problema, più in linea con l’età del software. Gli esseri viventi, che siano volpi o umani, si spostano principalmente per due motivi:

  1. Procurarsi del cibo. In senso lato per gli uomini, perché oltre al cibo tendono a procurarsi anche beni di altro tipo come case, vestiti, automobili o biciclette a scatto nel caso di esemplari che sembrano aver subito danni neurologici. Il meccanismo che regola la loro società è illustrato brillantemente qui
  2. Accoppiarsi. Questo rimane sostanzialmente uguale, anche se le volpi usano probabilmente meno deodorante e per i rituali d’accoppiamento preferiscono i boschi ai “distretti enogastronomici” .

Una volpe pigmea americana che dobbiamo supporre non bici-munita, consuma secondo Denny e McFadzean, circa il 20% della sua energia per le sue peregrinazioni, una parte importante delle quali va senza dubbio via nella ricerca di volpine compiacenti e inclini alla prosecuzione della specie. Il suo collega bipede, l’homo sapiens sapiens, il cui accoppiamento è sottoposto a una serie più stringenti di vincoli per via di alcune peculiarità tipiche della sua specie come il linguaggio, la complessità della sua organizzazione sociale e la cifra residua sul conto in banca, può consumare ancora più di energie nella ricerca di un partner, senza per altro essere altrettanto vincolato alla riproduzione in caso di successo.

A ben guardare però una bici con cui muoversi di bar in bar in cerca di un partner può non rappresentare un fattore risolutivo se, ad esempio, l’uomo in questione si esprime a grugniti, indossa calzini bianchi o utilizza approcci fin troppo pragmatici come “Ciao, hai già scopato oggi?”.

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La volpe di Facebook avrebbe causato confusione teorica in Steve Jobs

 

Ottimizzare.

Qui però, al netto del fatto che due trucchi li dovete imparare comunque e presupponendo che per qualche motivo non vogliate ricorrere alla prostituzione o a mezzucci infimi ma pur sempre efficaci come scrivere libri, impegnarvi in politica o insegnare all’università, interviene l’app Tinder che suggerisce una rivoluzione copernicana: non usare mezzi più efficienti per spostarsi ossessivamente da un potenziale ritrovo di partner sessuali ad un altro, annuendo nel mentre a discorsi di cui chiaramente non ve ne fotte un cazzo, ma scrollare comodamente da casa le foto di eventuali vittime, chattarci guardando gli highlights dell’Nba fino a quando non raggiungete con una o più di esse un accordo di massima (ah, anche tu trovi True detective così intenso?) e solo allora utilizzare energia animale, ciclistica, rinnovabile, fossile o delle buone intenzioni referendarie per raggiungere l’obbiettivo, ottenendo, al netto di una percentuale ineliminabile di profumiere in psicoanalisi dalla pre-adolescenza –detta variabile pf–, un risultato sostanzialmente sicuro. All’improvviso agitarsi per ore sotto cassa sembra un’attività molto meno necessaria.

Anche questa è organizzazione delle risorse, anzi è una peculiarità tipica delle reti informative, un tipo di organizzazione che prima ancora di rendere più efficiente un viaggio s’interroga sull’opportunità d’intraprenderlo. È anche il tipo di sviluppo tecnologico che ci ha fatto passare da un futuro che immaginavano munito di teletrasporto o almeno di auto volanti ad un presente dove chini sugli schermi degli smartphone si aspetta che arrivi la pizza ordinata dal ristorante sotto casa.

Viaggiano i dati e ci si muove il meno possibile, ci si avvicina, cioè, allo stile di vita dei Condor. Il potenziale di questo tipo di organizzazione che meno sì offre alla fantascienza e alle avventure interplanetarie, mi è divenuto pienamente chiaro solo quando un amico, noto nell’era analogica come ( uso qui un termine scientifico forse un po’ complesso ma necessario alla trattazione) proverbiale scacciafiga, mi ha illustrato le sue ultime conquiste sul suo telefono e subito dopo mi ha mostrato alcune delle risorse disponibili nel luogo dove ci trovavamo.

Eravamo con un gruppo di amici su una piccola isola siciliana, per giunta fuori stagione, un ambiente in cui in un contesto predigitale le probabilità di accoppiamento del mio amico, già di per sé antologicamente basse in una megalopoli retta da un regime politico fondato sul poliamore, sarebbero state ragionevolmente esprimibili con un numero negativo. Anche senza considerare che il mio amico è un alcolizzato basta infatti considerare alcuni fattori debilitanti come il controllo sociale e la necessaria limitatezza del bacino potenziale in un luogo come quello.

