Acquista su:
1. Presentazioni LSG : 28/7 h18.30 Libreria Mondadori Cosenza  /// 9/8 h 21 Gubbio (PG)/// 11/08 h 19 Casaccia- Torre dell’orso (LE)
2.
3.
4.
5.
1-C2u4RZbJmSfbuXJm1Y3wpw

LASCIA STARE LA GALLINA-ESTRATTI (EXPOST-MEDIUM ITALIA)

Illustrazioni di Alvaro Tapia

MARCO DE SANCTIS

ANTEFATTO Tempo di adulterio

31 luglio-6 agosto 2011, Frassanito (le)

Con Elena non facevamo altro che litigare. La notte precedente, appena tornati dalla dancehall in spiaggia mi aveva ammonito acida di pulirmi bene i piedi prima di entrare in tenda. Non voleva portassi dentro aghi, terra o altre cose di cui solo lei al mondo era in grado di preoccuparsi alle sei di mattina. Così senza replicare avevo estratto dalla tenda il mio materassino, l’avevo messo sotto il pino mediterraneo di fronte al nostro piccolo accampamento e mi ero addormentato lì pur di non sentire oltre la sua voce petulante. Dopo poche ore il sole era filtrato fra i rami e mi ero alzato fresco come una rosa — a ventidue anni “doposbronza” era una parola priva di significato. Quando mi ero affacciato in tenda l’avevo trovata vuota, la mia ragazza doveva già essere in spiaggia. Avrei potuto scommettere che stesse approfittando della mia assenza per starse- ne in topless, sapendo benissimo quanto mi desse fastidio.

Solo allora mi accorsi che il mio materassino era mezzo sgonfio, doveva essersi bucato con gli aghi di pino. Bestemmiai. Era un punto a favore delle regole naziste di Elena sulla pulizia interna alla tenda, ora mi toccava assolutamente trovare una pezza per camere d’aria e chiudere il buco prima che facesse ritorno. Nell’improbabi- le eventualità che poi se ne fosse accorta avrei sostenuto con calma e decisione che la toppa c’era sempre stata. Cosa voleva saperne lei di pezze per camere d’aria?

Soddisfatto del piano mi tastai i pantaloni in cerca delle sigarette. Trovai flyer tagliuzzati per farne filtri, monetine, un pacchetto di cartine, diversi accendini (ero un cleptomane di Bic), resti di sigarette spezzate che ordinai uno a fianco all’altro, sulla stuoia. Di lì a poco mi sarebbero serviti. Infine ripescai anche il pacchetto di Camel Lights morbide che stavo cercando e ne accesi una.

Aspirai il primo tiro e ripensai alla sera precedente: una volta io e Elena saremmo rotolati in tenda incuranti di trascinare dentro sabbia, foglie, serpenti, stercorari o capre rupestri. Una volta, quando la passione ci dominava. Sospirai, presi il barattolo del Nesquik e ne tirai fuori una cima diorange avvolta nella pellicola. In un campeggio come quello era un nascondiglio ridicolo per dell’erba ma per il viaggio aveva funzionato alla grande. Avevo persino richiuso il sigillo di freschezza con dell’Attack invisibile, creando una confezione a prova di cane tossico. Un sacco di gente si faceva beccare perché era sciatta nelle misure di sicurezza, diventare un emarginato però non faceva parte dei piani di Marco De Sanctis per il futuro. Il campeggio comunque era sicuro: il proprietario era un ex finanziere e godeva di un occhio di riguardo da parte dei vecchi colleghi e quel posto doveva la sua fama nell’ambiente del reggae proprio a questo. Presi dall’abside della tenda il Roor, il mio bong di vetro, e gli cambiai l’acqua usando una delle preziose bottiglie di Elena, una piccola malignità compensativa. Io e la mia dolce metà eravamo gli unici imbecilli in tutto il campeggio con due casse d’acqua fuori dalla tenda. Inutile specificare a chi toccasse il trasporto. Accesi il bong e tirai con studiata lentezza facendo sfavillare tutta la mista, poi sfilai il braciere e inspirai di colpo tutto il fumo che si era accumulato nel tubo.

Buongiorno, cazzo.


Espirai formando una piccola nuvola a mezz’aria fra la nostra tenda e quelle dei vicini arrivati la notte precedente. Quando finalmente il banco di nebbia d’agosto si disperse mi trovai di fronte a una visione: una ninfetta mora, con una spirale tatuata sulla spalla destra e i capelli a caschetto come Uma Thurman in Pulp Fiction, giocava a pochi metri da me con dei fili a cui erano legati due piccoli delfini di peluche.

Li faceva roteare ma non era molto brava: ogni tanto le corde s’ingarbugliavano e gli animali di pezza le sbattevano sulle gambe. Ci misi qualche secondo a capire che non si trattava di una creatura del thc, era una ragazza reale e soprattutto aveva un sedere perfetto, piccolo e ben incorniciato da un paio di culottes blu. Lo sforzo faceva intuire muscoli delle natiche tonici sotto la pelle brunita, particolare che apriva a scenari d’incontestabile sodezza. Guidato da una forza più subdola della gravità ma ugualmente definitiva, mi alzai dalla stuoia e a rischio della vita mi misi a portata di delfino sul cranio.

“Ciao” abbozzai.

La ragazza alzò lo sguardo impegnato e si produsse in un piccolo sorriso.

“Ciao.”

“È dura far volare i delfini?” e stavo per aggiungere “Voglio dire sono pesci. Cioè mammiferi. Ma insomma vivono nel mare comunque. O nei circhi acquatici. Ad ogni modo non volano” quando la parte sobria e minoritaria del mio cervello riuscì a impedirmelo.

“Abbastanza. Ho appena iniziato.”

Avrei voluto invitarla a fare colazione al bar, ma ero fidanzato e se lei dormiva in quella tenda doveva aver visto Elena. Mi sembrò sconveniente, benché fossero almeno cento anni che nessuno usava più quella parola. Così me ne stetti lì a guardarla qualche secondo di troppo, agevolato nel mio immobilismo da bambola di pezza anche dall’effetto dell’erba. Alla fine riuscii a chiamare a raccolta qualche neurone e chiesi:

“C’è un segreto particolare?” “Per cosa?” “Per fare roteare i cosi.” “Bolas.”

“Per far roteare i Bolas.”
Le Bolas.”
“Per far roteare le Bolas.”
“Se c’è non credo di averlo ancora scoperto.”
“C’è sempre un segreto per fare le cose.”
Che cazzata pazzesca. Invece lei fece planare i delfini all’altezza delle caviglie fermandone la rotazione e guardandomi sorrise nuovamente, questa volta in modo più netto.

“Dici?”

“Sì” mentii. Per un culo come quello avrei rinnegato dio se solo ci avessi creduto.

“Mi chiamo Martina” disse, porgendomi la mano.

Mi presentai a mia volta e scoprii che era di Milano e, come la maggior parte delle ragazze con cui avevo tradito Elena, studiava Lingue. Prima o poi avrei dovuto prendermi la briga di scoprire cosa diavolo scrivevano in quei libri per renderle così ben disposte al sesso occasionale. Le dissi che invece studiavo Scienze politiche ed ebbe il buon gusto di non dire “E cosa farai dopo?”, forse perché anche Lingue non assomigliava esattamente a un assegno circolare nel mondo del lavoro. Ad ogni modo fu un punto a suo favore. Non che ne avesse bisogno con quelle chiappe marmoree. Martina era in Salento con due amiche, avevano la macchina e “Chissà magari possiamo andare da qualche parte assieme.” Certo, come no. Dovevo solo trovare un posto dove seppellire il cadavere di Elena.

“Lo proporrò alla mia ragazza” dissi per puro dovere istituzionale e per farle capire fra le righe il motivo per cui non avevo ancora provato a leccarla.

(…)

Continua a leggere gli estratti degli altri personaggi su Expost

merkel

ANGELA MERKEL È UNA VERA ATENIESE

Osservare la parabola con cui dai festeggiamenti per il “no” al referendum greco passando per il discorso di Tsipras all’Europarlamento la Grecia si è schiantata contro il muro della dura realtà dei rapporti di potere, mi ha fatto tornare in mente il noto dialogo, riportato da Tucidide, fra gli abitanti dell’Isola di Melo e i potenti ateniesi, solo che questa volta gli ateniesi erano interpretati dai tedeschi, in un  ricorso storico un po’ cinico, baro e, forse, coi calzetti bianchi. Allora si era nel corso della guerra del Peloponneso e la flotta ateniese approdò presso l’isola di Melo per spiegare ai suoi abitanti (coloni spartani) che la loro neutralità nel conflitto non sarebbe più stata tollerata. Non perché non fosse giusta, condivisibile o perché poco educata, ma perché da abitanti dell’isola di Melo quali erano, semplicemente, non potevano permettersela, se ad Atene la pensavano diversamente.