Eppure Tinder offriva opzioni, e nemmeno poche, persino lì. Fino a quel momento avevo volato ad 10mila metri di quota, videochiamato casa da 7mila chilometri di distanza, provato i Google glass, fatto complessi esami clinici, sfrecciato su autostrade deserte, costruito una carriera professionale grazie anche alla circolazione in tempo reale di informazioni digitali all’interno di una rete globale, ma non avevo ancora capito quanto la tecnologia potesse essere davvero utile. Intendo cioè per cose che contano davvero. (scopare>risonanza magnetica)

In quel momento il luccichio inedito negli occhi dell’amico former pussy away driver (traduzione via http://www.wordreference.com/iten/scacciare ) sembrava dire “Capisci, ora il mio impiego dell’energia solare è più efficiente!” con il tipico movimento della mano a stantuffo che in ogni cultura è il simbolo informale per “passaggio di energia fra livelli trofici”.

Non puoi cambiare la natura, solo peggiorarla.

Era tutto vero, ed era anche molto significativo. Attraverso il gioco dei grandi numeri chiunque, persino un F.P.A.D, poteva svoltare ottimi risultati, l’unico limite fisico sembrava essere diventato la rapidità delle dita sui tasti. Oh che magnifica società!

Ma, come in uno di quei film post apocalittici dove la natura sotto forma di alberi, cespugli e animali esotici riconquista inesorabile le metropoli abbandonate, la lotta per la vita ha fatto ritorno in tutta la sua gerarchica brutalità con i suoi esemplari alpha e omega, attraverso l’algoritmo di Tinder che ha implementato il cosiddetto ELO score. Di fatto si tratta di un valore segreto, ma non per questo meno determinante, derivato in massima parte dalla propria storia all’interno del servizio. In parole povere più siete richiesti (e matchati) più vi è permesso di vedere potenziali obbiettivi. Alla lunga se proprio nessuno vi vuole, il sistema vi mostrerà solo profili simili al vostro, il che naturalmente si configura come lo spasso definitivo.

“Fai cagare”

“Anche tu”

“Aperitivo verso le 7?”’

“Ok”

L’obbiettivo è abbreviare il tempo speso ad alimentare speranze illusorie ( e a scartare cessi) all’interno dell’app, l’algoritmo farà quindi per voi buona parte della scelta comportandosi come un organizzatore di matrimoni combinati assicurandosi, che non vi siano riproposte possibilità simili a quelle che avete già miseramente fallito in passato. Questa tecnologia si prodiga silenziosa, segreta e inesorabile affinché i belli rimangano protetti dalle molestie dei brutti e per molestie s’intende “dalla vista”.

Insomma un metodo gerarchico, brutale, inesorabile e molto più rigido e irreversibile della già sicuramente non tenera selezione naturale: stiamo parlando pur sempre di silicio, materiale che obbedisce ciecamente agli ordini come non fa nessun omologo in carne ed ossa, nemmeno tedesco.

La selezione naturale inoltre prende in considerazione anche altre variabili oltre alle tre vostre migliori foto su facebook, giusto per fare un esempio immediatamente comprensibile a chi lavora in ambito culturale, immaginate di essere l’orrido leader dal volto deforme di una tribù che ha appena sterminato la minacciosa tribù vicina, le donne del vostro clan farebbero a gara per leccare dalla vostra pelle il sangue degli infanti dell’altro clan che avete trucidato a mani nude e mangiato crudi intonando lugubri canzoni di Laura Pausini ( mi piace aggiungere particolari poetici agli esempi).

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editor di una nota casa editrice

Purtroppo una superiore abilità nello sterminio e nella masticazione della prole dei vostri antagonisti ambientali risultano caratteristiche difficilmente esprimibili su Tinder, che in questo modo limita radicalmente il ventaglio di variabili da cui passano le vostre chance nella lotta per la prosecuzione della specie.

L’algoritmo selettivo, riducendo la competizione per l’eiaculazione in compagnia a una faccenda di scuole private (assieme all’algoritmo sono state inserite anche educazione e posto di lavoro) e barbute faccette inoffensive, la rende un misto di eugenetica e perbenismo da due soldi. Il mio consiglio professionale è quindi il seguente: dichiarategli deliberatamente guerra e, se necessario, andate pesantemente di Photoshop.

Non temete neppure di ritoccare un po’ le informazioni non è ingannare, è contrastare con intelligenza le dinamiche inefficienti della dissipazione dell’energia, e questo in un senso difficilmente contestabile significa fare rientrare nella lotta per la riproduzione la caratteristica che distingue tutti gli uomini, esclusi naturalmente i vegani, dagli altri animali: l’intelligenza, appunto.

Qualcosa su cui la segreta ingegneria della vita non potrebbe che essere d’accordo.

 

 

 

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L’epidemia senza fine (IL magazine – Sole 24 ore)

Da oggi il pezzo della coverstory di IL è anche online

L’Audi A4 di Giovanni Melcarne è un ufficio di guerra in movimento. Le cuffie bianche dell’iPhone perennemente nelle orecchie, risponde ai giornalisti, coordina amici e collaboratori, inizia le frasi in italiano e le chiude in dialetto, esorta, avanza letture dei fatti e dei comportamenti («Tie nu l’hai capito allora ca qhiddru sempre così face»), propone strategie, poi con due dita chiude la chiamata e riprende il discorso che stavamo facendo senza perdere il filo. Fuori dai finestrini c’è il suo campo di battaglia: le distese di ulivi dissecati dal batterio Xylella nel Sud-Ovest del Salento. Quella di Melcarne è una guerra per la sopravvivenza insieme personale e collettiva: salvare gli ulivi, la sua azienda e il consorzio di cui è presidente, quello dell’olio Dop Terra d’Otranto, un prodotto che deve essere fatto al 60 per cento di Cellina di Nardò e Ogliarola, le due varietà d’ulivo tipiche del territorio e che a oggi sono anche quelle più pesantemente colpite dal batterio.

Mi accorgo che il contachilometri dell’auto segna 487mila. Non ho mai visto un’auto con mezzo milione di chilometri. Quando glielo faccio notare Melcarne ride: «Li ho fatti quasi tutti negli ultimi anni, da quando è iniziata l’epidemia». Da tre anni Giovanni cerca di convincere il maggior numero possibile di persone che il problema non è serio, è serissimo, e il Salento senza la monocoltura dell’ulivo non solo non avrà quasi più un settore agricolo, ma si trasformerà nel giro di qualche anno in un deserto di terra rossa pieno di lapidi di legno, ben poco attraente anche per i turisti, altro comparto fondamentale per l’economia della zona.

Xylella è un batterio incurabile che s’insedia nel sistema linfatico delle piante ostruendolo fino a farle seccare. Si diffonde tramite un vettore, la cicalina sputacchina. Gli ulivi, una volta infetti, rimangono asintomatici per una fase che dura all’incirca un anno e mezzo, un periodo in cui sembrano in forma smagliante ma in realtà sono già un deposito di inoculo e fanno quindi da base per l’infezione degli alberi vicini, come una sorta di zombie vegetali. Per questo i protocolli internazionali richiedono l’abbattimento degli alberi infetti e di quelli nelle immediate vicinanze. Strategie di eradicazione che comprendano – oltre al controllo del vettore tramite trattamenti e buone pratiche agricole – gli sradicamenti degli alberi sono la norma quando patogeni pericolosi arrivano su un nuovo territorio. In Australia per un fungo del banano sono state sradicate le piante nel raggio di un chilometro da quelle infette, in Canada per il plum pox virus l’area fu di 500 metri. In Francia, dove recentemente è comparsa un’altra sottospecie di Xylella, si stanno seguendo le procedure internazionali, sradicamenti compresi, e non ci sono notizie di proteste. Nel Salento, al contrario, il concetto apparentemente non molto complicato che per salvare gli 11 milioni di alberi della provincia (senza contare quelli nel resto della Puglia e dell’Italia e del bacino mediterraneo) dall’infezione del batterio senza cura ci sarebbe stato bisogno di abbattere quelli malati non è mai passato presso la popolazione, né presso i politici e nemmeno, almeno per i primi due anni della crisi, presso le associazioni di categoria. Così, nel giro di un paio di anni, il Salento è diventato “Zona infetta”, dove non si prova nemmeno più a eradicare il batterio. La notizia fu accolta da molti con gioia, anche se di fatto equivaleva a una lenta ma inesorabile condanna a morte di tutti gli alberi della provincia. Da quando seguo questa storia ho imparato a conoscere il riso amaro di Melcarne quando racconta aneddoti su quello a cui ha assistito, come una riunione di un’associazione di categoria in cui dal pubblico a un certo punto qualcuno si alzò per dire: «Io tengo un libro di cure giapponese di 1.000 pagine, e vuoi che in 1.000 pagine non c’è manco una cura per Xyella?».