Spesso questo dialogo è considerato uno dei primi momenti storici in cui vengono esplicitate le forze che regolano i rapporti fra potenze.

Tucidide mette in bocca ai portavoce ateniesi e a quelli dell’isola di Melo tutte quelle valutazioni di forza che di norma si occultano dietro proclami di giustizia e diritto.

A questo proposito sono soprattutto gli ateniesi ad avere idee molto chiare:

«Poiché voi sapete tanto bene quanto noi che, nei ragionamenti umani, si tiene conto della giustizia quando la necessità incombe con pari forze su ambo le parti; in caso diverso, i più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano».

Oggi questa frase aiuta a illuminare quell’errore che è stato anche di Tsipras, aver cioè scelto di giocare una partita sui valori politici, partendo però da una posizione subordinata, in un contesto in cui non si vince per il miglior argomento retorico, ma per la capacità d’imporre la propria linea con qualsiasi mezzo. Continua a leggere su Rivista Il Mulino

110957-md

Reportage: Vita da Pokerista (Internazionale)


Quanto vale il poker online, chi sono i professionisti, dove girano più soldi. un reportage lungo un anno nella terra promessa del tavolo verde

 

Una coppia d’inglesi dalle pelli lattiginose getta pezzi di pane a un branco di cefali, le schiene argentee s’inarcano, l’acqua si solleva, un attimo dopo gli esemplari rimasti a digiuno scattano nervosi attorno al vuoto.

È giugno e sono seduto in un ristorante di Budva, in Montenegro. Un cameriere allampanato alliscia con qualche parola in italiano i clienti al tavolo di fronte, un gruppo di giocatori baresi di slot che parlano con il regolamentare tono di voce troppo alto. Sono appena arrivati con un volo charter assieme alle loro camicie floreali impossibili e agli occhiali da sole, ordinano vassoi di pesce che domani, dopo una notte di gioco in perdita, potrebbero generare inediti dubbi di opportunità. Alle nostre spalle montagne brulle, di fronte l’Adriatico, nel mezzo una statale nuova che unisce un agglomerato urbano irregolare fatto di casinò, sale scommesse e case vacanze per ricchi, nei parcheggi Porsche Panamera e Range Rover nere.

Questa mattina a Fiumicino, una giovane addetta Alitalia con il badge identificativo coperto da un foglietto che recitava “Odio tutti”, mi ha messo in mano il biglietto per il volo Roma-Podgorica e si è voltata prima che le facessi notare che i sentimenti più belli sono sempre quelli ricambiati. Un’ora scarsa di volo dopo, l’Embraer dell’Alitalia si è preparato all’atterraggio compiendo cerchi sempre più stretti sopra il lago paludoso alle porte di Podgorica; lì la pianura e l’acqua condividono una lunga terra di mezzo, in un’allegoria a buon mercato dell’economia del Montenegro.

All’aeroporto ragazzi in maglietta hanno lanciato le valigie sui cassoni di due trattori marca socialismo reale e dieci minuti dopo un tassista del casinò ha caricato su una Toyota Prius la mia unica valigia. Per un’ora di viaggio lui, grosso, rasato e silente, ha ascoltato dosi da centro sociale di ska balcanico, e io, medio, arruffato e sotto antibiotici, ho fissato lo schermo digitale che illustrava in tempo reale il funzionamento di un propulsore ibrido, ho guardato le case nuove di zecca con i tetti rossi di Sveti Stefan e mi sono appuntato che il primo taxi con il wifi che prendevo in vita mia copriva la tratta Podgorica- Budva.

A un certo punto, stupito dell’ottima qualità delle strade, ho chiesto: “Come va l’economia?”. “Male”. Poi di nuovo una lunga e ininterrotta distesa di ska balcanico.

Ora, seduto al ristorante, lancio a mia volta un pezzo di crosta lontano dal branco di cefali. Uno guizza nella mia direzione, il resto del gruppo gira a vuoto continuando a confidare negli aiuti da oltremanica. Se il livello della competizione si alza, prospera il più forte o colui che è in grado di vedere pezzi di pane dove fino a quel momento nessuno è stato in grado di scorgerli. A forse cento metri da qui, nel casinò di cui sono ospite, un centinaio di colleghi umani dei pesci satura un salone con il rumore incessante che fanno le pile di fiches quando le tormenti tra le dita. Continua a leggere su Internazionale

clarkson

CHI CLARKSON SEI? (Riders magazine)

Ascesa e crisi dell’ultimo conduttore televisivo politicamente scorretto.