(Continua a leggere su IL)

il cartaceo del n.89 è ancora in edicola fino a metà ottobre:

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Reportage: L’epidemia di Xylella in Salento (Internazionale)

 

Narra il mito che quando Poseidone e Atena si sfidarono per il dominio sull’Attica, il primo percosse il terreno con il suo tridente e fece sgorgare dell’acqua salata, la dea invece scelse di piantare un ulivo. Quel giorno si decise a furor di popolo non solo che il nome della città destinata a sorgere in quel luogo sarebbe stato Atene – non Poseidonia e nemmeno Poseidonopoli – ma si strinse anche e soprattutto il legame tra gli antichi greci e la pianta dell’ulivo, con le sue molteplici virtù e la sua nodosa maestosità.

Nella Bibbia la fine del diluvio è annunciata dal ritorno della colomba che porta un ramo di ulivo, nell’antica Roma a capodanno i giovani bussavano alle porte dei vicini per offrire in dono rami di, indovinate un po’ di cosa, esatto, di ulivo. Dal canto mio, uno dei miei primi ricordi d’infanzia è la scena in cui mio nonno, con un analogo sebbene indubbiamente più modesto intento simbolico, pone un me di forse tre o quattro anni età, nipote cicciotto frutto di incrocio con le nordiche genti, alla guida di un aratro legato a una mula in mezzo ai suoi ulivi.

La cosa a sorpresa non degenera in incidente agricolo e articolo di cronaca sul Quotidiano di Lecce, ma sopravvivo e ne scaturisce una foto. Da qui, probabilmente, la nitidezza un po’ artefatta del ricordo. Anche se da tempo, per la mia famiglia, gli ulivi hanno smesso di rappresentare un lavoro e sono andati dispersi tra le infinite sorelle di mio padre (riproduzione endemica, ancestrale vizio delle famiglie cattoliche), ne possediamo ancora un centinaio, il che, considerato che in Salento ce ne sono undici milioni, mi rende potenziale ereditiero dello 0,009 per cento del patrimonio olivicolo leccese. Al lordo delle mie, di sorelle.

Oggi queste piante si trovano dentro la cosiddetta zona infetta dal batterio xyllela, la peste degli ulivi arrivata probabilmente su una pianta ornamentale dalla Costa Rica. Ho imparato percorrendo il Salento in lungo e in largo che xylella e quello che ci gira attorno sono questioni molto complesse, ma due punti preliminari vanno chiariti subito: il primo è che per il batterio da quarantena al momento non esiste una cura e non si intravvede nemmeno la possibilità di raggiugerne una a breve termine. Il secondo è che zona infetta non significa che tutti gli alberi siano infetti, ma che la provincia di Lecce è stata definita dalle autorità zona dove non ci si aspetta più di riuscire a eradicare il batterio perché ormai l’infezione è troppo diffusa.

Non è quindi solo con lo spirito del cronista ma anche con quello del nipote che vede minacciate le proprie radici e quello del microproprietario terriero afflitto dalle circostanze avverse, che raggiungo il Salento in auto con mio padre: io per capire cos’è esattamente xylella, quanto è grave la situazione, cosa si può fare, lui per curare i suoi ulivi, per il momento ancora sani, come fa regolarmente da quando tanti anni fa ha lasciato il sud.

Per raggiungerli attraversiamo una Lecce il cui viale dell’Università è stranamente al buio, involontaria anticipazione del clima di lutto che si respira per le strade.