 

«Quest’Alfa è veloce anche se credo che avrebbero potuto farla più veloce , dopo però sarebbe stata più veloce di una Ferrari, e in Italia è una cosa che non è socialmente accettata, un po’ come vomitare sul Papa»

Non il tipo di frase che vi aspettereste di sentire guardando Easy driver, il programma di motori di Rai uno, né, per essere per una volta concilianti con la televisione di Stato, in nessun altro programma di motori, foss’anche quello della tv francese. Ok, siamo onesti, una frase così non la sentireste in nessun programma giornalistico del mondo, punto. Il fatto è che nonostante questo, o forse proprio per questo, battute del genere funzionano. Funzionano talmente tanto che le sentivano 350 milioni di persone, il pubblico medio di Top Gear, il programma “fattuale” (infelice traduzione italiana per indicare che si tratta di non-fiction) più visto del mondo.  Il passato è d’obbligo, almeno per il momento, perché l’uomo autore di questi e tanti altri commenti simili, Jeremy Clarkson, il più importante del trio di folli uomini di mezz’età che conduceva la trasmissione, ha pensato bene di picchiare uno dei suoi producer, causando la sospensione del programma e il mancato rinnovo del contratto. Per la prima volta dopo 12 anni. Continua a leggere su Riders

Reportage: L’epidemia di Xylella in Salento (Internazionale)

109373-md

 

Narra il mito che quando Poseidone e Atena si sfidarono per il dominio sull’Attica, il primo percosse il terreno con il suo tridente e fece sgorgare dell’acqua salata, la dea invece scelse di piantare un ulivo. Quel giorno si decise a furor di popolo non solo che il nome della città destinata a sorgere in quel luogo sarebbe stato Atene – non Poseidonia e nemmeno Poseidonopoli – ma si strinse anche e soprattutto il legame tra gli antichi greci e la pianta dell’ulivo, con le sue molteplici virtù e la sua nodosa maestosità.

Nella Bibbia la fine del diluvio è annunciata dal ritorno della colomba che porta un ramo di ulivo, nell’antica Roma a capodanno i giovani bussavano alle porte dei vicini per offrire in dono rami di, indovinate un po’ di cosa, esatto, di ulivo. Dal canto mio, uno dei miei primi ricordi d’infanzia è la scena in cui mio nonno, con un analogo sebbene indubbiamente più modesto intento simbolico, pone un me di forse tre o quattro anni età, nipote cicciotto frutto di incrocio con le nordiche genti, alla guida di un aratro legato a una mula in mezzo ai suoi ulivi.

La cosa a sorpresa non degenera in incidente agricolo e articolo di cronaca sul Quotidiano di Lecce, ma sopravvivo e ne scaturisce una foto. Da qui, probabilmente, la nitidezza un po’ artefatta del ricordo. Anche se da tempo, per la mia famiglia, gli ulivi hanno smesso di rappresentare un lavoro e sono andati dispersi tra le infinite sorelle di mio padre (riproduzione endemica, ancestrale vizio delle famiglie cattoliche), ne possediamo ancora un centinaio, il che, considerato che in Salento ce ne sono undici milioni, mi rende potenziale ereditiero dello 0,009 per cento del patrimonio olivicolo leccese. Al lordo delle mie, di sorelle.

Oggi queste piante si trovano dentro la cosiddetta zona infetta dal batterio xyllela, la peste degli ulivi arrivata probabilmente su una pianta ornamentale dalla Costa Rica. Ho imparato percorrendo il Salento in lungo e in largo che xylella e quello che ci gira attorno sono questioni molto complesse, ma due punti preliminari vanno chiariti subito: il primo è che per il batterio da quarantena al momento non esiste una cura e non si intravvede nemmeno la possibilità di raggiugerne una a breve termine. Il secondo è che zona infetta non significa che tutti gli alberi siano infetti, ma che la provincia di Lecce è stata definita dalle autorità zona dove non ci si aspetta più di riuscire a eradicare il batterio perché ormai l’infezione è troppo diffusa.