Un lutto in larga parte inespresso, strisciante, nascosto sotto la narrazione dominante sui mass media, classici, online e social, che è quella del complotto. Su facebook riscuotono like, la nuova unità di misura della verità, a migliaia, gli appelli di guaritori, dell’insospettabile agronoma Sabina Guzzanti, del noto scienziato in forza ai Sud Sound System Nandu Popu, dei comitati più disparati che si diffondono sul territorio al diffondersi della malattia, e di fantomatici untori, dai più classici a quelli che esprimono un maggior grado di delirio, a sentire l’internet è tutta colpa della Monsanto, degli alieni, dei baresi, delle catene inglesi di alberghi o, come ha sostenuto un sito cattolico, di un dio che prende una deriva da antico testamento e si appresta a punire il suo popolo per le sue manchevolezze morali, o chissà, viene il sospetto, per aver votato un presidente di regione omossessuale.

Più grave ancora dell’immaginifica caccia all’untore è la negazione della malattia, perché agevola la diffusione dell’epidemia. Una parte importante del Salento oggi è paragonabile a un malato quasi terminale, che invece di percorrere la strettissima e complicata via per combattere la diffusione del morbo, strada resa ancora più angusta da uno stato che non mette sul tavolo i soldi necessari, si rivolge a maghi e sciamani, come da peggiore tradizione italica.
Se lutto c’è, qui siamo ancora largamente nella fase di negazione, un rifiuto figlio di pregiudizi antichi veicolati con i mezzi digitali del nostro tempo. Il risultato è un terreno paludoso in cui le istituzioni preposte a gestire l’emergenza annaspano visibilmente.

L’unica fragile barriera, frutto di lunghe trattative e compromessi, che le istituzioni hanno provato a porre al diffondersi dell’epidemia è stato il piano del commissario Silletti, reso pubblico proprio durante i giorni del mio viaggio in Salento, e che oggi, a poche settimane di distanza, mentre sistemo le ultime righe di questo reportage, è bloccato dal tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio. Il pronunciamento arriva poco dopo una nuova decisione in sede europea, proprio alla vigilia dell’entrata nella seconda, fondamentale, parte delle operazioni fitosanitarie. Per capire cosa significhi tutto questo è necessario tornare a quei giorni in cui il piano era appena stato approvato, e io mi aggiravo tra gli ulivi salentini. Continua a leggere su Internazionale

 

 

 

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UNA MODESTA PROPOSTA: SOPPALCHIAMO IL SALENTO

(La spiaggia di Torre dell’Orso il 15 agosto 2016)

(dal Nuovo Quotidiano di Puglia- Lecce del 19.08.2016)

Il 15 agosto ho osservato la spiaggia di Torre dell’orso dall’alto, era circa l’una di pomeriggio, gli ombrelloni s’infilavano inesorabili fino alla pineta e nessuno, nemmeno un chirurgo, sarebbe riuscito ad aggiungerci un altro spillo. Poco più in là, a Roca, la piscina naturale della Poesia, altra icona salentina, ricordava una di quelle foto di cinesi in ferie al fiume uno accanto all’altro, a contatto praticamente epidermico. Può darsi che nascano interessanti e inaspettate storie d’amore- o delle epidemie- ma di fronte a queste scene mi sembra chiaro che per sostenere ulteriormente il modello di sviluppo turistico “a branco di Gnù” che il Salento ha imboccato negli ultimi anni servono delle innovazioni tecnologiche.È assolutamente necessario per poter continuare ad celebrare ogni anno aumenti del 10, 20, 30, mille mila per cento delle presenze, anche senza l’aiuto dei peggiori, ma fra i più efficaci, tour operator della storia: i fondamentalisti islamici.

Si tratta quindi di essere creativi. Propongo quindi come prima cosa di soppalcare le spiagge, in questo modo non solo si raddoppierebbe la capienza ma si risparmierebbe in ombrelloni, perché al piano terra non ce ne sarebbe bisogno, mentre chi volesse prendere il sole potrebbe salire al piano superiore con delle comode scale a chiocciola che per ridurre l’impatto ambientale realizzerei in alluminio anodizzato, materiale molto amato dalle tartarughe che nidificano da queste parti.

Potrebbe rimanere scomodo raggiungere il mare e, una volta giunti al bagnasciuga, farsi largo fra i bagnanti fino a riuscire ad aprire le braccia e nuotare. Per risolvere questo problema propongo l’istituzione di comode catapulte che scaglino i turisti verso le boe dei trecento metri, ottimizzando così lo spazio balneabile. Certo si dovrebbero prevedere esenzioni per gli anziani e malati di cuore, ma pensiamo per un istante anche al divertimento per i più piccoli, sempre affamati di tuffi. Senza considerare che poi il caratteristico rumore di catapulta – e di bagnante in volo-, all’incirca “CLONK-uarruahrhegrgghhhhh” potrebbe diventare la rilassante colonna sonora dell’estate.