Non è quindi solo con lo spirito del cronista ma anche con quello del nipote che vede minacciate le proprie radici e quello del microproprietario terriero afflitto dalle circostanze avverse, che raggiungo il Salento in auto con mio padre: io per capire cos’è esattamente xylella, quanto è grave la situazione, cosa si può fare, lui per curare i suoi ulivi, per il momento ancora sani, come fa regolarmente da quando tanti anni fa ha lasciato il sud.

Per raggiungerli attraversiamo una Lecce il cui viale dell’Università è stranamente al buio, involontaria anticipazione del clima di lutto che si respira per le strade.

Un lutto in larga parte inespresso, strisciante, nascosto sotto la narrazione dominante sui mass media, classici, online e social, che è quella del complotto. Su facebook riscuotono like, la nuova unità di misura della verità, a migliaia, gli appelli di guaritori, dell’insospettabile agronoma Sabina Guzzanti, del noto scienziato in forza ai Sud Sound System Nandu Popu, dei comitati più disparati che si diffondono sul territorio al diffondersi della malattia, e di fantomatici untori, dai più classici a quelli che esprimono un maggior grado di delirio, a sentire l’internet è tutta colpa della Monsanto, degli alieni, dei baresi, delle catene inglesi di alberghi o, come ha sostenuto un sito cattolico, di un dio che prende una deriva da antico testamento e si appresta a punire il suo popolo per le sue manchevolezze morali, o chissà, viene il sospetto, per aver votato un presidente di regione omossessuale.

Più grave ancora dell’immaginifica caccia all’untore è la negazione della malattia, perché agevola la diffusione dell’epidemia. Una parte importante del Salento oggi è paragonabile a un malato quasi terminale, che invece di percorrere la strettissima e complicata via per combattere la diffusione del morbo, strada resa ancora più angusta da uno stato che non mette sul tavolo i soldi necessari, si rivolge a maghi e sciamani, come da peggiore tradizione italica.
Se lutto c’è, qui siamo ancora largamente nella fase di negazione, un rifiuto figlio di pregiudizi antichi veicolati con i mezzi digitali del nostro tempo. Il risultato è un terreno paludoso in cui le istituzioni preposte a gestire l’emergenza annaspano visibilmente.

L’unica fragile barriera, frutto di lunghe trattative e compromessi, che le istituzioni hanno provato a porre al diffondersi dell’epidemia è stato il piano del commissario Silletti, reso pubblico proprio durante i giorni del mio viaggio in Salento, e che oggi, a poche settimane di distanza, mentre sistemo le ultime righe di questo reportage, è bloccato dal tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio. Il pronunciamento arriva poco dopo una nuova decisione in sede europea, proprio alla vigilia dell’entrata nella seconda, fondamentale, parte delle operazioni fitosanitarie. Per capire cosa significhi tutto questo è necessario tornare a quei giorni in cui il piano era appena stato approvato, e io mi aggiravo tra gli ulivi salentini. Continua a leggere su Internazionale

 

 

 

Schermata 2015-07-03 alle 04.02.32

Bratislava può attendere: il Suv Lamborghini lo facciamo a casa nostra

(Questo articolo è apparso sul Venerdì di Repubblica del 3/7/2015)

“Scusa spostati, un attimo” dice il mio accompagnatore, mi faccio in là e mi sfila davanti uno scintillante blocco motore di 6 mila e 500 centimetri cubici di cilindrata e 700 cavalli di potenza, che, se non ne avete mai visto uno, per capirsi è grande come un piccolo orso e pesa 235 chili. Si muove silenzioso e serafico, come non sarai mai più una volta acceso, a bordo di un carrello elettronico privo di pilota, in viaggio verso la linea di produzione dove gli operai si occuperanno di alloggiarlo in un vano motore.

Sono nello stabilimento Lamborghini (di proprietà di Audi dal 1999) a Sant’Agata Bolognese, dove tutto è talmente tecnologicamente avanzato, asettico ed elegante che più che in una fabbrica di automobili sembra di stare in un comparto della NASA deputato a costruire razzi stradali color ramarro per quei i miliardari di ogni parte del mondo che siano al tempo stesso appassionati di velocità e privi timidezza. Qui si fanno vetture estreme tanto nei contenuti tecnici quanto nelle forme, auto per i garage di pochi e per i poster di molti.

Negli 80mila metri quadrati dello stabilimento non c’è rumore, si parla tranquillamente senza alzare la voce, nell’aria non ci sono pulviscoli di sorta, le auto in assemblaggio stanno ferme 90 minuti ad ognuna delle 12 stazioni sulla linea di produzione, la retribuzione è il 30% più alta della media di settore, di Charlie Chaplin manco l’ombra, e neppure di Gianmaria Volonté, tanto che la Fiom ha approvato l’ultimo accordo praticamente all’unanimità.

Nelle due linee attualmente in funzione si producono 15 vetture al giorno, 5 Aventador (la macchina con il mostruoso dodici cilindri  che se va in giro da solo) e 10 Huracan, il modello più piccolo da soli 610 cavalli che siete liberi di immaginare anche come 12 Fiat Panda fuse assieme  e tenute senza cibo per una settimana. Il fatturato del 2014 è stato di 629 miloni di euro, ovvero + 24% rispetto al 2013. Il primo modello, l’Aventador viene via a partire da 329.400 euro, l’Huracan parte invece da 206.790, non esattamente spiccioli, ma l’azienda spende in ricerca il 20% del fatturato, contro il 5% della media di settore. In tutto comunque fanno 1.175 dipendenti a tempo indeterminato, nel 2000 erano 400. Ora la buona notizia è che nel 2018 con l’apertura della nuova linea di produzione del nuovo Suv Urus, dovrebbero aumentare di altre 500 unità.

Già perché, che la produzione del Suv più lussuoso del mondo dovesse rimanere qui a Sant’Agata, 7312 anime e 36 chilometri da Bologna,  non era affatto scontato, visto che il gruppo Volkswagen (di cui Audi a sua volta fa parte) aveva già uno stabilimento adatto a Bratislava.

“Abbiamo combattuto per rimanere qua” mi dice il direttore industriale Ranieri Niccoli “ perché qui ci sono le competenze”. E chissà forse perché una Lamborghini fatta in Slovacchia non avrebbe avuto lo stesso fascino.  Una grossa mano comunque l’hanno data anche istituzioni e sindacati.  In tutto 87 milioni fra aiuti e sgravi, divisi fra ministero dello sviluppo economico, Invitalia e Regione Emilia Romagna. Gli investimenti di Audi dovrebbero invece oscillare fra gli 800 milioni e il miliardo.

In un certo senso è un ritorno al passato perché secondo alcuni il suv fu inventato proprio da Lamborghini, negli anni 80, con il mostruoso LM002, un enorme fuoristrada di lusso che montava lo stesso motore della Countach. Consumava come una petroliera, superava i 200km/h nonostante le 2 tonnellate di peso,  e venne venduto soprattutto in medio oriente, in genere a fini umanisti del calibro di Uday Hussein, figlio di Saddam, il cui  sfortunato esemplare fu fatto saltare in area dai Marines americani. In Lamborghini ora confidano di vendere il nuovo Urus a gente che faccia a pieno titolo parte dell’economia legale, e anzi sono fiduciosi che troveranno circa 3000 persone l’anno pronte a sborsare 200mila euro ad esemplare.

Nel frattempo hanno vinto riconoscimenti come “Top Employer” e “Impresa etica”, hanno piantato un bosco dietro allo stabilimento, costruito il primo edificio industriale di classe energetica A in Italia, finanziato la stagione teatrale del paese e con l’acquisto dei nuovi terreni per Urus anche i lavori di ristrutturazione della scuola materna. Ho chiesto al sindaco Giusepe Vicinelli se c’era qualcosa che non funzionasse da queste parti “I turisti “ è stata la sua risposta  “arrivano allo stabilimento che però è sulla provinciale e in paese per ora non ci mettono piede, dobbiamo cercare di attirarli. Abbiamo tante cose, come ad esempio “la sala della partecipanza” un’antica istituzione di origine matilidica che faceva ruotare la proprietà delle terre fra le famiglie più antiche del paese. Chi se ne andava, anche il paese di fianco, veniva escluso per sempre.” Se il sindaco riuscirà nel suo intento, milionari o semplici turisti americani, sauditi, o indiani, in visita alla Lamborghini potrebbero sentirsi raccontare di un passato lontano in cui se lasciavi il paese perdevi la ricchezza, un rischio che in Audi non hanno voluto correre.

Ultimi Tweets

Per ovviare all'elevata richiesta di pennuti #LSG va in ristampa! Grazie a tutti anche da Petrachi @libribompiani pic.twitter.com/0zgukFP5Ed

Circa 33 minuti fa dal Twitter di Quit via Twitter Web Client