Risolto così il problema delle spiagge pensiamo anche ad intrattenere il turista quando non sta sguazzando. A Ibiza, tedeschi e inglesi di tutte le età si riuniscono sulle spiagge per contemplare il tramonto e alla fine applaudono come un italiano all’atterraggio di un volo Ryanair. Per un turista nordico un tramonto sul mediterraneo è un evento raro e prezioso, seguendo questo principio di scarsità e declinandolo in accezione salentina, propongo l’istituzione di contemplazioni collettive di parcheggi liberi. Gruppi di persone che fissino a lungo qualche anfratto da cui sembra uscire una famiglia in 500. Mentre i nord europei alle Baleari applaudono il sole inabissato, qui si potrebbe concludere il rito con un catartico e collettivo “CHE STAI USCENDO?”.

Infine servono creatività e valorizzazione delle differenze. Pochi giorni fa cenando con amici in un noto ristorante del centro di Lecce, abbiamo ricevuto l’antipasto dopo le portate e, non essendo gli unici ad aver subito questa sorte, abbiamo anche assistito a plateali strigliate del proprietario al personale. Ora tutto questo può diventare una risorsa: immaginiamo campagne pubblicitarie internazionali ( una volta vidi- davvero- i faraglioni delle due sorelle in una stazione della metropolitana di New York) con il claim “Salento: genio e sregolatezza” oppure “Lecce, sovvertiamo l’ordine” e nell’immagine copiosi antipasti serviti ad un tavolo dove giacciono lische di pesce o ossa di costate ormai rosicchiate. Per coloro che si affidassero ancora alle guide turistiche e non ai sistemi di rating online, si potrebbero contattare gli editori per inserire specchietti culturali:
“L’urlo-Antica usanza. Apparentemente le proteste a voce alta del proprietario di un locale contro il suo personale sembrano una pezza peggiore del buco ma in Salento sono al contrario un portato ed una preziosa eredità dei borbonici “moti del fornello” violenti e caratteristici tenzoni fra i lavoratori delle cucine che, brandendo spiedi e coltellacci, si sfidavano fino alla morte di uno dei contendenti per decidere con quali contorni servire quel giorno il pesce. Era un periodo in cui la mortalità dei camerieri era particolarmente alta”. Insomma cari amici creiamo valore aggiunto, rimpolpiamo il substrato culturale o questa magnifica crescita infinita potrebbe concludersi e, dio non voglia, il Salento potrebbe tornare un giorno ad essere un posto dove quando vai in spiaggia vedi il mare.

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Lo scontro tra giustizia e scienza sulla xylella in Puglia (Internazionale)

Qualche giorno fa la procura di Lecce ha disposto il sequestro degli ulivi infettati dal batterio della xylella in Puglia destinati allo sradicamento nel tentativo di contenere il contagio, e ha indagato dieci persone, compreso il commissario speciale e alcuni ricercatori.

A ottobre lavorando per una rivista svizzera ero salito con due ricercatori dell’università di Bari e Joseph Marie Bové – uno dei più importanti botanisti del mondo, membro dell’accademia delle scienze di Parigi e maggior esperto mondiale della xylella degli agrumi – su un piccolo promontorio non molto lontano da Gallipoli. Da lì sopra il colpo d’occhio è qualcosa che difficilmente si scorda, una distesa di ulivi secchi, cuspidi grigie e spettrali, che si estende fino all’orizzonte. Dopo aver percorso in auto la zona dei primi focolai, Bové, una persona che per carattere ed età avanzata non le manda certo a dire, ha sentenziato: “Oggi questa è la peggior emergenza fitosanitaria al mondo”.

Più tardi, durante la visita in un campo, qualcuno gli ha riferito che una larga fetta dell’opinione pubblica non credeva ancora che il batterio xylella fosse la causa primaria del disseccamento, pensava piuttosto che ci fosse sotto un qualche tipo di complotto. Bovè allora ha sussurrato alcuni incredible con il suo inglese con un forte accento francese e infine ha scosso la testa torvo e ha chiesto: “Davvero pensano questo nel 2015?”. Davvero. (Continua a leggere su Internazionale)

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